Aprile 16, 2024
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

Le autorità ucraine, lo scorso febbraio, hanno bloccato e censurato l’attività di tre giornalisti italiani nel riportare le loro indagini sulla guerra tra Russia e Ucraina. I tre giornalisti sono Salvatore Garzillo, Andrea Sceresini e Alfredo Bosco. Questi ultimi, inoltre, si occupano da diversi anni del territorio ucraino e si tratta di giornalisti autorevoli e competenti. L’accusa principale è stata quella di essere “collaboratori del nemico”.

Durante una guerra è normale che molti giornalisti siano costretti a bloccare la loro attività perché sospettati di essere delle spie.

Uno dei bersagli della guerra è la libertà dell’informazione e quanto questa riesca a circolare liberamente. È molto semplice, infatti, ricadere nelle fake news. Per questo, la prima vittima della guerra è proprio la verità. Il giornalismo entra, così, in un circolo vizioso che lo porta ad essere considerato parte integrante di tattiche e strategie, invece che essere un’attività necessaria per diffondere le notizie in modo professionale.

A causa di ciò, il sospetto da parte delle autorità ucraine circa i tre giornalisti italiani è lecito e comprensibile. Inoltre, c’è un forte sentimento di vendetta da parte dell’Ucraina, specialmente dell’esercito, dopo la polemica scaturita nel 2014, durante la guerra nel Donbass, per l’uccisione del fotoreporter Andrea Rocchelli. Visto che soltato pochi gionalisti free lance che si trovavano sul luogo in quel momento hanno riportato la notizia.

I servizi segreti ucraini hanno accusato i tre giornalisti italiani di essere spie russe e di stare facendo il doppio gioco.

Al telefono, il giornalista Bosco ha raccontato a Wired: “In maniera ufficiosa sappiamo che la nostra colpa è aver lavorato, in passato, nei territori separatisti filorussi. La mentalità diffusa in Ucraina è che se racconti le repubbliche secessionistiche allora fai implicitamente o esplicitamente propaganda per loro, le sostieni.” Aggiungendo che un ruolo cruciale nella blacklist lo hanno avuto anche i fixer, cioè quelle persone che accompagnano i reporter al fronte, o lavorando anche come traduttori.

Spesso, in questi casi, il loro ruolo viene frainteso pur essendo professioni assolutamente legittime. Banalmente anche se un giornalista riporta una frase elogio dell’Unione Sovietica detta da un soldato russo in battaglia. È una frase estrema. È una frase del nemico, certo. Ma il reporter ha il compito di riportarle in ogni caso, proprio perché è il suo lavoro. Per questo, alcuni fixer ucraini segnalano i giornalisti sospetti. In questo caso, i nostri tre reporter connazionali.

Il rischio, così, è anche quello di far cadere sempre più lettori dalla parte del sospetto e, di conseguenza, non fidarsi più del giornalismo. 

Bosco racconta anche come i commenti sotto ogni intervista che li riguarda si riferiscano a loro come “giornalisti italiani che hanno sposato ideologicamente la propaganda russa.” A parer mio è un modo totalmente sbagliato di far intendere le notizie. Perché questi non sono fatti ma pregiudizi. I tre giornalisti hanno raccontato il Donbass ma hanno anche visto cos’è successo sul lato ucraino e volevano raccontare il conflitto, ovviamente, da entrambe le parti.

Ancora più scioccante è stato il silenzio del governo italiano dopo l’accaduto.

Le testate giornalistiche italiane, inclusa la Rai, hanno fatto pochissima notizia al riguardo. E questo perché? È qualcosa di voluto o si tratta di una dimenticanza? Purtroppo, questa è una domanda che ancora sorge e alla quale non avremo mai una risposta chiara. Questo chiaramente, di conseguenza, fa sapere molto poco la notizia anche a livello internazionale. Il che è estremamente importante.

Il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Frantoianni ha dichiarato:

“Nei giorni scorsi alcuni giornali e le loro associazioni sindacali hanno denunciato che alcuni giornalisti italiani sono bloccati in Ucraina dalle autorità e dai servizi di sicurezza, ed è impedito loro lo svolgimento del proprio mestiere. Data la delicatezza della situazione, ho anche annunciato sulla vicenda un’interrogazione parlamentare perché vogliamo sapere dal governo italiano cosa sia effettivamente accaduto e cosa stia facendo per sbloccare la situazione, a tutela dei nostri concittadini, e a difesa della libertà di informazione.”

Successivamente, hanno chiesto al ministero degli Esteri di attivarsi al più presto, anche per garantire ai tre connazionali condizioni di sicurezza, in modo da poter svolgere al meglio il loro lavoro. Il 14 febbraio le autorità ucraine hanno rilasciato il reporter di fanpage, Salvatore Garzillo, presso la frontiera con la Polonia. Sceresini e Bosco, invece, si sono spostati a Kiev, rinchiusi e in attesa di interrogatori.

I tre giornalisti hanno potuto lasciare l’Ucraina solamente dopo 19 giorni.

Finalmente, sabato 25 febbraio i reporter sono riusciti a tornare dall’Ucraina. A dare la notizia, è stata la loro avvocata Alessandra Ballerini. Le autorità di Kiev hanno dato la comunicazione nel primo pomeriggio senza fornire alcun tipo di spiegazione. Fa capire, quindi, che il pensiero della collaborazione col nemico rimane, nonostante non sia mai stata supportata da prove.

I reporter non potranno più tornare in Ucraina. È probabile che la loro liberazione sia frutto di un’attività diplomatica da parte del governo italiano. Questo per non dilungare troppo la situazione e per evitare che diventasse troppo antipatica anche a livello internazionale.

È chiaro come questo episodio rappresenti una delle pagine più buie per il giornalismo italiano.

Anche e soprattutto per come i media hanno trattato e raccontato la notizia. Dobbiamo diventare una realtà solida e che si faccia rispettare, e questo deve partire prima di tutto a livello nazionale. In modo da difendere il giornalismo e il modo da far capire che il diritto di far informazione, soprattutto in questi casi, è un diritto sacrosanto.

Alexa Panno

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