“L’ho inventato io!” non era una battuta, era un marchio a fuoco. Pippo lo pronunciava quando i suoi ragazzi erano già diventati mostri sacri, per ricordare a tutti che il battesimo era avvenuto sotto i suoi riflettori. Sessant’anni di carriera e una fila interminabile di facce: Al Bano e Andrea Bocelli, Giorgia e Laura Pausini, Eros Ramazzotti e Nek. Le soubrette trasformate in icone da salotto televisivo – Lorella Cuccarini, Heather Parisi, Michelle Hunziker – e i comici che hanno ribaltato i palinsesti come Beppe Grillo o Elio e le Storie Tese. Ogni volta che uno di loro esplodeva, Baudo si piazzava davanti al Paese con la sua voce baritonale, a rivendicare il ruolo di demiurgo dello spettacolo italiano: “L’ho inventato io!”.
Pippo Baudo dieci artisti che “L’ho inventato io!”
Eros Ramazzotti
Sanremo 1984, sezione Giovani. Un ragazzo di ventun anni, voce roca e erre spezzata, sale sul palco con “Terra promessa”. Sembra un outsider, uno che non ha nulla dell’eroe patinato, ma spacca tutto e vince. Durante le prove del Festival, nessuno puntava su di lui. Sembrava un pesce fuor d’acqua: impacciato, voce strana, presenza poco televisiva. Ma Pippo Baudo insistette per tenerlo in gara. Addirittura, raccontano che i discografici erano scettici e che lui stesso veniva preso in giro per quell’erre spaccata che non sembrava “da popstar”. Poi, quando vinse con Terra promessa, Baudo lo rivendicò come scommessa personale.
Laura Pausini
Sanremo 1993, sezione Nuove Proposte. Sul palco una ventenne di Solarolo, con un vestito preso di corsa e la voce che sembra fatta apposta per sventrare l’Ariston. Canta “La solitudine”, e in un attimo l’Italia capisce che quella ragazza timida diventerà famosa. Vince, e da lì parte la corsa che la porterà dalle piazze romagnole agli stadi del mondo. Baudo la aveva scelta, piazzata al momento giusto, e aveva visto lontano. Eppure non era lei la sua favorita, ma la sua concittadina Gerardina Trovato, che arrivò seconda con “Ma non ho più la mia città”. Pippo la adorava, tanto da inventarsi un espediente scenico: farla cantare seduta su un puff per darle più forza sul palco. Ma quella era un’altra storia. Quella sera, la scena era tutta per Laura.
Andrea Bocelli
Sanremo 1994, sezione Nuove Proposte. Ha trentacinque anni, viene da Lajatico e porta sul palco una voce che riempie l’Ariston come se fosse un duomo. Canta Il mare calmo della sera, firmata da Zucchero, Gian Pietro Felisatti e Gloria Nuti. Non ha il physique du rôle del divo, ma il canto basta da solo a zittire ogni dubbio. Vince. Pippo Baudo, quell’anno conduttore e direttore artistico, lo prende e lo mostra al Paese intero, cambiando per sempre la sua vita.
Beppe Grillo
Baudo lo becca in un cabaret milanese, la Bullona. Grillo non era ancora il profeta arrabbiato del vaffa, ma un comico che urlava battute come se fossero schiaffi. Pippo lo prende e lo porta in tv, infilato dentro programmi come Secondo voi e Luna Park. Lì Grillo diventa una mina vagante: la sua lingua è troppo veloce per i palinsesti paludati della Rai. Nel 1986, durante Fantastico 7 condotto da Pippo Baudo, Beppe Grillo fece la battuta: «In Cina sono un miliardo, sono tutti socialisti. Ma allora, a chi rubano?». La frase, percepita come un attacco diretto al Partito Socialista di Bettino Craxi, scatenò la reazione politica. Da quel momento Grillo venne di fatto escluso dai palinsesti Rai: una censura non scritta ma concreta, che lo tenne lontano dalla televisione generalista per anni.
Giorgia
Sanremo 1994, sezione Nuove Proposte. Porta “E poi” e finisce settima. Un risultato che non rende giustizia: la sua voce è soul puro, black nel sangue, un’anomalia dentro l’Ariston. Pippo Baudo la nota, la tiene stretta, sa che lì dentro c’è molto più di un settimo posto. Un anno dopo ritorna tra i Campioni con “Come saprei”, scritta anche da Eros Ramazzotti. Vince, e stavolta la classifica non può nasconderla: Giorgia diventa la dimostrazione che Baudo aveva visto giusto.
Lorella Cuccarini vs Heather Parisi
Pippo Baudo adorava le rivalità. Non gli bastava mettere una showgirl sotto i riflettori: ne servivano due, da far scontrare come galli in un ring televisivo. Negli anni ’80 prese Heather Parisi, la ballerina americana arrivata a Roma per caso, e le affiancò la bionda italiana di Roma Nord, Lorella Cuccarini. La prima era già “Cicale”, gambe infinite e sorriso export. La seconda era la novità: disciplina ferrea, ritmo pop, il prototipo della “più amata dagli italiani”. Baudo fece quello che un direttore d’orchestra con il gusto del sangue sa fare meglio: mise Parisi e Cuccarini fianco a fianco nei suoi varietà, sapendo che l’Italia avrebbe tifato come fosse calcio. Heather, esplosiva e sensuale, contro Lorella, precisa e rassicurante. Le due non si sopportavano e Pippo ci sguazzava: ogni battito di ciglia diventava spettacolo, ogni sorriso era una lama.
Loretta Goggi
Prima di diventare “quella che fa le imitazioni” e la regina della tv degli anni ’80, Loretta Goggi era una ragazza che aveva già masticato teatro, musica e cinema. Fu Pippo Baudo a darle il palco giusto, a trasformarla da talento sparso in volto familiare del sabato sera. La volle a “Canzonissima” e poi in altri show, facendola ballare, cantare, recitare: un pacchetto completo quando le donne della tv erano ancora spesso relegate a fare tappezzeria. Baudo capì che non era una soubrette ma un’artista completa, seppe così costruire su di lei numeri che la mettevano in contrasto con i maschi dominanti dello spettacolo. Nacque così l’immagine di Loretta Goggi capace di passare da Mina a Sophia Loren in un batter d’occhio, con la mimica che strappava applausi e la voce che reggeva qualsiasi canzone.
Elio e le Storie Tese
Quando Pippo Baudo li portò a Sanremo 1996 non erano certo degli sconosciuti: riempivano i club, avevano già realizzato dei due culto e una fama da band geniale e fuori di testa. Ma finché restavano confinati all’alternativo, erano roba per pochi. Super Pippo fece l’operazione chirurgica che solo lui sapeva fare: li prese e li scaraventò sul palco più istituzionale d’Italia. Con “La terra dei cachi” trasformarono il Festival in una parodia vivente della società italiana. Arrivarono secondi, dietro Ron e Tosca, ma furono i veri vincitori morali. La loro presenza a Sanremo fu accolta con diffidenza: troppi, troppo strani, troppo “demenziali” per l’Ariston. Baudo li difese a spada tratta, convinto che il Paese fosse pronto a quel cortocircuito. Aveva ragione: la canzone rimase nell’immaginario collettivo e lui si prese il merito di averli sdoganati davanti a milioni di spettatori che non li avevano mai sentiti nominare.
Anna Tatangelo
Sanremo 2002, categoria Giovani. Pippo Baudo prende per mano una ragazzina acqua e sapone, jeans e canottiera, e la porta al centro dell’Ariston come se stesse presentando sua figlia. Lei ha quindici anni, arriva da Sora con una faccia da studentessa timida e una canzone che sembra scritta in un quaderno di scuola: “Doppiamente fragili”. Vince, davanti a dodici milioni di spettatori che guardano quella scena doppia — l’Italia che si emoziona e la provincia che improvvisamente diventa mito televisivo. Baudo la bacia sulla guancia in diretta, un gesto che imbarazza la ragazza e segna la memoria collettiva. Poi, col tempo, Pippo si lascia andare a una frase amara: “Anna Tatangelo è stata l’occasione mancata del pop italiano”. Aveva intravisto una possibilità enorme, un futuro diverso, ma quella scintilla non diventò mai incendio.
Pippo Baudo non era un uomo, era un sortilegio televisivo. Aveva la voce dei padri e il sorriso dei notai, e dalla sua giacca uscivano destini come conigli da un cilindro. Ramazzotti, Pausini, Bocelli, Giorgia, la Tatangelo adolescente, Grillo prima che si facesse profeta, Lorella e Heather costrette a ballare la guerra delle gambe, Elio e le Storie Tese catapultati dall’underground all’Ariston. Li prendeva e li spingeva fuori, senza mai chiedere permesso.
Pippo Baudo è stato il realismo magico dell’Italia catodica: bastava uno sguardo, e la provincia diventava epica, la timidezza diventava leggenda, e un puff all’Ariston si trasformava in teatro universale.
Giovanni Scafoglio
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