Luglio 23, 2024
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Nel 1973, anno in cui 4 marzo 1943 venne presentata a Sanremo da Lucio Dalla non era ancora di moda indignarsi per il politicamente corretto. Anzi la gente non conosceva ancora la parola politicamente corretto. Non che ora ne conosca il significaro eh (n.d.a). Fu così che il testo di 4 marzo 1943 venne censurato e Dalla dovette modificarne testo e titolo.

Il titolo originare doveva essere Gesubambino. Ma un Gesubambino che bestemmia e gioca a carte non piacque alla commisione censura Rai

Paola Pallottino, co autrice del testo, all’epoca quasi agli esordi, aveva chiamato il brano Gesù bambino. Un tale titolo attirò su di se le accuse di blasfemia. Per non parlare di alcuni passaggi, tra i quali la frase incriminata ‘Io sono Gesù bambino’ . Così il brano fu escluso. Ma il Festival, quell’anno, si avvaleva anche di una ‘commissione per il rinnovamento’, di vedute più ampie. Accadde così che “Gesùbambino” venne ripescato grazie soprattutto alle voci del regista Piero Vivarelli e dello scrittore Alberto Bevilacqua. Il testo però subì modifiche a partire dal titolo che divenne 4 marzo 1943.

4 marzo 1943 Dalla censurato a Sanremo ecco tutte le parti censurate

Il titolo originalre era “Gesubambino”, tutto attaccato. Prese dunque il nome della data di nascita del cantautore bolognese.

Vennero censurate anche altre parti del testo poichè giudicate blasfeme:

giocava alla Madonna con il bimbo da fasciare”

divenne: “giocava a far la donna con il bimbo da fasciare”

Le allusioni bibliche e religiose furono bandite dal brano poichè considerate inopportune. Un atto grave poichè parte del significato della canzone si fondava proprio su di esse, nel tentativo di riproporre una forma di natività adeguata ai tempi.

L’ultima strofa della canzone si concludeva originariamente con l’espressione:

“E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino”

Il verso subì una modifica sostanziale e si tramutò in: “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”. Ed è con queste parole, snaturata dalla censura, che molti cantano 4 marzo 1943 ancora oggi. Ma non Lucio Dalla che dal vivo l’ha sempre cantata nella versione originale.

“4 marzo 1943” non è autobiografico ma contiene importanti riferimenti alla vita di Dalla

La canzone fu incisa nel 1971 con un testo composto dallo stesso Dalla e dalla critica dell’arte Paola Pallottino ed è erroneamente ritenuta autobiografica. Ma ci sono dei riferimenti alla vita dell’artista. In particolare racconta di aver composto il testo come una forma di risarcimento per lo stesso Lucio, che aveva perso il padre a soli sette anni e fu cresciuto dalla madre. Doveva essere dunque una canzone sull’assenza del padre.

Il testo è poetico. Si può percepire tra le righe un’allusione alla tragicità della guerra, alla miseria di quegli anni e anche alla caducità della vita. Una ragazza troppo giovane per fare la madre che tuttavia non si tira indietro e cresce un bambino con la forza dettata dalla disperazione e dalla miseria di quegli anni.

Il ritmo malinconico del brano, come il canto, è composto come una poesia di quattro strofe che ha la forma di una ballata. L’aspetto più struggente dell’intero componimento è la descrizione riservata al rapporto materno. Questa mamma di sedici anni che si ritrova con un vestito, ogni giorno più corto.

L’amore di questa madre è più forte della guerra, più forte della miseria e persino dell’assenza. È un amore che include tutto e si esprime nella forza stessa, inarrestabile e potente, della vita

Ogni volta che ascolto questa canzone la vedo questa giovane donna, tra i vicoli antichi del porto di Genova mentre canta “note da taverna” accarezzandosi la pancia. Mi chiedo cosa avrà fatto per crescere quel figlio. E mentre ascolto le note finali di “4 marzo 1943” immagino Lucio Dalla giocare a carte, bestemmiare e bere vino tra ladri e puttane portandosi addosso quel nome importante: Gesubambino.

Giovanni Scafoglio

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