Dicembre 2, 2022
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

Le professioni del presente e del futuro sono sempre più afferenti al mondo digitale. La domanda di lavoratori nel settore della digital transformation è molto elevata. Il problema però è l’offerta. Ed infatti, molte aziende hanno difficoltà nel trovare personale qualificato. Quello che le imprese lamentano è lo skill mismatch: un ostacolo per la produttività aziendale. Per skill mismatch si intende  la mancata corrispondenza tra le competenze del singolo e i requisiti richiesti nell’ambito del lavoro. Addirittura, si stima che nel 2030 questo gap possa coinvolgere 1,4 miliardi di persone.

Ma quali sono le competenze essenziali per riuscire a farsi spazio nell’orbita delle professioni nascenti?

Si parla tanto di hard skill e soft skill, per fare la differenza tra le competenze tecniche e quelle comportamentali. In effetti, sono due emisferi diversi, ma complementari. Possedere delle qualifiche e dei titoli di studio è senz’altro un prerequisito per poter svolgere delle professioni. Parimenti, avere competenze attitudinali, umane e relazionali è altrettanto essenziale per affermarsi nel mondo del lavoro. Non basta vantare un background formativo tecnico, occorre anche sapersi comportare. 

Saper fare e saper essere devono camminare nella stessa direzione. Ed è questo quello che cercano le aziende: lavoratori non solo preparati tecnicamente, ma anche emotivamente. Si può essere tanto bravi quanto poco educati alle competenze trasversali. Queste ultime non si apprendono così da un giorno all’altro. Occorre coltivarle lungo tutto il proprio processo di crescita e sviluppo. Serve maggior riguardo verso l’educazione emotiva durante le varie tappe formative dell’individuo. 

L’ostacolo dello skill mismatch va superato attraverso la formazione

Soprattutto i ragazzi delle ultime generazioni hanno bisogno di conoscere in profondità il mondo sensibile. Perché sono troppo distratti dalle tecnologie, dagli schermi. Lo spazio virtuale invade la nostra vita sin dalla nascita. È impossibile sfuggire alla digitalizzazione. Ma a maggior ragione è necessario costruire percorsi formativi volti ad allenare l’intelligenza emotiva. C’è sempre molto tempo da dedicare agli strumenti tecnologici, ma quanto tempo si dedica a coltivare l’emotività del Sé?

Probabilmente non abbastanza da riuscire a bilanciare le proprie competenze con quelle che ricercano le aziende. Forse è per questo che oggi ci sono molte figure di orientamento nel mondo del lavoro. Coach e manager che aiutano i giovani nella ricerca di una professione. Già, perché non basta avere un curriculum di tutto rispetto. Quello che fa la differenza è come si comunicano le proprie esperienze. Come si raccontano le proprie capacità. Come ci si comporta sul posto di lavoro, quanto ci si mostra propositivi, creativi, orientati all’obiettivo.

A questo proposito, in una delle dirette realizzate da Gioia e Guenda Novena, due sorelle milanesi esperte di Risorse Umane e Marketing, si è parlato del ruolo centrale che assume la comunicazione nella ricerca del lavoro. Le abilità comunicative fanno la differenza, eccome. Gioia e Guenda hanno appunto affermato che spesso tra due profili con eguali competenze tecniche, è il candidato più comunicativo che riesce e conquistarsi un ruolo all’interno di un’azienda. Ovvero, il candidato che sa esprimere al meglio il suo valore.

Dunque, cosa manca a questi candidati che pur avendo un’ottima preparazione non soddisfano i recruiter delle imprese? 

Mancano le competenze non cognitive. Non è una colpa, anzi. Si può rimediare attraverso una formazione costante non solo durante gli studi, ma anche dopo. Carattere e atteggiamento sono fattori che possono essere modificati se si ha intenzione di migliorare. Basta avere la consapevolezza dei propri limiti. Poiché a volte l’intoppo sta nel riconoscere dove si sta sbagliando. Vuoi per pigrizia, vuoi perché si fa fatica a guardarsi dentro.

Per favorire questa consapevolezza nelle persone è fondamentale una co-partecipazione tra gli enti formativi e le imprese. Affinché appunto si possa superare questa gap tra quello che offrono i candidati e quello che chiedono le aziende. Ma anche per agevolare chi lavora da anni e magari si sente indietro rispetto a quelle che sono le nuove esigenze lavorative. Non dimentichiamo infatti che la formazione è essenziale non solo per chi cerca lavoro, ma anche per chi un lavoro già ce l’ha. Lo skill mismatch è un ostacolo per la produttività aziendale, ma anche per gli stessi lavoratori che magari non hanno gli strumenti per formarsi.

Nessuno deve sentirsi escluso dagli sviluppi del mercato del lavoro. 

Anzi, è ora di fronteggiare le discriminazioni verso gli altri in base all’età. Non c’è un’età oltrepassata la quale si debba smettere di porsi sfide ed obiettivi. Le difficoltà contro cui ci si imbatte nella ricerca del lavoro o nel miglioramento del proprio lavoro vanno contrastate solo attraverso la continua formazione.

Lifelong learning…l’apprendimento dura tutta la vita!

Emanuela Mostrato

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