Canzoni per Hulk Hogan

Canzoni per Hulk Hogan che non è morto, Ha solo finito il suo ultimo match con il tempo. E il tempo, stavolta, non si è lasciato schienare.

Quando muore un mito, il mondo non si ferma. Ma rallenta. E in quel rallentamento, nel respiro sospeso tra l’ultimo applauso e la prossima distrazione, si infilano le canzoni. Non quelle che parlano di lui, ma quelle che lo raccontano. Lo fanno a modo loro, come farebbe una folla incantata sotto un tendone da wrestling, con birre tiepide in mano e un poster logoro nel cuore. Perché Hulk Hogan non era un uomo: era un’immagine, un grido, una posa. Era l’America che si specchiava nel bicipite, il Novecento che sudava olio di cocco e testosterone. Lo abbiamo visto volare – o provarci – da ring improbabili, in VHS ingiallite e sogni adolescenziali, sempre con quella colonna sonora in sottofondo che sembrava uscita da un juke-box cosmico. E allora oggi, mentre anche la morte prende fiato e si ferma a guardare, gli dedichiamo un album apocrifo. Nessuna nostalgia, solo verità distorte e riff immortali. Canzoni per Hulk Hogan è una tracklist da ascoltare con le cuffie ben strette e il cuore in panca piana.

Canzoni per Hulk Hogan

Real American – Rick Derringer, 1985

Non era nata per lui. Era per due mezze cartucce in calzamaglia patriottica, gli U.S. Express. Ma poi è arrivato lui – Hogan – e la canzone ha trovato il suo corpo. “Real American” è diventata la sua pelle sonora, la marcia trionfale dell’eroe a stelle e bicipiti, la soundtrack di un Cristo biondo con il carisma di un predicatore texano e lo sguardo di chi sa che la realtà è solo un’altra arena da dominare. Quando partivano le prime note, il pubblico non sentiva un riff: sentiva Dio che prendeva posizione.

Eye of the Tiger – Survivor, 1982

Non era sua, ma sembrava scritta per lui. “Eye of the Tiger” è la sveglia a pugni chiusi, l’urlo che ti strappa dal divano e ti fa credere che puoi sollevare il mondo a mani nude. Hogan l’ha usata agli inizi, quando ancora era solo un biondone affamato di gloria e non il semidio abbronzato che avrebbe spaccato la realtà in due. Il ring era il suo Philadelphia, e lui ci saliva con la stessa fame di Rocky. Non a caso, nel terzo film della saga, Hogan è lì: si chiama Thunderlips, combatte contro Balboa e si mangia la scena come un’aragosta viva. Il pezzo, venne scritto da Frankie Sullivan e Jim Peterik su richiesta di Stallone stesso che aveva ottenuto diritti di “Another One Bites the Dust”.

Voodoo Child (Slight Return) – Jimi Hendrix Experience, 1968

Nel 1996, Hulk Hogan si stancò dell’eroe. Mandò al diavolo la bandiera, i bambini, la verità rassicurante dell’uomo buono. Salì sul ring al fianco di Kevin Nash e Scott Hall e li chiamò nWo – New World Order. Non era più “Real American”: era Hollywood Hogan. Occhiali scuri, pizzetto finto, maglia nera strappata con lentezza da serpente. E per annunciare questo nuovo profeta del caos non poteva bastare una canzone. Ci voleva un sortilegio. Ed è lì che “Voodoo Child” entrò in scena. Hogan la scelse come colonna sonora personale. Non era una theme song, era un avvertimento. Wah-wah che sfonda le porte, chitarra che si contorce come un serpente in acido, e poi lui che entra, Hollywood Hogan, con gli occhiali neri e il sorriso da diavolo in ferie venuto a far festa sulla terra.

Nel 1997, Eric Bischoff pagò 100.000 dollari per ottenere i diritti d’uso del brano per la WCW. Non una cover, ma l’originale. L’ombra lunga di Hendrix sul ring. Nessuno nel wrestling aveva mai osato tanto.

American Made – Wrestling Boot Band, 1995

American Made fu uno sparo incandescente lanciato nel vuoto: la nuova colonna sonora di Hogan in WCW prima che diventasse Hollywood Hogan. Ma non fu un’invasione sonora prolungata: funzionava quando era il solito Hulk, simbolo a cavallo tra eroismo e brand pubblicitario. Poi, con l’eroe che si spegne e nasce il demone nWo, il pezzo fu archiviato. Nessuno lo buttò, ma nessuno ci mise più la faccia e, in effetti, riascoltando la canzone, non fu una grave perdita.

Hulk Hogan non è morto, no. Ha solo finito il suo ultimo match con il tempo. E il tempo, stavolta, non si è lasciato schienare

Lo abbiamo visto entrare mille volte, con le luci che si piegavano su di lui come fossero spine dorsali in adorazione. L’abbiamo visto urlare, frantumare, incantare. E ora resta il suono. Restano poche canzoni a farci compagnia: riff, inni e stregonerie musicali che non hanno mai preteso di raccontare la verità, ma solo di pomparla fino a farla esplodere. Forse, in qualche galassia parallela, esiste ancora un ring illuminato dove Hogan entra ogni sera con la sua musica, e il pubblico non è fatto di persone, ma di sogni rimasti in piedi. Sulle corde, sventola una bandiera. Non è americana.
È fatta di feedback, rumore, e applausi che non finiscono mai.

Giovanni Scafoglio

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