Marzo 4, 2021
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In questo periodo storico che precede una pandemia mondiale, ancora non estinta del tutto,  la percezione del lavoro sta mutando.  Lo smart working e il telelavoro hanno assunto un ruolo imprescindibile. Tuttavia, non è stato semplice far funzionare l’economia quando tutte le attività commerciali erano ferme. L’emergenza sanitaria, infatti,  ha suscitato nei lavoratori uno stato di paura e di confusione. Soprattutto nei casi in cui non è stato possibile lavorare in modalità agile.  Ecco perché in molti hanno perso il lavoro. Altri hanno dovuto reinventarsi. Altri, in preda al timore di essere licenziati, hanno trasformato il proprio lavoro in un’attività quasi compulsiva.  Insomma, il confine tra smart working e ‹‹panic working›› è stato ed è sempre più sottile.

Sebbene la situazione in Italia sia migliorata e il numero dei casi contagiati non sia più allarmante, resta negli individui l’ansia di essere nuovamente bersagliati da un indomabile virus. Sicuramente – come già avevano ipotizzato alcuni intellettuali – c’è chi sembra aver dimenticato già tutto. Il Coronavirus non ha instillato in tutti la consapevolezza che la vita è imprevedibile. Non tutti hanno compreso che, a volte per non metterla in pericolo, bisogna essere più responsabili e meno superficiali.  Ciò non vuol dire vivere ogni giorno con l’ansia che qualche evento negativo possa abbattersi su di noi. Significa imparare dal passato e non commettere più gli stessi errori. Vuol difendere la propria vita, quella degli altri e soprattutto vuol dire avere cura del mondo che consegneremo alle generazioni future.

Dal punto di vista lavorativo, non è da trascurare il fatto che il lockdown abbia avuto un impatto psicologico rilevante sugli individui. Il lavoro rappresenta per tutti un diritto inalienabile, a maggior ragione in una società consumistica, dove non basta il semplice sostentamento per stare bene. È dunque comprensibile che avvertire la minaccia della perdita del proprio lavoro, è destabilizzante. Ecco che entrano in gioco i meccanismi di difesa che il soggetto attiva quando vuole tutelarsi da minacce esterne.  A tal proposito, molti lavoratori per schivare la possibilità di restare senza il proprio contratto di assunzione, si sono sovraccaricati di work task .

L’emergenza sanitaria ha suscitato nei lavoratori uno stato di paura e di confusione. Il confine tra smart working e panic working è sempre più sottile.

Lavorare con un ritmo serrato è diventato per alcuni individui un imperativo.  Ovviamente non è questa la giusta risposta a uno stato di ansia. Si rischia così di lavorare tanto, ma non necessariamente bene. Soprattutto, si può incorrere in uno stato di cosiddetto burnout, ovvero di esaurimento nervoso ed emotivo. Il burnout è circoscritto solo alla vita lavorativa: l’OMS lo definisce, infatti, un “fenomeno occupazionale”. Per cui, arrovellarsi per dimostrare la massima produttività, può essere talvolta nocivo per il lavoratore. Quest’ultimo dedicandosi alle sue attività in modo ansiogeno e assoluto, finisce per alienarsi

Di certo, questo meccanismo di difesa non è adeguato per scongiurare la paura. Bisognerebbe imparare a gestire l’ansia, razionalizzare piuttosto che agire in maniera estrema. Subissarsi di lavoro per tenerlo stretto a sé, è una decisione insana. D’altra parte, per conseguire obiettivi professionali e per essere produttivi, occorre anche riposare la mente dagli impegni della vita quotidiana. Non a caso, si è più efficienti quando si è riposati psicologicamente. L’individuo non può eseguire delle buone performance se versa in uno stato di panico e di stress psico-fisico.

A dire il vero, nel mondo post Covid 19, si spera di vivere il lavoro con più tranquillità. Le professioni digitali stanno aumentando e questo consente di godere di più dei propri spazi. Le modalità di lavoro smart sono appunto intelligenti e favorevoli al lavoratore “nomade”.

L’importante però, è rendere le attività digitali parallele e non sostitutive a quelle umane.  La crescita professionale e umanistica del lavoratore è legata anche al suo habitat lavorativo e alle interrelazioni che lì vengono a costituirsi.  Siamo ‹‹individui in situazione›› direbbe lo psicologo William James (1842-1910) : senza legami sociali e senza emozioni non possiamo esistere.

Emanuela Mostrato

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