Marzo 1, 2024
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Tra i red carpet e le proiezioni della 80° Mostra del Cinema di Venezia, serpeggia un interrogativo che rischia di gettare qualche ombra sui volti patinati degli attori: Pierfrancesco Favino è identitario o nazionalista? Il dilemma è nato a seguito di un’interviste nella quale Picchio (come viene chiamato dagli amici ed addetti ai lavori) si è lasciato andare ad uno sfogo inerente il film in concorso sulla vita di Enzo Ferrari, interpretato da Adam Driver. Per Driver non è il primo ruolo da personaggio Italiano, è già stato Maurizio Gucci nella serie “House of Gucci” diretta da Ridley Scott, con Lady Gaga nel ruolo di Patrizia Reggiani. Un caso che sia il protagonista del film preso di mira da Favino? Questo forse resterà un altro interrogativo irrisolto.

Nel frattempo l’eco dalle dichiarazioni di Pierfrancesco Favino ha smosso un po’ le acque chète che manifestazioni come la Mostra del Cinema o La notte degli Oscar cercano da decenni di non far sfociare in maremoti politico-esistenziali. Ovviamente con scarsi risultati. Così come non c’è estate senza tormentone estivo, non c’è manifestazione artistica senza polemica o “scandalo”.

Favino è identitario o nazionalista?

“Assurdo che attori stranieri facciano Ferrari, i ruoli degli italiani dovrebbero farli attori italiani”. Questa frase in sostanza ha scatenato il dibattito e la strumentalizzazione da una parte e dall’altra della politica, dei social e di chiunque abbia visto un tg o letto qualcosa nelle ultime 48 ore. Personaggi come Pino Insegno o Luca Barbareschi, molto vicini alla corrente di maggioranza di chi ci governa non hanno fatto aspettare molto per il loro plauso alle parole di Favino, dichiarando che “ci rappresenta, finalmente qualcuno(del mondo del cinema) che ha il coraggio di dire la verità”. Altri invece, come anche alcuni attori come Edoardo Pesce o Giorgio Tirabassi si sono nettamente dissociati dalla dichiarazione del loro collega e (speriamo ancora) amico.

Pierfrancesco Favino è bravo, e questo è di per se già uno svantaggio. Essere bravi porta inevitabilmente ad essere antipatici ai più e simpatici a chi con la tua bravura vuole fare sfoggio di quanto il tuo paese o la tua famiglia sia stata brava con te. Ma le parole di Favino possono essere considerate sovraniste? Personalmente direi di no.

La polemica scatenata da Favino riguarda lo stereotipo italiano che tanto fatichiamo a toglierci di dosso

Come una coperta di lana puzzolente di naftalina,il prototipo dell’italiano che gesticola, che dice parolacce, magari anche donnaiolo e sempre sorridente al limite dell’imbecille ha stancato. Pierfrancesco Favino è un attore che ha studiato all’Accademia di Arte Drammatica, e che quindi conosce la storia del Cinema italiano, oltre che la storia del suo paese. La sua frustrazione è più che comprensibile di fronte a quella che lui forse reputa un’accozzaglia di stereotipi e imprecisioni. In più parla con cognizione di causa, avendo lavorato in svariate produzioni internazionali ed avendo egli stesso interpretato Craxi in Hammamet di Gianni Amelio nel 2020.

Favino si è detto stupito che nonostante numerosi suoi colleghi come Servillo o Mastandrea, per ruoli di personaggi Italiani vengano scelti attori di un’altra nazionalità

Quindi più che di nazionalismo, credo che si tratti di identità. Come sempre le strumentalizzazioni e le smentite  distolgono da un discorso che sarebbe doveroso approfondire. Favino parla di appropriazione culturale, e di quanto un tema del genere negli altri paesi è molto sentito. Vine da chiedersi perchè se negli altri paesi la storia di un afroamericano, o un cubano o un ispanico può giustamente interpretarla solo chi appartiene ad una determinata cultura, lo stesso non vale anche per altre identità. Vi immaginate Martin Luther King fatto da Di Caprio? Ovviamente no, anzi risulterebbe offensivo e anacronistico.

Favino si è rotto! Chissà forse all’ennesimo “sono Enzio Ferruari”, il suo corpo avrà prodotto tanta di quella bile mal digerita negli anni che non ha potuto far altro che buttarla fuori. Purtroppo correndo il rischio di essere strumentalizzato da chi attraverso le sue parole vuole portare avanti un certo discorso di identità culturale.

Paola Aufiero

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