Giugno 19, 2021
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Era quasi arrivato a casa, dopo aver passato la serata in giro per locali con alcuni amici, quel 2 giugno del 1981. A bordo della sua Volvo 343 grigio metallizzato. Sono quasi le 4 di mattina e Rino Gaetano invade con la sua vettura la corsia opposta. Un camionista che sopraggiunge nell’altro senso di marcia prova a suonare il clacson, ma lo schianto è inevitabile. Gaetano batte violentemente la testa contro il parabrezza, sfondandolo.

Trasportato al Policlinico Umberto I gli vengono riscontrate diverse fratture a cranio e torace

ma la struttura non ha un reparto attrezzato di traumatologia cranica. Il medico di turno si mette alla ricerca di un’altra struttura: contatta il San Giovanni, il San Camillo, il CTO della Garbatella, il Policlinico Gemelli e il San Filippo Neri, inutilmente. Dopo qualche ora Gaetano viene finalmente ricoverato al Gemelli, ma alle sei del mattino muore. Ad ottobre avrebbe compiuto 31 anni.

Per una tragica coincidenza Rino Gaetano nel 1971 aveva anticipato quella che sarebbe stata la sua morte

in una canzone: «La ballata di Renzo» Rino canta una storia simile. L’affannosa ricerca di un posto in ospedale per un ragazzo vittima di un incidente stradale

La strada molto lunga s’andò al San Camillo e lì non lo vollero per l’orario. La strada tutta scura, s’andò al San Giovanni e lì non lo accettarono per lo sciopero

La ballata di Renzo (Rino Gaetano)

Al di la della sua morte Rino Gaetano può essere considerato a tutti gli effetti l’autore di uno dei dischi più importanti realizzati in Italia: “Mio fratello è figlio unico”

Allo stesso modo credo sia evidente quanto sia divenuto, grazie alle sue liriche, parte integrante della cultura popolare italiana. Basti pensare a: “Il cielo è sempre più blu”, “Nuntereggae più”, “Gianna”, “Mio fratello è figlio unico”, “Berta filava”, “Sfiorivano le viole”.

Oggi sembra impossivile che Rino Gaetano nella sua breve vita abbia faticato per farsi conoscere, affrontando i pregiudizi della critica, del pubblico, dei colleghi, dell’ “ambiente” e anche dell’establishment che non vedeva di buon occhio quello strano personaggio che si divertiva a sbeffeggiare tutti, politici compresi, facendo nomi e cognomi e che, anche se praticava il gusto per l’ironia, sapeva raccontare come pochi l’attualità, anche nelle sue pieghe più scure, e soprattutto sapeva trasformare in musica il disagio, la solitudine e l’alienazione.

Eppure è stato cosi, fino a quel festival di Sanremo 1978

nel quale si presentò con in testa una tuba che gli aveva regalato Renato Zero, un elegante frac attillato, papillon bianco, maglietta a righe bianche e rosse e scarpe da ginnastica. Sul bavero del frac portava appuntata una colossale quantità di medagliette, che nel corso dell’esibizione consegnò in parte al direttore d’orchestra e in parte lanciò al pubblico e, come se non bastasse aveva in mano un ukulele.

Cantò “Gianna” e, per la prima volta nella storia del Festival, viene pronunciata la parola “sesso”

Fu come se un extraterrestte fosse atterrato direttamente sul palco di Sanremo prendendo in giro tutti e mettendo a nudo un paese sempre troppo bigotto e mediocre evidentemente incapace di intuirne il genio. Eppure quella sera Rino Gaetano segno un nuovo confine, indicando nuovi percorsi per le generazioni future: il coraggio di sfidare le regole.

Giovanni Scafoglio

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