Ottobre 25, 2021
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

La condizione sociale di “giovane”  presuppone sempre un confronto con chi giovane non lo è più. Il problema però, è che questo confronto, si trasforma nella gran parte dei casi in scontro. Spesso i ragazzi sono considerati come un mondo parallelo. E così si diffonde il grido sordo dei giovani verso le vecchie generazioni. Si finisce per giudicarsi a vicenda, ognuno con le sue ragioni, ognuno con la sua storia. In fin dei conti però, chi è davvero disposto ad ascoltare? Chi è davvero aperto al dialogo, quello costruttivo ed esente da pregiudizi e stereotipi? 

Le epoche storiche sono differenti le une dalle altre, ed è ovvio che lo siano anche le generazioni che le hanno attraversate. 

Ogni periodo temporale è contraddistinto da avvenimenti che in un modo o nell’altro segnano le persone. La società in cui nasciamo e viviamo, influenza per forza di cose la nostra cultura. Questo però, non giustifica ad essere superficiali verso coloro che non appartengono alla nostra contemporaneità. Né giustifica chi ci ha preceduto a criticare il nostro modo di vivere. Ognuno è il risultato degli eventi sociali e personali che l’hanno visto coinvolto. E se si vuole che la propria storia sia ascoltata, bisogna saper ascoltare quelle altrui.

Nessuno ha una vita meno importante di un’altra. Giudicare un successore o un predecessore non ci rende migliori. Per esserlo però, dovremmo imparare ad attribuire ad ogni generazione un valore. Solo così potrebbe nascere un’osmosi tra quelli del ieri, dell’oggi e del domani. Ed invece, tra Baby Boomer, Generazione X e Millenials, si crea più un conflitto che un incontro. Certo, non sempre è così, ma se si fa riferimento alle critiche di cui i giovani di oggi sono tacciati, lo scontro è lampante.

“Tu non hai vissuto la guerra e la fame, non puoi capire”. “All’età tua già ero sposato e avevo i figli”.“Noi scendevamo in piazza per far valere i nostri diritti, voi vi accontentate”. 

Questi sono solo alcuni dei rimproveri che i più adulti rivolgono a noi giovani contemporanei. Come se fossimo solo dei bambini viziati, che tra consumismo e tecnologie, non abbiamo nulla da raccontare. Ed è proprio da queste critiche che nasce lo slogan ”Ok boomer”. È un simbolo di rivalsa nei confronti di chi crede che i giovani siano nullafacenti e senza ideali. È una reazione contro chi etichetta i giovani come eterni Peter Pan, senza futuro.

Magari rispetto al passato, si può godere sicuramente di più comfort. Il progresso ha migliorato la conduzione della propria vita, ma ci sono anche gli effetti collaterali.

Catastrofi ambientali, capitalismo, privatizzazione dei problemi sociali, depoliticizzazione. Noi giovani, di certo non vorremmo tutto questo. Rispetto a chi ci ha preceduto, dobbiamo lottare di più per far valere i nostri ideali. Dobbiamo costruire quella che il sociologo Zygmunt Bauman, definisce “identità significativa”. Un’identità che sappia affrontare le incertezze del presente, riuscendo a farsi valere tra una miriade di identità. Ed infatti, l’individualismo è l’unico appiglio in una società che vede crollare i valori tradizionali e comunitari.

Il grido silenzioso dei giovani merita l’ascolto delle vecchie generazioni

Per i nostri predecessori era più semplice trovare lavoro, “sistemarsi”, comprare una casa. Non c’era la differenziazione del lavoro, né quella sociale. Le persone avevano meno possibilità di scelta, meno alternative, meno cerchie sociali. Affermarsi e realizzarsi faceva parte di un lineare percorso di crescita.

Oggi, così non è. Probabilmente, è proprio l’eccesso di opportunità che rende complicato costruire il proprio futuro. 

Abbiamo di più, ma non per questo siamo più fortunati. 

A proposito di ciò, ho posto una domanda ad una giovane ragazza di 27 anni. 

Cos’è, secondo te, che gli adulti non capiscono dei giovani?

Non capiscono che la società in cui siamo nati e cresciuti, per quanti benefici possa darci, ce ne toglie tanti altri. Il clima di precarietà in cui siamo costretti a vivere ci rende più distratti, più suscettibili e meno radicati.

Ecco, le vecchie generazioni dovrebbero comprendere che le trasformazioni sociali hanno allungato l’età giovanile e dilatato il passaggio al mondo adulto. Questo però, non significa che i giovani siano dei fannulloni. Anzi. Nel testo “Figli dell’incertezza. I giovani a Napoli e provincia” (a cura di Lello Savonardo), si parla della capacità delle nuove generazioni di reagire con creatività alle incertezze del tempo. L’innovazione è la risposta dei giovani alla frammentarietà dei nostri tempi.

Piuttosto che giudicarli, bisognerebbe parlare della loro “resilienza”, della forza con cui rincorrono un sogno. I linguaggi espressivi, creativi e artistici dei giovani, rappresentano il veicolo attraverso cui essi provano a disegnare il futuro.

Lo scontro generazionale dovrebbe perciò tramutarsi in uno scambio di idee ed emozioni. Sia i “vecchi” che i giovani possono essere fonte di conoscenza ed esperienza.

Tenersi per mano, è il primo passo verso una convivenza armonica ed empatica tra diverse generazioni. 

Emanuela Mostrato

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