Luglio 14, 2024
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Tra le tracce d’esame della maturità 2024, è stato proposto agli studenti “L’elogio dell’imperfezione”, opera della scienziata Rita Levi Montalcini. Un tema che si discosta dalla cultura imperante della società attuale, ovvero quella della perfezione e della performance. Viviamo un tempo in cui i giovani rincorrono l’eccellenza e il risultato migliore perché angosciati da una quotidianità che li pone in costante competizione con gli altri. Peccato però, che a furia di inseguire una perfezione inesistente, dimenticano di essere felici, di ascoltare i propri desideri e di essere fedeli alle proprie passioni. Per questa ragione, l’elogio dell’imperfezione andrebbe diffuso – come un mantra – a partire dall’età evolutiva.

Se ai bambini non si insegna che i limiti e le cadute sono tratti inevitabili di un’esistenza, come possono diventare adulti equilibrati e appagati?

L’elogio dell’imperfezione è un’opera sulla vita privata e professionale di Rita Levi Montalcini, è un lavoro che riflette l’importanza di accettare e riconoscere i propri limiti. E per farlo è necessario conoscersi, volersi bene ed essere consapevoli della propria unicità. Per la scienziata, l’imperfezione rappresenta una “fonte inesauribile di gioia“, un tratto distintivo della natura umana, che arricchisce e fa crescere. Questo pensiero andrebbe assorbito dai primi anni di vita affinché sia possibile entrare a far parte del mondo degli adulti senza avere una perenne ansia di eccellere. 

Troppo spesso ci si imbatte in storie di giovani spaventati dall’idea di non compiacere i genitori, gli insegnanti, i responsabili sul luogo di lavoro. Storie di ragazzi e di giovani adulti che hanno paura di deludere le aspettative altrui, ignorando però che la loro unica preoccupazione dovrebbe essere quella di non deludere sé stessi. Non si viene al mondo per “accontentare” qualcuno. Si viene al mondo per avere la libertà di esprimersi e di compiere il proprio destino. 

Gli inciampi, le sbavature, le rotte a zig zag sono la parte più fioriera di un’esistenza, perché nessun percorso lineare può lasciare tracce significative per la propria crescita. Se invece si fa esperienza della durezza della vita, della sua imprevedibilità e della sua “finitudine”, si farà di riflesso esperienza dei propri limiti. A proposito di limiti, lo scrittore Alessandro D’Avenia nel libro “Resisti cuore”, osserva:

Quando siamo al limite, abbiamo la possibilità di salvarci se in quella condizione vediamo la via del ritorno alla nostra centralità. Tutto quello che creo nasce dal “senso del limite”: scrivere, insegnare, raccontare a teatro, fare amicizia, amare…sono tutti frutti del rispondere alla chiamata della vita con altra vita”. 

D’Avenia in queste parole vuol comunicare che l’imperfezione non è una nemica, anzi è una risorsa, è fonte di creatività e di energia. Non può e non deve essere motivo di frustrazione, perché solo quando si è consapevoli di essere imperfetti, diventa possibile aprirsi all’Altro e tessere legami che arricchiscono. 

Da solo l’uomo parla al deserto. Insieme ad altri uomini curiosi e non arresi, costruisce ponti e speranze” (Paolo Crepet, Il coraggio). 

L’imperfezione come misura di tutte le cose

Celebrare l’imperfezione significa comprendere che la soddisfazione personale non deriva dalla riuscita, ma da ciò che ci appassiona, dalla possibilità di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. E anche dall’opportunità di condividere la conoscenza sbarazzandosi del peso della competizione.

L’opera di Rita Levi Montalcini riecheggia il pensiero dei greci secondo cui per raggiungere l’equilibrio e la felicità è fondamentale conoscere i propri pregi e i propri limiti. E per acquisire questa conoscenza bisogna avere il senso della misura, proprio come consigliava Orazio: “Est modus in rebus”, ovvero “vi è una misura in tutte le cose”. Con questa espressione, il poeta invita ad agire con moderazione, evitando di inciampare nel troppo o nel troppo poco.  

Avere misura significa conoscere i propri spazi e i propri confini , avere rispetto per sé stessi e per gli altri. Per raggiungere il senso della misura è essenziale “misurarsi” con l’Altro e non per mettersi in competizione, ma per tessere legami generativi e riempitivi. Bisogna essere consapevoli che inseguire gli eccessi e la perfettibilità non rende felici, ma solo piegati in due nel tentativo di assecondare gli stereotipi proposti dalla società contemporanea.

E allora occorre proporre più spesso l’elogio dell’imperfezione, occorre ricordare sovente ai bambini e ai giovani che ciò che conta è la sostanza non la forma. Serve insegnare agli studenti che essere propaggine di qualcun altro li renderà infelici. 

L’unica missione dei giovani è quella di incarnare l’autenticità della loro voce interiore, rifuggire dalle convenzioni sociali e credere con ardente slancio nei propri sogni.

Emanuela Mostrato

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