Dicembre 2, 2022
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Mirko Podico e Stefano Pelloni (Tribal Trouble Painter) sono i creatori di questo progetto di successo presentato ufficialmente l’11 dicembre a Milano presso la galleria d’arte Art Mall. Marks hurt no more ha visto sette donne, operate al seno a seguito della diagnosi di tumore, entrare in contatto con la body art come forma di rinascita e di riscoperta del proprio corpo.

Il risultato è un progetto artistico, editoriale e di supporto composto da 14 foto d’arte, i racconti personali delle ragazze e l’agenda della salute. L’edizione è a tiratura limitata.

Mirko Podico si è occupato prevalentemente del coordinamento e gestione del progetto, mentre Stefano Pelloni ha dipinto le ragazze e scattato le foto. Al progetto hanno collaborato anche Sara Spinello come assistente body painting e casting, e Francesca Bazzoni per la parte storytelling.

Scopriamo di più su Marks hurt no more chiedendo direttamente ai suoi ideatori:

La body art è una forma d’arte che prevede l’uso del corpo come mezzo di espressione; come è nata l’idea di connetterlo con il tumore al seno?

M: “Faccio parte del Rotary Club da generazioni, il volontario e la beneficenza sono parte del mio mondo da sempre. Una sera, in un locale di Ravenna, ho conosciuto Stefano durante una sua performance artistica di body painting e la sua arte mi ha ispirato: ho iniziato a pensare a cosa avremmo potuto fare insieme. Partendo dalla sua tecnica artistica, siamo arrivati al concetto di segni e dai segni a quello delle cicatrici, infine al tumore alla mammella. L’intera idea è stata concepita nell’arco di un anno.”

S: “Il mio primo approccio al body painting è stato dieci anni fa: un’amica con un problema di dermatite mi aveva chiesto di farle delle foto e poi di ritoccarle con Photoshop; le ho proposto di mettere della vernice sui punti dove si sentiva meno sicura, al posto di ritoccare le foto, e alla fine il risultato è stato eccezionale. Una persona può veramente rinascere da questa forma d’arte.”

Trovare le ragazze è stato difficile?

M: “L’aiuto di Sara Spinello, sia in fase di ricerca delle ragazze sia in fase di pittura, è stato prezioso. Una donna può assumere il punto di vista e capire cosa può provare un’altra donna, specialmente quando si parla di una zona delicata quale è il seno, come in questo caso.”

In Marks hurt no more è presente anche una parte testuale dove ogni ragazza parla della sua esperienza personale sia con la body art sia col tumore al seno

M: “La parte testuale, a cura di Francesca Bazzoni, è stata aggiunta in un secondo momento con l’idea di trasmettere più possibile della ragazza nella foto, di far parlare l’immagine. Leggendo quei racconti è possibile rendersi conto realmente del coraggio di queste donne non solo nel posare per questo progetto, ma anche nel condividere il loro percorso con la malattia e come questa le abbia cambiate.”

Stefano, le ragazze hanno pennellate e disegni diversi. Con che criterio hai scelto cosa dipingere?

S: “In quel momento non stavo dipingendo un corpo ma un’anima. La ragazza mi raccontava di lei, dandomi modo di capire quali fossero i suoi pensieri; da lì sceglievo i colori migliori per trasmettere maggior energia possibile. Si creava così una connessione che tagliava fuori la parte razionale. Seguivo i racconti e l’energia della modella e quando finivo di dipingere, la ragazza mi chiedeva “Cosa hai fatto?” io rispondevo “Non lo so, dimmelo tu”. Alcune ragazze si sono riscoperte felici di essere donne e di sentirsi di nuovo belle, felici di essersi lasciate andare a un momento solo per loro.”

Mirko, tu eri lì mentre Stefano dipingeva e hai fatto anche qualche foto. Com’era l’atmosfera?

M: “Ogni ragazza emanava una vibrazione diversa: si passava da una espansività di Ivonne a un candore tenero come quello di Monica, o anche timidezza come Andreea. Percepivi il cambio di vibrazione. Io vivevo il tutto in osservazione perché si creava un’intimità fra Stefano e la ragazza, e non volevo rompere quel momento. Dopo la fase di pittura, infatti, posare è stato un gioco, nel senso proprio di divertimento: le ragazze si lasciavano andare, giocavano, facevano le espressioni, volevano vedere le foto, si ingegnavano. Ho visto tanta incredulità quando, nel vedere le foto, assumevano un’espressione del tipo “Ma quella sono io?” e questa cosa mi è rimasta molto impressa.”

Cosa vi ha lasciato Marks hurt no more?

M: “Mi ha lasciato delle emozioni su più livelli: ricordo di aver pensato “Cavolo, ce l’abbiamo fatta!”. Nonostante il progetto fosse ambizioso e avessi ricevuto dei messaggi di sconforto e di critica, trovarmi col libro in mano è stato pazzesco, ero entusiasta. Da questo progetto porto a casa un’esperienza di condivisione e di vita enorme. Nel mio lavoro di fisioterapista sono a contatto con la gente, ma non a un livello così profondo, mentre in quel contesto eravamo lì: io, Stefano, Sara, le ragazze; è stato un momento di intimità, uno scambio, un dialogo… la trovo una cosa unica.”

S: “Quando il progetto è terminato ho sentito un boost energetico che ha colmato l’ansia iniziale e la paura di non farcela. Questa esperienza mi ha lasciato la voglia di fare ancora, ha spianato ogni probabilità che io mi possa abbattere in futuro. Di mio sono una persona positiva, ma vedere e vivere situazioni di questo tipo ha annullato ogni negatività di pensiero. Pensando alla forza di queste donne, certi pensieri non possono che sparire. Ho voglia di esplorare maggiormente il discorso empatico e di prediligere la performance comunicativa rispetto a una più estetica. Carico di queste esperienze, darei molto più risalto a quel tipo di comunicazione.”

Perché acquistarlo?

M: “Perché sono storie di donne nella quali chiunque può immedesimarsi, chiunque può ritrovarsi a provare quelle sensazioni. Non abbiamo scelto super eroine, ma donne che hanno dovuto affrontare un percorso oncologico e che hanno deciso di donare parte di loro al prossimo, come testimonianza del fatto che nella vita si può rinascere nonostante la malattia.”

S: “Esperienze di vita così intime in arte è difficile trovarle. È molto raro e prezioso. È quello il valore. Il libro racconta cosa può fare un segno su una pelle, quale può essere il potere di un solo segno… Pensiamo a cosa può fare un intero disegno sul corpo. Una malattia non è una cosa che scegli, non è un lavoro. Hai la tua vita normale e questo carico psicofisico dal quale devi emergere da solo. Queste donne sono esempi di forza e coraggio.”

Secondo un sondaggio del Centro Medico Santagostino solo il 46% delle donne effettua una visita senologica di controllo periodica e solo il 15% effettua l’autopalpazione. Questo libro è un messaggio di speranza per tutte quelle donne che stanno affrontando un tumore al seno e come una tempestiva diagnosi possa salvare la vita e alleggerire le cure.

Il progetto Marks hurt no more è a tiratura limitata e al momento disponibile sul sito https://chemioworld.com/prodotto/marks-hurt-no-more/

Col tuo acquisto contribuirai al fondo con Komen Italia per sostenere i/le pazienti durante il percorso terapeutico.

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