Febbraio 25, 2024
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Esiste un confine tra lavoro reale e lavoro finto e riguarda la differenza tra attività produttive e attività inefficienti. Avere un impiego non significa necessariamente essere orientati al risultato. Talvolta si lavora senza motivazione e senza contribuire in alcun modo alla produttività. Questo è il lavoro fake. Quando, invece, si è del tutto assorbiti dalle proprie attività lavorative e la mente è disciplinata al massimo, si ha un impatto positivo a livello aziendale. Ecco, in questo caso si può parlare di lavoro reale.

Come distinguere il lavoro reale dal lavoro finto?

Il lavoro reale ci tiene concentrati in modo continuativo, ci avvolge in un’esperienza di flow (come direbbe lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi), cioè in una condizione di controllo che permette di non perdere di vista gli obiettivi da raggiungere. Si tratta di obiettivi realistici, finalizzati a sortire cambiamenti, a riempire lacune, a migliorare aspetti critici. Insomma, niente fuffa, tanta sostanza. Per capire se stiamo dedicando del tempo a un lavoro vero piuttosto che falso, serve interrogarsi e interrogare gli altri sul proprio percorso di crescita. 

È fondamentale analizzare il proprio lavoro per capire se ci si sta muovendo nella direzione giusta, se ci sono aree da potenziare, competenze da acquisire. Se dall’analisi emergono risultati concreti che registrano un reale sviluppo delle proprie abilità e competenze, si può affermare che si tratta di un lavoro vero.

Ma quando vengono a mancare senso critico e consapevolezza, si finisce nella morsa del lavoro finto, quello che mette a tacere la spinta ad agire. Il lavoro finto spegne l’energia psichica e intrappola le persone in attività ripetitive e inefficaci. Nello svolgimento del lavoro fake non c’è lo scopo. Tutto si scandisce in modo statico, senza apportare vantaggi né a livello individuale che collettivo.

Perché le persone svolgono un lavoro finto? Il carattere e le qualità personali incidono molto sul modo di affrontare il lavoro. Ci sono persone che preferiscono accontentarsi e fare il minimo indispensabile per riempire le ore di lavoro. Altre, invece, che si lasciano assorbire dalle attività, che si focalizzano sul raggiungimento dei risultati e sulla loro crescita professionale. Queste persone fanno esperienza del flow, ovvero si concentrano totalmente sul loro lavoro, provano benessere interiore e hanno una buona capacità di controllo.

“Certe persone sono soddisfatte ovunque, mentre altre continuano ad annoiarsi persino davanti alle prospettive più brillanti”(Mihály Csíkszentmihályi). Va da sé che oltre alle condizioni interne, ci siano anche i fattori esterni che influiscono sul carattere, ovvero ambiente e cultura.

E invece, quali altri fattori influiscono sul lavoro finto all’interno delle organizzazioni?

Ne ho parlato con il mio collega Fausto Iannuzzi, Project Manager in ambito IT. 

Secondo Fausto: «il fake work è quella parte delle giornate lavorative, che fa impiegare tempo ed energie in lavori che corrispondono letteralmente a tempo sprecato e che non portano alcun valore. Che siano rapporti, documenti interni, riunioni, call ed in generale momenti di discussione in cui non c’è alcuna focalizzazione al raggiungimento di un obiettivo.

Tali compiti sono frutto delle inefficienze aziendali, di una cattiva organizzazione o semplicemente hanno lo scopo di soddisfare ed ossequiare altri colleghi, anche come mera manifestazione di un piccolo potere acquisito. Moltiplicando i loro impatti per ciascuna persona coinvolta quotidianamente, si evince che il danno alla creazione di valore e crescita aziendale è incalcolabile»

Ecco spiegato in modo diretto il lavoro fake all’interno delle aziende. È dunque evidente che il lavoro improduttivo sia la conseguenza di mancati obiettivi definiti e condivisi, di una cattiva gestione del tempo e di un’assente analisi del proprio operato. 

Esempi di un lavoro fake sono da riscontrare in chi perde molto tempo nell’organizzare riunioni, in chi sta a leggere e rileggere degli appunti, in chi interrompe spesso le attività per prendersi delle pause.

Invece, il lavoro reale si rispecchia nelle persone che agiscono in modo proattivo e che portano valore all’azienda, sia in senso strettamente economico (ad esempio il buon andamento di un progetto consente un profitto marginale adeguato), sia in senso comunicativo e relazionale. 

Come si può migliorare il proprio lavoro e renderlo produttivo?

L’introduzione di framework specifici, come OKR (Object and Key Results), potrebbero attenuare il fenomeno, in quanto sono volti alla definizione trasparente ed al monitoraggio di obiettivi comuni per le differenti aree aziendali, progetti e singole attività. In questo modo i compiti e le attività inutili vengono messe più facilmente evidenziate ed escluse.

Metodologie e strategie ci sono per rendere il proprio lavoro un’esperienza proficua e gratificante, ma è necessario volerlo ed essere agevolati da ambienti favorevoli e strumenti efficaci. 

Emanuela Mostrato

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