Luglio 14, 2024
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La pressione sociale a essere perfetti, instancabili e felici è la massima espressione della positività tossica. Si tratta di un atteggiamento eccessivamente ottimista che spinge a minimizzare e a reprimere le emozioni negative. Uno studio condotto presso la Tilburg University, nei Paesi Bassi, ha rilevato che le persone che pensano sempre al positivo risultano essere insoddisfatte della propria vita. Non è così sorprendente come risultato, considerando che è impensabile provare solo emozioni positive. I momenti di sconforto e di fragilità appartengono alla vita di ognuno. Ma chi non riesce ad accettarlo provoca disequilibrio al proprio benessere interiore. 

Si viene al mondo con un grido di dolore. Come ci si può illudere che le emozioni negative non siano parte della vita?

La società attuale ci esorta a guardare sempre il lato positivo di ogni situazione, a essere performanti e competitivi. A rincorrere la felicità come fosse l’unico scopo della vita. Perché? Per sentirsi invincibili agli occhi degli altri? Si crede erroneamente che per essere forti bisogna mostrarsi felici e positivi. Ma la vera forza sta nel riconoscersi fragili.

Whitney Goodman, psicoterapeuta americana, nel libro “Positività tossica”, sostiene che la società occidentale sembra programmata per credere che l’ottimismo sia sempre la scelta migliore. La conseguenza è l’aumentare di persone che non riescono a gestire le emozioni negative. Queste ultime vengono rinnegate perché ritenute roba da perdenti. Gli studi però, dimostrano che più si attribuisce un valore elevato alla felicità, maggiore è la possibilità di sentirsi insoddisfatti e frustrati.

L’insoddisfazione nasce dal non sapere convivere con i momenti di crisi, dal non sapere dare un nome alla sofferenza. La positività tossica, infatti, è tale perché non accetta l’esistenza dei sentimenti negativi. L’ottimismo diventa deleterio quando pur di perseguirlo si rimanda il dialogo con sé stessi per timore di far emergere paure e tormenti. 

Bisognerebbe capire che per essere davvero felici, è necessario saper attraversare il dolore. Solo in questo modo si può guarire dai malumori.

Goodman nel libro “Positività tossica” vuole smascherare questo mondo ossessionato dalla felicità esortando le persone a decodificare le proprie emozioni per vivere una vita serena e autentica

Quando si comprende che le esperienze negative appartengono all’esistenza, diventa più naturale affrontare i momenti difficili. Certo, tutti vorremmo fare a meno del dolore, ma è anche grazie a questo sentimento che si impara, si cresce, si spera. 

Nell’ultimo romanzo di Alessandro D’Avenia, Resisti cuore, l’Odissea e l’arte di essere mortali, l’autore scrive che “l’esperienza umana non scorre mai liscia come una teoria”, perché è piena di pieghe.

“E poiché vivere è la cosa più complicata del mondo, renderla semplice, cioè a una sola piega di verità, dove gli opposti si toccano e i paradossi si incontrano, è il più grande dono che possiamo fare ai bambini e al bambino dentro di noi, proprio raccontando storie.”

A proposito di storie e di bambini, un esempio del paradosso dell’esperienza umana è lo spot Esselunga, diventato virale in poco tempo. La pubblicità rappresenta un racconto neorealista, ovvero quello di una bambina che soffre a causa della separazione dei genitori. Lo spot esprime le emozioni negative di una bambina che vorrebbe vedere i suoi genitori uniti e non separati. Non è il racconto della famiglia perfetta, è un racconto che va controcorrente rispetto al modello della famiglia del Mulino bianco. 

Siamo di fronte ad uno spot che non esalta la felicità, ma l’esperienza del dolore come parte della vita quotidiana di ognuno. Anche dei bambini che, troppe volte tendiamo a proteggerli dal dolore. Ed invece è fondamentale, sin da piccoli, imparare a gestire le emozioni negative. Altrimenti si rischia di diventare adulti incapaci di far fronte alle difficoltà che la vita presenta. Adulti ossessionati dalla positività.

L’esempio della bambina dello spot Esselunga, ci fa riflettere sulla sofferenza dei figli di genitori separati. L’unico modo per elaborare la separazione dei propri genitori è provare ad esprimere e gestire le emozioni negative. Certo, la crepa resta, ma i sentimenti non devono essere repressi, né soffocati. 

Le crepe e le pieghe della vita, servono a rendere consapevoli che la vita non è tutta rose e fiori. Si inciampa, si cade nella sofferenza, nella nostalgia. Questi sentimenti ci rendono fragili, cioè umani e vivi.

Non ci si deve mai vergognare di essere fragili, di non riuscire a farcela. Ammetterlo è segno di forza, è consapevolezza. 

“La fragilità è un bene che non deve essere sbandierato, ma vissuto con onestà” (Paolo Crepet, Prendevi la luna).

Emanuela Mostrato

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