Dicembre 8, 2023
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La leadership basata sulla conoscenza rende sempre più obsoleti i modelli organizzativi che ruotano intorno al controllo e alla rigidità. Un tempo, i dirigenti delle imprese erano soliti evidenziare ai collaboratori che avere un lavoro fosse una fortuna. Oggi, invece, i manager delle aziende devono essere bravi a trattenere i talenti, a far capire loro che averli in squadra è una fortuna. Rispetto al passato, i lavoratori sono più consapevoli del loro valore e delle loro competenze. Motivo per cui, quando non si sentono valorizzati, preferiscono cambiare realtà. Non hanno più motivo per temere di perdere il lavoro. Perché l’unico timore è perdere la serenità.

La vera conquista del lavoratore del presente è l’equilibrio tra vita professionale e vita privata

Se questo equilibrio è assente o viene a mancare, le persone non si sentono motivate a prestare la loro professione. Oggi più che mai si conosce il valore del proprio tempo e delle proprie qualità. A maggior ragione non si ha voglia di passare parte della propria vita con chi non ci consente di esprimere il meglio. In fondo a lavoro si trascorre gran parte delle proprie giornate. Ed è importante che le relazioni con i colleghi e i dirigenti, ci facciano sentire nel posto giusto.

Ecco che entra in scena la leadership basata sulla conoscenza, quella che si realizza mettendo in campo le competenze umane: ascolto, empatia, gentilezza, comprensione. I lavoratori dell’economia della conoscenza necessitano di queste e altre abilità relazionali. I responsabili delle organizzazioni non possono correre il rischio di restare ancorati ai modelli tipici dell’industrializzazione. Quei modelli sono solo nemici di una forza-lavoro che affonda le sue radici nell’innovazione, nella flessibilità, nello sviluppo socio-culturale.

Chi resta ancorato ai sistemi tradizionali rischia di perdere le persone, che dovrebbero essere al centro di un’organizzazione. E non ai margini. Le imprese che hanno colto le trasformazioni del mondo del lavoro e che quindi guidano il cambiamento, hanno compreso che la gestione del tempo e il benessere psico-fisico, sono due pilastri intorno a cui le persone vogliono costruire la loro carriera professionale.

Ma, dal punto di vista di gestione dei progetti, qual è la ricetta magica per lavorare in armonia e raggiungere i risultati previsti (senza troppi scossoni) ?

L’ho chiesto al mio collega, Fausto Iannuzzi, Project Manager in ambito IT.

Secondo Fausto, una buona conduzione dei progetti non dipende dal framework di gestione, non dipende dalle certificazioni di ciascuno sui più svariati temi (gestionali e non… ). E non dipende da generiche soft-skill, tanto ricercate ma non sempre presenti quando occorrono. 

«Nella nostra esperienza serve una ed un’unica cosa: coinvolgere le persone e renderle responsabili del loro contributo quotidiano al progetto.»

Il coinvolgimento, dunque, come fil rouge, filo conduttore per lavorare in armonia e per permettere alle persone di esprimere le loro potenzialità.

«Ma cosa significa coinvolgere?», chiedo a Fausto.

«Coinvolgere significa letteralmente partecipare tutti: ai meeting – quindi – partecipa tutto il team, anche e soprattutto in presenza del cliente; ognuno (se vuole) presenta e racconta il proprio lavoro, ascolta ed interagisce con il cliente, con gli stakeholder, con il Project manager, con tutti. Così si è consapevoli: si prendono impegni in prima persona, si è liberi di comunicare il proprio pensiero e concorrere insieme alla ricerca della soluzione al problema da affrontare.»

In questo modo, sostiene Fausto, ci si sente veramente parte di un gruppo di lavoro, con un obiettivo comune e ci si sente apprezzati per il lavoro svolto e da svolgere ancora.

Dunque, la gestione del personale e la gestione dei progetti richiedono sempre più una cultura manageriale inclusiva, capace di valorizzare e motivare le identità di ciascuno. Gli approcci standardizzati e massificati sono ormai l’espressione di un contesto di lavoro da eludere.

Per le nuove generazioni, il successo professionale corrisponde all’autonomia, alla formazione continua, alla possibilità di mettere a frutto le proprie qualità. 

Si può allora confidare nell’affermazione di lavoratori dell’economia della conoscenza? Oppure siamo ancora lontani da una trasformazione organica e sistemica?

Emanuela Mostrato

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