Quincy Jones, l’uomo che trasformava il suono in oro, il genio che non si è mai fermato. È passato a miglior vita, eppure basta accendere una radio per sentirlo vivo e pulsante. Parliamo di un gigante che non si è limitato a creare musica: l’ha scolpita, plasmata, l’ha sparsa come polvere magica su chiunque avesse un microfono in mano. Quincy è stato il tessitore segreto di capolavori che ci hanno accompagnati, scossi, e a volte anche sfidati a mettere in discussione cosa sia veramente la musica. Rendiamo omaggio a Quincy come si deve, con dieci tracce essenziali che non solo raccontano la sua storia, ma nascondono aneddoti – alcuni assurdi, altri quasi mistici. Da Michael a Sinatra, ogni pezzo è un colpo di scena e ogni aneddoto è un passo dietro le quinte di un mondo dove Quincy era il padrone della scena.
Quincy Jones: dieci canzoni che non puoi non conoscere
“Soul Bossa Nova” (1962)
Registrata nel 1962 per l’album Big Band Bossa Nova, Soul Bossa Nova è una delle composizioni più celebri di Quincy Jones. Ispirato dal movimento bossa nova brasiliano, che stava guadagnando popolarità a livello internazionale, Jones creò un arrangiamento che univa la struttura ritmica della bossa nova con elementi jazz, aggiungendo una linea di flauto distintiva eseguita da Rahsaan Roland Kirk. In un’intervista, Quincy raccontò di aver composto l’intero brano in soli venti minuti: un atto spontaneo che riflette la sua abilità di fondere stili diversi con rapidità e naturalezza. In modo inaspettato, la traccia ebbe una lunga vita culturale, diventando il tema musicale della serie di film “Austin Powers” e comparendo in innumerevoli spot pubblicitari e programmi TV, dimostrando come la sua musica sapesse risuonare in contesti moderni, anche decenni dopo la sua pubblicazione.
“It’s My Party” (1963)
Nel 1963, Quincy Jones produsse It’s My Party, una canzone interpretata dalla sedicenne Lesley Gore. Con un arrangiamento che univa elementi pop e rhythm and blues, il brano catturava l’attenzione per la sua melodia orecchiabile e il testo che esprimeva la delusione di una ragazza durante la propria festa di compleanno. Subito dopo aver registrato la canzone, Jones venne a sapere che il produttore Phil Spector aveva inciso lo stesso brano con il gruppo The Crystals. Deciso a evitare che la versione di Spector uscisse per prima, Jones lavorò tutta la notte insieme all’ingegnere del suono Phil Ramone per stampare 100 copie del singolo, che furono immediatamente distribuite alle principali stazioni radio. La sua rapidità si rivelò vincente: It’s My Party raggiunse il primo posto nelle classifiche, lanciando la carriera di Gore e confermando l’intuito di Jones nel riconoscere il potenziale di una canzone e nel prendere decisioni strategiche per garantirne il successo.
“Fly Me to the Moon” (1964)
Nel 1964, Quincy Jones collaborò con Frank Sinatra per realizzare un nuovo arrangiamento di Fly Me to the Moon, trasformando la ballata originale di Bart Howard in un vivace swing in 4/4, accompagnato dall’orchestra di Count Basie. Questo cambio di ritmo conferì alla canzone un’energia irresistibile e moderna. L’arrangiamento di Jones, caratterizzato da una sezione di fiati potente e un tempo incalzante, fece emergere una vitalità unica che divenne il marchio di questa versione. Nel 1969, durante la missione Apollo 10, gli astronauti portarono proprio questa versione di Fly Me to the Moon come colonna sonora, ascoltandola durante il viaggio verso la Luna. Così, l’arrangiamento di Jones, nato come sperimentazione jazz, divenne simbolo dell’esplorazione spaziale e di un’epoca di grandi conquiste.
“We Are the World” (1985)
Nel 1985, Quincy Jones produsse We Are the World, una canzone scritta da Michael Jackson e Lionel Richie per raccogliere fondi contro la fame in Africa. Per questo progetto ambizioso, Jones riunì 46 delle più grandi stelle della musica, dando vita al supergruppo USA for Africa. La registrazione avvenne la sera del 28 gennaio 1985, subito dopo gli American Music Awards. Con così tanti talenti in uno studio, era essenziale mantenere un’atmosfera collaborativa; per questo, Jones affisse un cartello con la scritta “Lasciate il vostro ego alla porta” all’ingresso dello studio. Questo messaggio, semplice ma incisivo, fu determinante per mettere da parte le rivalità e far sì che tutti si unissero con l’obiettivo di creare un brano che trasmettesse solidarietà. L’arrangiamento corale che Jones progettò riuscì a combinare armoniosamente voci e stili diversi, dando vita a un messaggio potente e universale che divenne un inno per il cambiamento.
“Thriller” (1982)
Nel 1982, Quincy Jones produsse Thriller, l’album che non solo definì la carriera di Michael Jackson, ma segnò una svolta nella storia della musica pop. La traccia omonima, Thriller, si distingue per un arrangiamento unico che combina pop, funk e rock, arricchito da effetti sonori che evocano un’atmosfera da film horror: passi stridenti, porte cigolanti e ululati. Jones, desideroso di conferire una qualità cinematografica alla canzone, invitò Vincent Price, leggendario attore di film horror, a recitare un monologo spettrale verso la fine del brano.
Durante la registrazione, Jones e Jackson chiesero a Price di concludere il monologo con una risata malefica. Price eseguì con tale maestria che quella risata divenne una delle parti più iconiche del brano. Curiosamente, Price scelse di accettare un compenso immediato per la sua partecipazione, invece di una percentuale sulle vendite dell’album. La decisione si rivelò economicamente svantaggiosa, poiché Thriller divenne l’album più venduto di tutti i tempi, privando Price di guadagni enormi che avrebbe ottenuto dalle royalties.
“Killer Joe” (1969)
Killer Joe, incluso nell’album Walking in Space del 1969, è un brano jazz strumentale in cui Quincy Jones sperimentò la fusione di jazz e funk, un approccio innovativo per l’epoca. Durante la registrazione, Jones era determinato a creare un groove coinvolgente, che richiese sessioni ripetute per perfezionare l’interazione tra sezione ritmica e fiati. In seguito, Killer Joe divenne un brano di riferimento per molti artisti jazz e funk, dimostrando la capacità di Jones di anticipare le tendenze musicali. La sua influenza è visibile nel lavoro di molti musicisti successivi: come Herbie Hancock, che apprezzava l’uso dei ritmi funky nel jazz, Freddie Hubbard, che incorporò elementi simili nei suoi lavori fusion, e George Benson, che ha riconosciuto Jones come fonte d’ispirazione per l’utilizzo di arrangiamenti ritmici complessi in un contesto jazz-funk.
“Ironside Theme” (1967)
Il Tema di Ironside, composto per la serie poliziesca Ironside del 1967, è celebre per il suo riff di chitarra che cattura subito l’attenzione. Durante le sessioni, Quincy Jones voleva un sound distintivo che evocasse tensione e dinamismo; così, scelse di utilizzare strumenti elettronici, un’innovazione per l’epoca. Il brano è stato campionato in numerosi pezzi hip-hop, tra cui Kill Bill Vol. 1 di RZA, rendendolo iconico anche per le nuove generazioni. Jones ha dichiarato in interviste successive che il tema aveva superato le sue aspettative, diventando un elemento di grande risonanza nella cultura pop.
“Ai No Corrida” (1981)
Nel 1981, Quincy Jones realizzò una versione funk-dance di Ai No Corrida, originariamente composta da Chaz Jankel. Jones decise di reinterpretare il brano con una combinazione di sintetizzatori e percussioni, ottenendo un sound più energico e contemporaneo. Durante la registrazione, i tecnici dello studio raccontano che Jones era così coinvolto nel ritmo da incoraggiare ogni musicista a spingersi al massimo, trasformando le sessioni in vere e proprie jam session. La sua versione riscosse un successo tale da fare di Ai No Corrida un brano di punta nelle discoteche dell’epoca.
“The Dude” (1981)
Con The Dude, l’album del 1981 che vinse tre Grammy Awards, Quincy Jones presentò brani sofisticati, frutto di una perfetta combinazione di jazz, funk e pop. Durante la produzione, Jones lanciò James Ingram, allora un talento emergente, affidandogli alcuni dei brani principali. Anni dopo, Jones raccontò in un’intervista che la collaborazione con Ingram fu fortuita: si erano incontrati quasi per caso, ma Jones intravide subito il potenziale di Ingram e decise di dargli un ruolo centrale nell’album. Questo lancio diede a Ingram una carriera duratura e segnò The Dude come uno degli album più influenti degli anni ’80.
“Sanford and Son Theme (The Streetbeater)” (1972)
Il Tema di Sanford and Son, noto anche come The Streetbeater, fu composto da Jones nel 1972 per la sitcom omonima. La traccia ha un groove funky irresistibile, costruito su un mix di basso e ritmi percussivi che danno vita a una melodia vivace. Durante la registrazione, Jones desiderava un sound che riflettesse l’energia e il carattere unico della serie. La traccia divenne subito famosa, e gli spettatori iniziarono a riconoscerla come una firma musicale della televisione anni ’70. Jones ha ricordato che l’entusiasmo del pubblico superò le sue aspettative, facendo del brano uno dei temi televisivi più amati.
Quincy Jones non è semplicemente scomparso: è diventato un’onda sonora eterna, un battito che continuerà a scuoterci l’anima
Non potevo elencarne tutte e di certò ci sarà chi griderà allo scandalo per ogni canzone omessa da questo elenco. Certo è che ogni volta che Soul Bossa Nova risuonerà o che il groove di Sanford and Son arriverà dritto nelle vene, lui sarà lì, a guardarci dall’alto e a sorridere magari mentre insegna agli angeli a cantare, o più probabilmente mentre incide con “l’inquilino del piano di sotto” una versione davvero infernale di “Thriller”.
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