Novembre 29, 2022
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Donne: chi difende i loro diritti lavorativi? Se ne parla così tanto della mancata parità di genere all’interno di molte imprese, che spesso vengono oscurate le Case History aziendali di successo. Possiamo cominciare dal secolo scorso, quando la stilista Luisa Spagnoli ha realizzato all’interno della sua azienda un nido per permettere alle madri lavoratrici di allattare. Una scelta lontana dai paradigmi tradizionali, ma vicina ai diritti delle donne. Ai giorni nostri, tra le Manager di successo che puntano a tutelare l’universo femminile, c’è Stefania Brancaccio.

Un’ imprenditrice napoletana che permette alle donne di essere madri lavoratrici 

A Maggio del 2009, Stefania Brancaccio è stata nominata Cavaliere del Lavoro dall’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Non è casuale questa nomina, poiché si tratta di un’imprenditrice che permette alle sue collaboratrici di alternare lavoro e vita privata. Una donna che diventa madre non può e non deve rinunciare a lavorare. Certi retaggi vanno combattuti attraverso soluzioni concrete. Ed è quello che Stefania Brancaccio fa da anni, lottando per le pari opportunità di genere. 

Stefania Brancaccio è Vicepresidente della società Coelmo, un’azienda che genera gruppi elettrogeni industriali e marini. È laureata in Lettere e Filosofia all’Università Federico II di Napoli e si è specializzata in psicopedagogia dell’età evolutiva presso il Magistero di Torino. Una formazione dunque di matrice umanistica, che senz’altro ha inciso nel forgiare una personalità sensibile nei riguardi di determinate tematiche culturali e sociali. 

“Un buon imprenditore è anche un’ottima persona. Si può fare profitto serenamente, rispettando le persone, non accumulando ricchezza, reinvestendo il proprio capitale all’interno di un’azienda perché migliori sempre di più”.

Queste le parole di Stefania Brancaccio in un’intervista. Secondo l’imprenditrice napoletana, non si può scindere il modo di vivere di un manager dal suo modo di operare. Motivo per il quale, a dirigere le imprese dovrebbero essere personalità con un forte senso di responsabilità sociale

Persone adattive, capaci cioè di adeguarsi ai cambiamenti favorendo nuove soluzioni. Compito di un buon manager è quello di risolvere le criticità, e questo lo si può fare soprattutto se si è inclusivi e sostenibili nelle decisioni. 

Se si pensa alle persone come una fonte da cui trarre profitto, stiamo allora scambiando le persone con dei numeri. Stiamo allora pensando in termini meramente capitalistici. La forza-lavoro non è una merce. Non è vero che più si lavora, più si produce. È piuttosto vero che si produce solo se si lavora in un clima sereno, in cui ci si sente tutelati e valorizzati. 

Donne: a difendere i loro diritti nel mondo del lavoro è la cultura

“Rimanere e resistere ai disastri”, questo per Stefania Brancaccio vuol dire produrre cultura aziendale. Cosa si intende per cultura aziendale? “Vuol dire che tutto il personale, ma tutto, sia preparato ai cambiamenti di rotta”.

Non è semplice, purtroppo c’è ancora chi pensa che una donna che diventa madre sia un ostacolo per la produttività dell’impresa. È emblematico il riferimento alla stilista Elisabetta Franchi, che poche settimane fa ha rilasciato dichiarazioni raccapriccianti. L’imprenditrice ha affermato di essere più tranquilla nell’assumere donne alla soglia dei quarant’anni, perché hanno già affrontato maternità e matrimonio.

Quindi, prima di quarant’anni, le donne non possono fare carriera? Chi l’ha stabilito? E soprattutto chi dice che una donna a quarant’anni sia necessariamente moglie e madre?

Stando ad alcune statistiche, è proprio a partire dai quarant’anni che una donna affronta la maternità e/o il matrimonio. Le tappe della vita di una persona non sono più cicliche. Anzi, da quando l’età giovanile si è allungata oltre i trent’anni, il ciclo della vita è divenuto sempre più discontinuo e frammentato

Ma al di là di ciò, l’essere madre o il voler esserlo non può essere una discriminante. Un’impresa capace di fare cultura, non è interessata alla vita privata del singolo, piuttosto fa in modo di tutelarla da eventuali insoddisfazioni e malesseri. 

“Quando avremo ottenuto, finalmente, che venga riconosciuta la differenza di una donna che lavora, la sua maternità, il suo essere donna, il suo ragionare da donna, allora avremo raggiunto realmente la parità. Perché la sera, bisogna tornare nel calore delle case ed essere anche in grado di preparare un cena. Essere donne fino in fondo” (Stefania Brancaccio).

Donne: come difendere i loro diritti lavorativi? In questi pensieri sopracitati vi è la risposta. È questo il mindset imprenditoriale che va raccontato e divulgato. Il case study di Stefania Brancaccio è una vera e propria testimonianza di impresa capace di veicolare il senso più profondo di responsabilità sociale. 

Emanuela Mostrato

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