Febbraio 25, 2024
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Il 14 di febbraio per tutti è il giorno di San Valentino, il giorno degli innamorati, delle cene, dei regali, del romanticismo… Il 14 febbraio per me è una data diversa, che amo celebrare in maniera particolare da venti anni a questa parte… venti anni, cavoli, sono già passati venti anni.

Ho il mio rito. Mi siedo nel mio studio, metto su della buona musica mentre mi preparo un sigaro rigorosamente cubano e mi verso da bere del buon rum. E brindo! Brindo a uno dei miti più grandi, amati e discussi del nostro dopoguerra, morto il giorno di San Valentino di quindici anni fa.

Ho questo ricordo di Marco Pantani, lui che si alza sui pedali, soffre, sotto il sole, la maglia bagnata di sudore, il corpo che diviene sempre più magro a ogni pedalata, è una volata. È solo, in testa, il volto deformato dal dolore, si gira per guardarsi le spalle. Ha staccato tutti. L’osservo in diretta TV. La telecamera stringe sul suo volto, sembra un Cristo dal cranio rasato, velato di sudore alla fine della sua via crucis. Il 14 febbraio 2004 moriva Marco Pantani.

E mentre sono assorto in questi pensieri quasi lo vedo Marco. Anzi, lo vedo. Mi parla. Lo ascolto.

Il mio ultimo ricordo è quello del mio corpo. Abbandonato dalla mia anima. Non ho altri ricordi di quel momento. Anzi, sbaglio. Dovrei dire che ho ricordi confusi e poche emozioni, sento dolore e distacco. Bada bene, non un dolore fisico ma qualcosa di diverso. È il distacco. Il distacco dal mondo. Un dolore diverso al quale non ero preparato.

Eppure noi ciclisti siamo abituati al dolore. Viviamo nel dolore. Impariamo a superarlo, anche quelli che ti spaccano il cuore in mille pezzi e ti tolgono la voglia di vivere.

Hai presente?

Nessuno ha il coraggio di dire la verità: gente come noi, che viene dal basso, che ha dovuto lottare per ogni centimetro di vita che ha percorso, a cui nessuno ha mai regalato nulla, gente come me… certi dolori non li supera. Semplicemente con il tempo trova la forza di sopportarne il peso.

Come la solitudine a cui siamo condannati e a cui ci abbandoniamo quando ci rendiamo conto che, raggiunto il successo, sono tutti amici, tutti pronti a darti pacche sulle spalle, a sorriderti, per poi abbandonarti quando non servi più.

È buffo, ho lasciato il mio corpo il giorno dedicato all’amore, una ricorrenza ricca di “ti amo” e dediche d’amore su bigliettini, regali, palloncini. Ah, quel che davvero vedo, ora, è gente che nasconde la polvere sotto al tappeto.

Ho avuto due grandi amori nella mia vita

Due grandi passioni. Il ciclismo e una ragazza. E quando spingevo sui pedali o ero tra le sue braccia, anche il concetto di solitudine diventava gioia. Sai, la passione non andrebbe mai lasciata sola, perché un cuore colmo di passione conosce quello che la maggior parte delle persone ha dimenticato. E lei questo lo intuì al nostro primo sguardo.

Giovanni Scafoglio

Tratto da il romanzo: Il Sacro Profano

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