Dieci canzoni che parlano di baci

l’amore è forte come la morte. Cosa accade in questo tempo che sembra fuori dal tempo stesso? "Che perdiamo la testa".

Baciami come se non mi conoscessi, come se non avessimo ancora rovinato tutto. C’è un fuoco che si sta spegnendo, tutte le braci sono state consumate. Non devi essere figa per comandare il mio mondo, Voglio solo il tuo tempo extra e un tuo bacio. Sono stato baciato da una rosa nel grigio, Rimani la mia forza, il mio piacere, il mio dolore, baby. E qui ci sono dieci, splendide canzoni che parlano di baci.

Kiss from a Rose – Seal (1994)

Seal la partorisce nel buio, come si fanno nascere le cose che fanno paura. Una canzone scritta nel 1987, tenuta nascosta per anni come una ferita che non si vuole mostrare nemmeno allo specchio. Troppo fragile. Troppo sincera. Forse troppo tutto. L’ha incisa solo quando Trevor Horn, il mago del suono, ha messo le mani su quella melodia e l’ha vestita da regina, con archi e tensione, e l’ha mandata in guerra contro il silenzio. Il risultato non è una semplice ballata ballata d’amore. È un abisso. È un bacio dato sull’orlo del precipizio. Una rosa che taglia più della spina. Joel Schumacher ascolta la traccia e la mette nei titoli di coda di Batman Forever. Boom. La canzone decolla come un pipistrello in piena notte. Vince tre Grammy, gira il mondo e diventa l’inno non ufficiale degli amanti con il cuore sfilacciato. Drew Barrymore, anni dopo, dirà ridendo che “probabilmente un sacco di bambini sono stati concepiti su quel pezzo.” Seal ringrazia Schumacher. Il cinema ha dato la scintilla. Il resto l’ha fatto la vertigine.

Kiss – Prince (1986)

Prince prende un riff scheletrico, due parole, un falsetto acido e ci costruisce sopra una bomba. “Kiss” non è una canzone, è un’esplosione minimalista lanciata in faccia all’industria musicale che pensava di aver capito il funk. Un brano nato per caso: lo regala ai Mazarati, poi ci ripensa, lo ruba di nuovo, lo scarnifica, lo incendia, e lo pubblica. Senza basso, con la chitarra che fa da spina dorsale e le sue corde vocali che sembrano un coltello caldo nel burro del groove. Mentre il mondo cercava ancora di scrollarsi di dosso gli eccessi degli anni Ottanta, lui saliva sul palco a torso nudo, con un mantello, i tacchi e la certezza di essere luce. Il pezzo doveva restare in un cassetto. Warner Bros non lo voleva. Non aveva abbastanza strumentazione, era troppo nudo, troppo pazzo. Prince li zittisce con un gesto: lo mette come primo singolo di Parade. Vince un Grammy, scala Billboard, e insegna a tutti che il funk non è fatto di sovrastrutture. È carne viva, nervi e desiderio. È un bacio dato con i denti.

The Kiss – The Cure (1987)

Robert Smith non ti invita. Ti prende per il collo e ti scaraventa dentro. “The Kiss” non è una canzone, è un’aggressione frontale. Sei minuti in cui le corde di Porl Thompson diventano catene arrugginite, mentre la batteria martella come un cuore ansioso sotto anfetamina. Nessuna grazia gotica, nessuna malinconia fluttuante: qui si parla di carne, di possesso, di odio che sanguina desiderio. È un bacio lanciato contro un muro, una confessione gridata con la bocca piena di vetro. Si tratta dell’apertura più violenta che The Cure abbiano mai inciso, messa lì apposta, all’inizio di Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me, a dire: se non reggi questa, vattene. Smith non canta, minaccia. C’è qualcosa di osceno nella sua voce, qualcosa che non si può tradurre in versi da maglietta. È sesso senza amore. Che si vendica. È il suono di qualcuno che ti vuole solo perché ti disprezza.

Bésame Mucho – Consuelo Velázquez (1940)

L’ha scritta senza aver mai baciato nessuno. Consuelo Velázquez, 16 anni, le dita sui tasti del pianoforte, il cuore imbottito di sogni e pudore, inventa il bacio. Lo inventa per paura. “Bésame Mucho” è una supplica, un rito, un addio mascherato da abbraccio. Non è un bolero, è una preghiera laica di una vergine che immagina la fine del mondo come la fine di un amore mai cominciato. Il mondo è delirio, e lei lo mette in due parole: bésame, mucho. La melodia viene da Granados, ma il sangue è tutto suo. Quando Emilio Tuero la incide nel ’41, il Messico esplode. E poi il mondo: Nat King Cole, Sinatra, i Beatles. Sì, pure loro: John Lennon la canta con l’accento scivoloso del Mersey, e la rovina. Ma non importa. “Bésame Mucho” sopravvive alle mode, alle traduzioni, alle bocche sbagliate. Perché è pura. Perché viene da una ragazzina che non sapeva nulla e ha detto tutto.

A Thousand Kisses Deep – Leonard Cohen (2001)

Leonard Cohen non scrive, incide a fuoco. E questa non è una canzone, è un rosario di rimorsi detti con la voce di chi ha guardato Dio negli occhi e l’ha trovato assente. “A Thousand Kisses Deep” nasce come poesia, e forse doveva restarlo. Ma Cohen ci mette la voce – quella voce cavernosa che sembra uscire da una bara aperta – e la trasforma in una discesa lenta, dolente, in fondo all’anima. Quante cose sepolte sotto un tappeto sonoro che cammina a piedi nudi sulle spine mentre lui parla di cavalli che corrono, di ragazze troppo giovani, di uomini troppo stanchi per fingere ancora. È l’amore raccontato da chi non ha più nulla da perdere. Da chi sa che mille baci dopo, sei ancora lì, solo, a contare le ombre.

Kiss the Rain – Billie Myers (1997)

Non era neanche previsto che esistesse. Nasce da un errore d’ascolto, un titolo frainteso da Desmond Child – uno che normalmente sforna hit con la stessa facilità con cui si cambia camicia. Aveva sentito “Glycerine” dei Bush e capito “Kiss the Rain”. E come tutte le cose nate per caso, ha fatto più rumore delle intenzioni. Billie Myers, una ex terapista con la voce di chi ha masticato l’asfalto dell’anima, ci si è tuffata dentro e ne è uscita con questa ballata spacca-cuore. Non è una love song. È una telefonata a vuoto, un dialogo con l’assenza. Lui è lontano, lei è sola sotto la pioggia e cerca una voce dall’altra parte della linea. Non arriva. E allora si aggrappa a un’illusione: “Kiss the rain”. Bacia la pioggia. Poi il niente. Bacia me, anche se non ci sono. Il pezzo vola in classifica, soprattutto in America e nel Regno Unito, e finisce per diventare colonna sonora involontaria delle notti storte di un’intera generazione.

The Touch of Your Lips – Chet Baker (1979)

Non la canta, la sussurra. Chet Baker prende un vecchio standard di Ray Noble, lo porta in uno studio di Copenaghen e lo svuota di tutto, tranne della verità. Nessuna batteria. Solo una chitarra, un contrabbasso e la tromba di un uomo che ha conosciuto l’inferno e ci ha messo su casa. “The Touch of Your Lips” non è romanticismo, è sopravvivenza. È il modo in cui Chet ti guarda mentre crolla e ti dice che va tutto bene, anche se ha il veleno negli occhi. La tromba echeggia come un respiro che si spezza a ogni nota. Non ci sono acrobazie. Solo esitazioni che galleggiano in un mare di malicnonia. Basta ascoltare il momento in cui la sua voce scivola via, per capire che quella non è interpretazione: è resa.

I Was Made for Lovin’ You – Kiss (1979)

Vernice nera e stivali da guerra. I Kiss mollano le chitarre ruggenti per entrare in pista col basso pulsante della febbre del sabato sera. “I Was Made for Lovin’ You” è il loro tradimento e la loro vendetta: un inno all’ossessione travestito da canzone d’amore. La scrive Paul Stanley con Desmond Child e Vini Poncia, mentre fuori il rock si contorce e la disco domina le classifiche. Ma il bacio? C’è, eccome. È ripetuto, invocato, consumato come una droga. Nel loro stesso nome. “Tonight, I wanna give it all to you,” canta Stanley, col cerone che cola e il petto in fuori. Non è romanticismo, è brama. È bisogno fisico, animale. È sudore condiviso su lenzuola calde e luci soffuse. I versi non parlano d’amore eterno, ma di fame. Di quel tipo di notte in cui non baci per dolcezza, ma perché non puoi farne a meno. I puristi gridano al tradimento, ma il mondo balla.

La Flaca – Jarabe de Palo (1996)

“Por un beso de la Flaca yo daría lo que fuera.” È tutto lì. Lei è magra, troppo magra per essere vera. Cammina come un’ombra con le ossa in bella vista e il veleno negli occhi. Non fa promesse. Non dà niente. E proprio per questo lui la vuole. La vuole a tal punto che un solo bacio diventa tutto. La canzone è un’esplosione di frustrazione e desiderio, la resa di un uomo davanti a una donna che non sarà mai sua. Il bacio non arriva. Non deve arrivare. Il bacio è Dio, e lui resta ateo.

Kiss Me – Tom Waits (1999)

“Kiss Me” è una ballata marcia, che odora di pioggia sui marciapiedi e di amori che si sono persi tra vicoli di fiori di cemento. La voce sembra arrivare da un jukebox rotto, e le parole ti feriscono: “Kiss me like a stranger once again.” Come a dire: baciami come se non mi conoscessi, come se non avessimo ancora rovinato tutto. Nel suo sussurro c’è una supplica che fa più rumore di un urlo. Non è una dichiarazione d’amore, è il tentativo disperato di ritrovare qualcosa che ormai è andato. Il bacio diventa l’ultima possibilità, l’unico linguaggio ancora comprensibile in un mondo che ha smesso di ascoltare. Nessun lieto fine, nessun romanticismo.

C’è un fuoco che si sta spegnendo. Tutte le braci sono state consumate Fuori in strada, gli amanti si nascondono nelle ombre. Tu mi guardi. Io ti guardo. C’è solo una cosa che voglio fare. Baciami. Voglio che mi baci come uno sconosciuto.

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Giovanni Scafoglio

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