I cani non hanno mai avuto bisogno di un contratto discografico per entrare nella storia della musica. Bastano i loro occhi, che ti guardano quando sei disfatto dopo un tour o quando credi di aver toccato il cielo con una nota. Sono più sinceri di qualsiasi amante, più fedeli di qualsiasi fan, più presenti di qualsiasi amico umano. Nei dischi dormono sotto forma di nomi, di ricordi, di abbai che diventano ritornelli. Perché se la musica è la colonna sonora della vita, il cane è l’unico che ti resta accanto quando la puntina del vinile salta e il pubblico se n’è già andato e tu sei rimasto solo… …come un cane. Ecco dunque dieci canzoni dedicate ai cani.
Dieci canzoni dedicate al miglior amico dell’uomo
Martha My Dear – The Beatles (1968)
Ottobre 1968, i Beatles sono al collasso e Paul McCartney scrive un pezzo non a una donna ma a Martha, la sua femmina di Bobtail (Old English Sheepdog). La canzone nasce da un esercizio al piano, diventa un vaudeville orchestrale con gli archi di George Martin, mentre Paul registra da solo piano, basso, batteria, chitarra e voce. Nel testo sembra rivolgersi a un’amante distratta, ma in realtà parla al cane che lo segue ovunque, l’unico a non tradirlo quando la band esplode in rancori. “You silly girl, look what you’ve done” è un rimprovero ironico che nasconde l’affetto per quell’ombra fedele a quattro zampe. In un album dominato da solitudini e fratture, “Martha My Dear” fotografa McCartney isolato e malinconico, con Lennon già risucchiato da Yoko e Ringo pronto ad andarsene. Il brano suona leggero ma porta addosso la polvere della fine, la quiete prima del crollo definitivo. Martha resterà nella sua vita per anni e diventerà un simbolo domestico dentro la leggenda. Nel 1993 un altro Bobtail, Arrow, finirà sulla copertina di Paul Is Live. Un cerchio che si chiude con un cane al posto dei Beatles.
I Love My Dog – Cat Stevens (1966)
Prima di diventare Yusuf Islam, prima delle svolte spirituali e delle prediche, Cat Stevens era un ragazzo londinese che scriveva canzoni come un diario sporco d’inchiostro. “I Love My Dog” è il suo singolo d’esordio del 1966, un pezzo che sembra semplice ma che nasconde una verità feroce: il cane non ti tradisce, non ti volta le spalle, non ti lascia per un contratto più vantaggioso. Stevens lo canta con voce giovane, ma già graffiata di malinconia, e lo veste con un arrangiamento pop-folk che strizza l’occhio all’America. In quel testo c’è un manifesto: l’amore umano è condizionato, quello per il cane è assoluto. Non a caso la melodia è presa in prestito da “The First Cut Is the Deepest”, canzone di Billy Nicholls, e diventa il tappeto su cui Stevens incide la sua dichiarazione d’amore a quattro zampe. È la prima prova pubblica di un autore destinato a dominare la scena folk-rock degli anni ’70. E dentro c’è già la scintilla della sua scrittura: diretta, intima, senza filtri. Il cane, nel 1966, diventa il miglior amico che gli apre la strada alla carriera.
Hound Dog – Elvis Presley (1956)
Estate 1956: Elvis Presley incide “Hound Dog” e la trasforma in una detonazione che segna l’inizio del rock’n’roll come fenomeno di massa. Il pezzo non nasce con lui: l’originale era stato registrato da Big Mama Thornton nel 1952, con rabbia blues e voce graffiata. Elvis ne fa un’altra cosa, lo ripulisce e lo porta in tv, davanti a milioni di americani che lo vedono scuotere i fianchi come un animale in gabbia. “You ain’t nothin’ but a hound dog” non è un complimento al cane, è un insulto a un amante infedele, ma la metafora funziona: il cane diventa simbolo di desiderio e di inganno. Quel singolo vende oltre dieci milioni di copie e sbriciola il confine tra bianco e nero, tra musica da ghetto e consumo popolare. È scandalo, erotismo, paura dei benpensanti. Ogni abbaio della chitarra elettrica è una pugnalata all’America puritana. In quel momento Elvis diventa mito e “Hound Dog” resta il cane che non smette di ringhiare alla storia della musica.
Who Let the Dogs Out – Baha Men (2000)
Estate 2000, le radio e gli stadi esplodono con un ritornello che sembra uscito da un cortile in delirio: “Who let the dogs out? Woof, woof, woof”. I Baha Men, band delle Bahamas, prendono un brano scritto da Anslem Douglas e lo trasformano in tormentone planetario. Non è una canzone sui cani, ma sugli uomini che si comportano come tali: in discoteca, ubriachi e invadenti, pronti a ringhiare più che a ballare. Il testo è una critica travestita da festa, un modo per dire che i veri “cani” sono i maschi molesti che rovinano la notte alle donne. Vince un Grammy come miglior canzone dance, entra nelle colonne sonore di film e nello sport diventa coro da stadio. È trash e geniale allo stesso tempo: sotto l’abbaiare da cartoon c’è un pezzo che fotografa perfettamente l’inizio del nuovo millennio, quando bastava un ritornello ossessivo per trasformare un disco in fenomeno mondiale.
Black Dog – Led Zeppelin (1971)
1971, apertura di Led Zeppelin IV. Una voce che ringhia “Hey, hey mama” e un riff che entra come un colpo di frusta: è “Black Dog”, il brano che diventa subito manifesto del rock duro. Il titolo non ha niente di poetico, viene da un labrador nero che gironzolava nello studio di Headley Grange mentre la band registrava. Jimmy Page costruisce un riff storto, ipnotico, che va contro la voce di Robert Plant, creando una tensione continua. Il testo è ossessione pura, desiderio carnale, un uomo che non riesce a liberarsi della dipendenza da una donna. È il cane nero del sesso e della fame, che ti azzanna e non ti lascia più. In quella traccia c’è l’essenza dei Led Zeppelin: sudore, volgarità e magia nera compressi in cinque minuti. Nessun singolo, nessuna concessione, eppure il pezzo diventa uno dei più celebri del gruppo, un mastino sonoro che ancora oggi azzanna chiunque lo ascolti.
Escluso il cane – Rino Gaetano (1977)
Dentro Aida c’è “Escluso il cane”, una riflessione amara sulla solitudine e sull’emarginazione. Gaetano canta l’uomo che si sente abbandonato dal mondo intero, privato di consolazione e relegato a un isolamento che brucia. Il cane diventa il simbolo di questa condizione: escluso dall’amore, messo ai margini come chi non trova posto nella società. Non è il racconto di una storia sentimentale precisa, ma un’allegoria crudele, giocata con il linguaggio surreale che solo lui sapeva usare. Ogni verso mostra un paradosso, dove le dichiarazioni d’affetto si scontrano con l’esclusione, e dietro l’ironia rimane la ferita di chi è lasciato fuori. Nel 1977, in un’Italia che cercava risposte, Gaetano fotografava così l’invisibile: l’uomo comune che non ha voce, il cane che non entra mai nella festa. Ancora oggi il brano resta un pugno nello stomaco, un canto di solitudine che non invecchia.
Quattro cani – Francesco De Gregori (1975)
Dentro l’album Rimmel c’è “Quattro cani”, una ballata che sembra una favola ma è un ritratto amaro dell’esistenza. De Gregori mette in scena quattro cani randagi che condividono la stessa fame e la stessa solitudine, ma ognuno con la propria storia di emarginazione. Non ci sono eroi, non ci sono padroni: solo figure senza nome che camminano ai margini della società. La canzone diventa allegoria della condizione umana, del destino comune di chi è costretto a vivere senza sicurezze, tra amicizie fragili e fughe continue. Con un linguaggio semplice ma denso di immagini, De Gregori racconta la fratellanza dei vinti, la dignità di chi sopravvive senza gloria. “Quattro cani per strada e la vita che passa” è una fotografia crudele, che mostra l’umanità vista dal basso. Nel 1975 questa canzone diventa una delle sue metafore più potenti: il cane randagio come simbolo dell’uomo che cerca un senso in mezzo al vuoto.
Diamond Dogs – David Bowie (1974)
Nel 1974 David Bowie pubblica Diamond Dogs, concept album ispirato a 1984 di George Orwell, e la title track è un morso nel buio. “Diamond Dogs” non parla di cani reali ma di branchi di mutanti, cani-diamante che si aggirano in una città apocalittica, metà New York in rovina e metà Londra in delirio. Bowie disegna un futuro da incubo: strade marce, degrado, bande feroci. Il brano nasce come parte di un progetto più ampio, inizialmente pensato per diventare una versione musicale di 1984, ma trasformato poi in un’epopea glam-punk distorta. Musicalmente è un rock sporco, con chitarre ossessive e un’atmosfera teatrale che preannuncia la svolta soul di Young Americans. Bowie, in copertina, appare come un ibrido uomo-cane dipinto da Guy Peellaert: metà corpo umano, metà creatura animalesca. La versione originale dell’artwork mostrava i genitali dell’essere ibrido; questa parte fu successivamente censurata da RCA, pur mantenuta nelle riedizioni. “Diamond Dogs” è l’inizio della fine della sua fase glam e l’apertura di un mondo più cupo, dove i cani non sono amici fedeli ma branchi selvaggi pronti a sbranare chiunque.
Seamus / Mademoiselle Nobs – Pink Floyd (1971/1972)
In Meddle del 1971 i Pink Floyd pubblicano “Seamus”, un blues registrato con un collie appartenuto a Steve Marriott, che David Gilmour stava accudendo. Il cane ululava in sintonia con la musica e la band decise di trasformarlo nel protagonista di un brano in dodici battute, con Gilmour alla chitarra slide e alla voce, Wright al piano, Waters al basso e Mason alla batteria. Il risultato fu una traccia volutamente scherzosa, diversa dal resto dell’album. L’anno dopo, nel film Live at Pompei, il pezzo venne riproposto in una nuova veste come “Mademoiselle Nobs”. In quella scena, Gilmour suona l’armonica e Waters la chitarra, mentre al centro c’è una levriera russa di nome Nobs, appartenente a Madonna Bouglione, artista circense di origine italiana, che “canta” con i suoi ululati. Forse “Seamus” non entrerà mai nella lista delle migliori canzoni dei Pink Floyd, ma ha conquistato il suo piccolo posto nella storia della musica.
Piercarlino – Franco Califano (1980)
non è una canzone sul legame affettuoso con un animale: è uno sfogo da osteria, un pezzo teatrale che ribalta la retorica del “miglior amico dell’uomo” e lo trasforma in incubo domestico. È Califano puro: crudo, autoironico, sguaiato e sincero, capace di usare la comicità per sputare fuori la verità amara delle relazioni e della vita quotidiana. Il pezzo è assolutamente impossibile da spiegare nel suo magnifico “politicamente scorretto” dunque ecco qui il testo completo
E’ sempre così, tu stravaccata a letto,
Io a fa’ nottata, ar freddo, giù de sotto,
Pe’ corpa de ‘sto cane maledetto,
Che se nun scenne caca ner salotto.
Mo’ poi vo’ fa’ le corse nel viale
Insieme a me, chi perde è ‘n animale!
A vorte incontro gente e me vergogno
Ma si ‘n coremo lui nun fa er bisogno.
Quanno je scappa è sempre mattinata,
L’avesse mai ‘na vorta anticipata.
Spacca er minuto, ar primo chiaro ‘n cielo,
Pare che c’ha la sveja sotto ar culo.
Chi se lo scorda er compleanno tuo
“Comprami un cagnolino amore mio!
Gli starò dietro, ha la parola mia”!
Sei stata dietro a li mortaccia tua.
Da quanno ‘st’animale s’e accasato
Nun ho dormito otto ore di filato
E si consideramo che c’ha ‘n anno
Secondo te quando ripijio sonno?
Fra dieci dodic’anni, quanno more?
È ner frattempo dovrei pure core?
Prima de fa’ ‘sta fine io t’ammollo,
Che c’hai ‘n gelone ar posto der cervello!
Me casca ‘n po’ de cenere per tera
E in du’ minuti fai scoppià la guera,
Vomita er cane sopra li cuscini,
“Povero amore, ha male agli intestini”!
“Mio Dio, cosa ha mangiato giù al viale?”
Le palle de mi’ nonno cor caviale!
Io che ne sò’ che magna ‘st ‘imbecille
E che me frega a me se c’ha le bolle!
Me frega più che da quasi ‘n annetto
Me chiamano “Er frocione cor cagnetto”
Co’ tutti quei riccetti, quer nastrino,
Quer nome che j’hai dato: “Piercarlino!”
Ma poi chiamallo un cane “Piercalino”
Senza fa’ ‘nsospettì chi t’è vicino?
Co tanti nomi belli, si ce penso,
Potevi, che ne so, chiamallo… Stronzo!
Come perché, perché nun c’ha mai sonno…
Perché me fa’ venì sempre l’affanno…
Stronzo perché nun me fa’ più dormire,
Stronzo perché nun caca si nun corre…
È lungo un parmo, arto mezzo sordo,
E fa’ casino più de ‘n Sanbernardo!
Ch’è maschio poi c’è ancora d’accertallo,
Nun j’ho mai visto l’ombra de ‘n pisello
Ne’ fra li peli ‘n mezzo a le gambette
Je so spuntate mai due-tre-pallette
Hai fatto tutto te; “com’è carino”…
“è maschio? … lo chiamiamo Piercarlino!”
“Sono la tua mammina, Piercarlino
E questo qui sarà sarà il tuo paparino,
Caro il mio cagnolino … che bel pelo…”
E paparino, ce l’ha avuto ‘n culo!
Giù ar viale, pe’ accertamme der suo sesso,
Je stavo a mette ‘n po’ le mani addosso;
Me sento sfotte’ da ‘n amico mio:
“Je voi da’ ‘n bacio! Te lo reggo io!”
Capito come me so’ sputtanato?
‘Mo pure frocio ‘e no me ‘so stufato,
Domani notte me ne resto a letto
Er cane se cacasse pure sotto!
Pisciasse sui divani ner salotto,
Svejasse quelli dell’interno 8,
Morisse de cimuro tutt’a ‘n botto,
Mica posso annà avanti a fa’ ‘sta vita!
Ecco la morte, la porpetta avvelenata!
Queste so’ idee ma tocca realizzalle,
‘sto zozzo me lo levo da’ le palle.
Già piagni… sei distrutta dar dolore
Te immagini si Piercarlino more?
Carma, ma la porpetta s’a’ dà fare
Perché si tu voi er cane ar posto mio
Vado a fa’ ‘n culo e me la magno io
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