Dicembre 2, 2022
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La legge 194 italiana prevede il diritto all’aborto. Ma si tratta davvero di un diritto garantito e sicuro? Purtroppo, in Italia, c’è una percentuale molto alta di medici obiettori, per cui l’interruzione volontaria di gravidanza potrebbe essere un procedimento lungo e pieno di ostacoli. Ostacoli, che non dovrebbero esistere quando si parla di diritti.

La grossissima percentuale di medici obiettori fa si che moltissime donne debbano espatriare per ricorrere all’aborto.

In generale, il numero di aborti in Italia è diminuito anche per via dell’aumento delle vendite dei contraccettivi d’emergenza. Anche grazie all’eliminazione dell’obbligo di prescrizione medica circa la cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo e della pillola del giorno dopo. Infatti, oggi in Italia, un terzo degli aborti avvengono con la pillola abortiva. Quest’ultima si chiama Ru486 ed è stata introdotta nel 2005. Il suo uso sempre più crescente è andato a pari passo con una diminuzione delle interruzioni di gravidanze chirurgiche.

Si è dimostrato, quindi, che questa ha contribuito, insieme ad altri farmaci, alla crescita di aborti farmacologici (36,5% di tutti gli aborti sono farmacologici). Il nostro Paese rimane, comunque, il Paese dove si registra il numero più basso di aborti. Nel 2020 si sono registrate 66.413 interruzioni volontarie di gravidanza, confermando il continuo calo.

Come spiega la dottoressa Beatrice Tassis, Responsabile del Consultorio Familiare della Clinica Mangiagalli di Milano, il dato sempre più basso di aborti è anche dovuto ad una maggiore consapevolezza sull’importanza della contraccezione. Moltissimi consultori si sono occupati di diffondere la “cultura della contraccezione” tra i giovani, promuovendo incontri anche nelle scuole.

Ma chi è che, soprattutto, ricorre all’aborto?

Le donne che si avvalgono maggiormente dell’interruzione volontaria di gravidanza sono, soprattutto, quelle della fascia tra i 25 e i 34 anni (18,2%). Mentre il tasso d’aborto tra le giovanissime, soprattutto minorenni, è calato, ed è rispettivamente il 2,4%. Le cittadine straniere sono quelle che rischiano maggiormente di abortire (32,7%), rispetto a quelle italiane (21,2%). Tuttavia, anche per loro, il tasso di interruzione volontaria di gravidanza è sceso.

Anche il numero degli obiettori sull’aborto è diminuito ma le percentuali rimangono comunque altissime. 2 ginecologi su 3 e quasi un’anestesista su 2 sono obiettori.

In alcuni ospedali si raggiunge anche il 100% di medici obiettori. Sono dati allarmanti. Le regioni, in Italia, in cui in almeno un ospedale ci sia il 100% di medici obiettori sono 11: Abruzzo, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto. In altre regioni, come il Molise, più del 94% dei ginecologi si dichiara obiettore. Così come in Puglia, dove, in alcuni ospedali, più del 90% dei medici è obiettore.

Questo nonostante il fatto che ci dovrebbero essere sufficienti figure professionali che dovrebbero garantire alle donne il diritto all’aborto.

A causa di questo, infatti, sono numerosissimi anche gli aborti clandestini. A questo proposito, viene utilizzato moltissimo il farmaco anti-ulcera, misoprostolo, che provoca contrazioni uterine. Ma questo metodo potrebbe risultare molto pericoloso se non usato correttamente. Secondo le analisi eseguite nel 2012 il numero di aborti clandestini per le donne italiane fu stimato essere tra 12.000 e 15.000. Fortunatamente, la situazione è nettamente migliorata rispetto al passato.

Moltissime donne sono costrette a fare lunghi viaggi per abortire. Molte, addirittura, fuori dall’Italia.

Qualche anno fa il giornale ilfattoquotidiano ha pubblicato la storia di Federica, una ragazza che nel 2020, poco prima del lockdown, è dovuta andare prima in Svizzera e poi in Francia per riuscire ad interrompere la gravidanza. Per di più, il feto aveva anche una grave malformazione. Ma la sua è, chiaramente, una delle tante storie.

La maggiorparte delle donne italiane vanno in Inghilterra, Spagna e Olanda per ricorrere all’aborto.

Sono tantissime le testimonianze raccolte dalle associazioni e dagli stessi operatori sanitari di donne che decidono, per svariati motivi, di abortire fuori dall’Italia. La strada, però, è lunga. Soprattutto durante l’emergenza Covid-19 che ha reso tutto il procedimento di interruzione di gravidanza più difficile.

Le numerose testimonianze mettono in risalto l’estrema difficoltà anche per quanto riguarda l’aborto in casi di malattie o di malformazioni del feto. Anche in questi casi, dove la donna è praticamente costretta ad interrompere la gravidanza ci sono tantissimi ostacoli.

Le donne che non riescono ad abortire nella propria regione, vanno in altre e se non riescono neanche li sono costrette ad uscire dal Paese. E non è neanche detto che all’estero la strada sia dritta e spianata.

In pratica, bisogna arrangiarsi. La maggior parte dei operatori sanitari non consiglia ne aiuta quando si tratta di una questione delicata come questa. Quindi, il lavoro spetta a te: un po’ trovi su internet e un po’ per passaparola.

Per non parlare dei costi.

I costi possono essere molto elevati. Si può andare anche fino ai 4000 euro, come in Belgio. Escluse le spese del viaggio. A viaggiare sono anche donne che non sono riuscite ad interrompere la gravidanza nel primo trimestre. Questo, perché in Italia, la legge 194 prevede che si possa abortire entro un limite di 12 settimane, mentre in altri Paesi europei non si hanno limiti specifici. Ad esempio, in Spagna il limite è 14 settimane, in Inghilterra è 24, in Olanda non esiste un limite specifico, in Svezia è di 18 settimane, mentre in Norvegia 22.

Un gruppo di ricerca dell’Università di Barcellona, nel 2016, ha registrato più di 6000 donne provenienti da diverti Paesi europei che sono andate ad abortire in Inghilterra e in Olanda. Si è analizzato attraverso un campione che la ragione principale che spinge le donne Italiane all’espatrio per l’aborto è l’età gestazionale. Molte donne si sono rese conto di essere incinte tardi, oppure hanno deciso di interromperla quando erano quasi vicine al limite. E le ragioni sono molteplici. Tra cui la scarsa informazione e l’accesso ai servizi.

Queste barriere sono specifiche per l’Italia. Infatti, non stupisce se la Francia e altri paesi hanno innumerevoli siti istituzionali e numeri verdi nazionali per l’aborto.

Ma qui in Italia questi problemi non vengono mai alla luce e non si dedica un’attenzione specifica a questo fenomeno. Si giustificano le differenze sempre attraverso la causa di “legislazioni diverse”.

Potrebbe essere tutto più semplice. Potremmo vivere davvero in un Paese che fa di tutto per garantirci un diritto e lotta sangue per farlo valere. Ma, come al solito, ci lascia da sole a pagare un prezzo molto alto.

Alexa Panno

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