Dicembre 2, 2022
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

“Dovete capire

che nessuno mette i suoi figli su una barca

a meno che l’acqua non sia più sicura della terra”.                   

“Casa”, Warsan Shire.

Nessuno va via da casa per affrontare qualcosa che potrebbe assomigliare alla morte, a meno che la morte non voglia entrarti in casa per forza.

“Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”- verso qualcosa che assomiglia alla morte

Stando ai dati forniti da Oim* solo nel 2022 sono oltre 1400 le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo. Millequattrocento, ovvero quattordici volte cento, ventotto volte cinquanta. Per noi numeri che si sommano, si moltiplicano e, tristemente, si dividono da una vita che non hanno scelto, da un destino che li ha ingannati. È più semplice la prospettiva di chi si trova dalla parte del mondo dei “più fortunati” ma per parenti, amici e conterranei non sono semplicemente numeri da inventario ma volti, storie, tradizioni, emozioni e speranza di futuro. “Per tutti il dolore degli altri è dolore a metà” cantava il grande De André in Disamistade descrivendo la grande solitudine della vita umana. Condizione, questa, che esiste da quando l’uomo ha messo piede su questo posto un po’ strano e un po’ imprevedibile, chiamato terra.

*Organizzazione internazionale per le migrazioni

Un passo indietro – verso qualcosa che assomiglia alla morte

La scorsa settimana, il 3 ottobre, si è ricordata la tragedia avvenuta nel 2013, non lontano dalle coste di Lampedusa. Ma ritorniamo per un attimo a quell’episodio: ci sono tre imbarcazioni al largo che cercano soccorso, le prime due vengono individuate mentre il buio impedisce la visione della terza. I migranti di quest’ultima pensano che l’unico modo per essere visti sia quello di essere illuminati da qualche fonte di luce. Allora bruciano una coperta, ma presto le fiamme sfuggono al controllo e divorano la barca stracarica di persone. Tutti si gettano in mare ma delle 523 persone solo 155 rivedranno la luce; gli altri, fra cui 9 bambini, lasceranno alle acque il proprio corpo, alcuni di loro per sempre.

Dal 2016, il 3 ottobre è diventata Giornata nazionale della Memoria e dell’Accoglienza, per ricordare le vittime del mare e sensibilizzare le persone al tema dell’immigrazione.

Dati che fanno riflettere – verso qualcosa che assomiglia alla morte

Nessuno chiede come tomba il mare, come causa della morte la fame, la sete, l’asfissia, un barcone ribaltato, eppure il Mediterraneo dal 2014 ha già inghiottito quasi 25.000 migranti. Questi numeri non includono le morti invisibili, di persone senza un corpo su cui piangere, di cui nessuno sa, di cui nessuno porta il conto. Ma come mai così tante morti? Il dato che fa riflettere è che la rotta migratoria che conduce alle nostre coste è in assoluto la più pericolosa al mondo ed è anche la più utilizzata per accedere all’Europa. Il triangolo Lampedusa, Libia e Tunisia mangia migranti provenienti principalmente da Tunisia, Egitto, Bangladesh, Afghanistan e Siria. A quanto pare, nella maggior parte dei casi sono pochissimi i canali d’ingresso sicuri e legali. Coloro che, costretti da cause di forza maggiore intendono raggiungere l’Europa, devono trovare modi e vie alternativi che risultano però irregolari e privi di garanzie.

In quali condizioni?

Ma in quali condizioni? Trattati come animali, piegati come schiavi, denigrati con sguardi di abominio e azioni di odio; come se partire per sfuggire alla guerra, al terrorismo, alla carestia, allo stupro, alla morte che bussa ogni giorno alla porta, fosse una colpa. Eppure tutto quello che subiscono dopo sembra meglio, è preferibile all’inferno indicibile da cui scappano.

Con l’anima strappata e caricata in spalla, disposti a dare tutto quello che hanno, intraprendono viaggi odisseici. Non guardare indietro, nessuna assicurazione su quello che li aspetta. Fame, sete, violenza, mancanza di qualsiasi tipo di cura sono il comune denominatore delle condizioni a cui sono costretti sui barconi. Su questi regna una sorta di selezione darwiniana, in base alla quale solo i più forti, i più resistenti, i più abituati, o semplicemente i più ‘fortunati’, si salvano. Sono vite che scampano alla morte, come una sorta di battaglia all’ultimo sangue; persone che conoscono la paura di non farcela, “perché lui\lei, così vicino a me, non ce l’ha fatta”.

Si può risolvere il problema?

Si può risolvere il problema? Come? Alcuni sono favorevoli ad accettare qualsiasi metodo, anche illegale per aiutare costoro a sfuggire a un così triste destino, (anche se poi, in tal modo il loro sfruttamento è dietro l’angolo). Altri, al contrario, pur di non vedere ‘invaso’ il proprio paese sarebbero capaci di lasciarli in mare, altri ancora li riporterebbero nelle loro terre bruciate dal fuoco e dal sangue dei popoli che le abitano. La questione è sicuramente complessa, non risolvibile in tempi immediati, ma l’istinto umano vestito di empatia ci porta in una sola direzione.

Larissa Murru

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