Febbraio 25, 2024
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La collaborazione non prevedeva alcun accordo di beneficenza. Il Codacons riporta la lettera della società sul caso. Ferragni decise in autonomia. La collaborazione non prevedeva alcun accordo di beneficenza. È la risposta, di cui dà conto una nota del Codacons, che la società Mondelez Italia, titolare del marchio Oreo, ha fornito all’associazione dei consumatori sulla iniziativa di solidarietà avviata nel 2020 da Chiara Ferragni, quando l’influencer pubblicizzò attraverso Instagram una capsule collection (cioè una collezione formata da pochi capi coordinati) realizzata in collaborazione con l’azienda Oreo”. A questo punto viene da chiedersi se il modello, lo schema adottato da Chiara Ferragni, legato alla beneficenza sia un vero e proprio metodo.

Con l’iniziativa “Capsule collection limited edition Chiara Ferragni by Oreo” l’imprenditrice, aveva promesso “che il 100% del ricavato delle vendite di tali abiti sarebbe andato in iniziative contro il coronavirus”.

L’associazione riporta la lettera di Mondelez Italia Services Srl: “l’accordo di collaborazione tra Oreo e Chiara Ferragni comportava che la Sig.ra Chiara Ferragni disegnasse un packaging in limited edition di Oreo Double, in vendita da Marzo 2020 per un breve periodo e da noi venduto alla grande distribuzione allo stesso prezzo di cessione del prodotto standard. Contemporaneamente – si legge ancora – veniva creata una capsule collection (linea di abbigliamento in edizione limitata ritraente il biscotto Oreo) a marchio Oreo by Chiara Ferragni”.

Ferragni e la beneficenza

L’analisi delle indagini su Chiara Ferragni e le sue operazioni di beneficenza suggerisce la possibilità di un modello ripetuto in cui i benefici pubblicizzati non corrispondono a quanto effettivamente realizzato. Un esempio specifico è la vendita di una bambola “Chiara Ferragni”, il cui ricavato doveva essere destinato all’associazione “Stomp Out Bullying”. Tuttavia, la CEO dell’organizzazione ha affermato di non aver mai ricevuto denaro da Ferragni né di conoscere l’influencer. Ciò solleva dubbi sulla trasparenza e l’effettività delle donazioni annunciate nelle campagne di beneficenza promosse da Ferragni.

Le indagini in corso che coinvolgono Chiara Ferragni si concentrano su diverse accuse di truffa aggravata. Queste indagini riguardano principalmente su:

  1. Il caso del pandoro “Pink Christmas” di Balocco: Ferragni è indagata per truffa aggravata in relazione a questo prodotto. È stata ipotizzata una pubblicità ingannevole legata alla beneficenza, poiché si sosteneva che parte dei ricavati sarebbe stata destinata a scopi benefici, specificamente all’ospedale Regina Margherita di Torino. Le indagini includono l’analisi di corrispondenza tra lo staff di Ferragni e quello della società Balocco, risalente al 2021.
  2. Le uova di Pasqua “Dolci Preziosi”: Anche in questo caso, Ferragni ha percepito un cachet significativo per la sponsorizzazione di queste uova di Pasqua, mentre la donazione effettiva a enti benefici è stata relativamente modesta.
  3. La vendita della bambola Trudi: Questa edizione limitata, promossa dopo il matrimonio di Ferragni con Fedez, è anch’essa oggetto di indagine. Ferragni aveva affermato che tutti i profitti sarebbero stati devoluti a un’organizzazione no profit per combattere il cyberbullismo.

Il “metodo Ferragni”

Questo modello presenta alcune caratteristiche ricorrenti:

  1. Collaborazioni con marchi noti per prodotti in edizione limitata: Ferragni ha spesso collaborato con noti marchi per creare edizioni limitate o prodotti speciali, come i pandori con Balocco, le uova di Pasqua con Cerealitalia I.D. SpA, la bambola Trudi e la capsule collection con Oreo.
  2. Promesse di donazioni benefiche: in queste collaborazioni, è stato pubblicizzato che una parte o l’intero ricavato delle vendite sarebbe stato destinato a scopi benefici, come la lotta contro il cyberbullismo o il supporto alle iniziative contro il coronavirus.
  3. Discrepanze nelle donazioni effettive: emergono dubbi sulla trasparenza e l’effettività delle donazioni annunciate. Per esempio, nel caso della bambola Trudi, è stato riferito che i ricavati dovevano essere donati all’associazione “Stomp Out Bullying”, ma l’organizzazione ha dichiarato di non aver mai ricevuto tali fondi​​.
  4. Pubblicità ingannevole: le indagini hanno rivelato potenziali incongruenze tra le promesse fatte da Ferragni e la realtà delle operazioni, suggerendo un possibile scenario di pubblicità ingannevole, specialmente in relazione alle campagne di beneficenza​​.
  5. Focus sui social Media: le campagne sono state fortemente promosse sui social media, sfruttando la vasta base di follower di Ferragni per massimizzare l’impatto e le vendite.
  6. Mancanza di trasparenza nelle transazioni finanziarie: le indagini stanno cercando di stabilire se le affermazioni pubbliche di Ferragni riguardo alle donazioni corrispondano effettivamente alle transazioni finanziarie documentate.

Il “metodo Ferragni” sembra caratterizzato da una combinazione di marketing influencer, promesse di beneficienza nelle collaborazioni con i marchi, e potenziali discrepanze tra le dichiarazioni pubbliche e le azioni effettive. Le indagini in corso potranno fornire ulteriori dettagli e confermare se queste pratiche costituiscano un modello ricorrente o meno.

Francesca Rampazzo

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