Dieci canzoni di Fabrizio De Andrè che cantano il dolore di essere vivi

Dieci canzoni di Fabrizio De Andrè che cantano il dolore di essere vivi. Da Un giudice ad Anime Salve, da Princesa al Testamento di Tito

Parlare di Fabrizio De André significa infilarsi in un vicolo buio illuminato a malapena dalla luce gialla di un lampione sgangherato. Non è solo musica, è una strada da percorrere a piedi scalzi, sapendo che ti taglierai. Ma non importa. Non ho scelto le sue canzoni più famose, né quelle che si portano dietro la gloria dei cori da stadio. Ho scelto quelle che cantano il dolore di essere vivi, pezzi che graffiano. Non i suoi inni, ma i suoi sussurri e le sue bestemmie, le sue preghiere laiche, le storie che puzzano di vino scadente e di donne di malaffare. Se hai vissuto abbastanza, queste canzoni ti faranno male. Se non ti fanno male, forse non hai vissuto davvero. Ecco dieci canzoni di Fabrizio De Andrè che cantano il dolore di essere vivi

Dieci canzoni di Fabrizio De Andrè che cantano il dolore di essere vivi

1. Ho visto Nina volare (1996)

Ci sono canzoni che non raccontano una storia, sono la storia. Ho visto Nina volare è una di queste. Un frammento di memoria. Fabrizio De André non era tipo da infanzie da Mulino Bianco, ma c’erano ricordi che gli bruciavano ancora dentro, come quelli di Nina, la bambina con cui giocava nei campi di Revignano d’Asti durante la guerra. Nina era il suo piccolo universo, il suo volo d’angelo dentro un mondo che già sapeva di polvere e miseria. Eppure, per un attimo, tra un’altalena e una promessa sussurrata, la vita sembrava meno feroce. De André tornò a Revignano solo due volte dopo l’infanzia: una volta a 14 anni, per un solo giorno, e poi nel settembre del 1997, pochi mesi prima di morire. In quell’ultima occasione cercò Nina, la trovò, e volle rivisitare i luoghi della sua infanzia.

E poi c’è quel verso, “Mastica e sputa da una parte il miele […] dall’altra la cera”. Un’immagine potente, che richiama un gesto antico delle donne di un tempo, intente a separare il miele dalla cera. Non è un’invenzione poetica, è un fotogramma di vita vera, uno di quei dettagli che De André trasformava in arte, rendendo universale anche il più piccolo gesto quotidiano.

2. Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (1963)

Questa canzone è una satira pungente che smonta l’aura eroica di Carlo Martello, trasformando il re dei Franchi in un uomo preda di desideri terreni. Il brano nasce dalla collaborazione tra Fabrizio De André e Paolo Villaggio, amici di lunga data. L’idea prese forma nel 1962, quando De André suonò una melodia dal sapore medievale e Villaggio, appassionato di storia, propose di raccontare le vicende di Carlo Martello di ritorno dalla battaglia di Poitiers.

Questa satira medievale non passa inosservata. Nel 1965, la casa discografica Karim riceve una denuncia per oscenità a causa del testo giudicato troppo irriverente. Per l’epoca, l’idea di un re deriso e impantanato in una disavventura galante era ancora troppo audace. Nel 1968 l’accusa viene archiviata.

3. Il cantico dei drogati (1968)

Nel 1968, De André pubblica l’album “Tutti morimmo a stento”, un’opera che scava nelle profondità della disperazione umana. Tra le tracce, spicca “Il cantico dei drogati”, nato dalla collaborazione con il poeta genovese Riccardo Mannerini. Il testo prende ispirazione dalla poesia “Eroina” di Mannerini, un uomo che conosceva fin troppo bene gli abissi dell’esistenza. De André stesso, in lotta con la dipendenza dall’alcol, trovò in questa canzone una sorta di catarsi, un modo per esorcizzare i propri demoni.

“Ho licenziato Dio, gettato via un amore, per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore.”

“Tu che m’ascolti, insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria.” È una supplica rivolta a chiunque possa offrire una via d’uscita, un nuovo linguaggio per esprimere il dolore e, forse, trovare la salvezza.

4. La canzone di Marinella (1964)

«La Canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d’amore. È tutto il contrario. È la storia di una ragazza che a sedici anni ha perduto i genitori, una ragazza di campagna dalle parti di Asti. È stata cacciata dagli zii e si è messa a battere lungo le sponde del Tanaro e un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l’ha buttata nel fiume e non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte. Così è nata “La canzone di Marinella”, che se vogliamo ha anch’essa delle motivazioni sociali, nascostissime. Ho voluto completamente mistificare la sorte di Marinella. Non ha altra chiave di lettura se non quella di un amore disgraziato; se tu non racconti il retroscena è impossibile che uno pensi che all’origine c’era una gravissima problematica sociale. Certi fatti della realtà, soprattutto quand’ero giovane, mi davano un grande fastidio, allora cercavo di mutare la realtà.»

5. Ave Maria (1970)

Nel 1970, Fabrizio De André pubblica “La buona novella”, un album ispirato ai Vangeli apocrifi, dove la figura di Maria viene raccontata con un’umanità nuova, lontana dalla retorica religiosa. “Ave Maria” non è una preghiera, ma il ritratto delicato di una donna prima ancora che di una madre. Non c’è sacralità imposta, solo la consapevolezza di una giovane ragazza di fronte a un destino più grande di lei.

Il brano è costruito su un arrangiamento minimale, con una melodia che accompagna il testo senza sovrastarlo. Non è un inno, non è un canto liturgico, ma un frammento di intimità, un momento di riflessione. De André restituisce a Maria la sua dimensione umana: non una figura mitizzata, ma una donna con paure e speranze, con il peso di una maternità vissuta in silenzio.

Per me, questa è, forse, la più bella canzone mai scritta per una donna. Un brano che ogni volta mi commuove profondamente ripensando a mia madre.

6. Il testamento di Tito (1970)

Se c’è una canzone che riscrive il concetto stesso di religiosità senza rinnegarla, quella è “Il testamento di Tito”. Tratto da “La buona novella”, è un capolavoro di lucidità e dissidenza. Tito, il cosiddetto “ladrone cattivo“, inchiodato sulla croce accanto a Gesù, non chiede perdono, non cerca assoluzione. Lui parla, racconta, passa in rassegna i Dieci Comandamenti e li usa per frantumare le contraddizioni della società e della morale imposta. “Non uccidere”, “Non rubare”, ma solo per i poveracci, perché ai potenti tutto è concesso. E avanti così, uno dopo l’altro, i comandamenti si sgretolano sotto il peso dell’ipocrisia umana. Eppure, alla fine, Tito si arrende all’unico vero insegnamento: l’amore. Gesù muore, ma muore per tutti. Non per chi ha rispettato le regole, non per chi ha vissuto senza macchia, ma per chiunque. E in quel momento, la canzone si fa preghiera senza bisogno di fede.

“Quando a mio padre si fermò il cuore, non ho provato dolore”

7. Un giudice (1971)

Se c’è una canzone che smaschera l’ipocrisia del potere e della giustizia, è “Un giudice”, questa traccia è un affondo diretto al cuore marcio della società. Ispirato dall’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, De André prende la storia di Selah Lively, un nano deriso e umiliato, e la trasforma in una critica feroce. Il protagonista, stanco delle continue vessazioni, decide di studiare giurisprudenza e diventare giudice. Non per sete di giustizia, ma per vendetta. Una volta ottenuto il potere, si diletta nel condannare coloro che lo avevano schernito, dimostrando che la sete di rivalsa può corrompere anche l’anima più pura.

8. Crêuza de mä (1984)

Nel 1984, Fabrizio De André, in collaborazione con Mauro Pagani, pubblica “Crêuza de mä”, un album interamente cantato in dialetto genovese che rappresenta un viaggio profondo nelle radici mediterranee. Il titolo, che si traduce in “mulattiera di mare”, fa riferimento ai stretti vicoli che conducono al mare, simbolo delle connessioni tra terra e acqua, tra persone e culture.

La traccia omonima apre l’album con un richiamo evocativo alla vita dei marinai, eterni viaggiatori sospesi tra il mare e la terraferma. Le “ombre di facce, facce di marinai” emergono da un luogo dove “la luna si mostra nuda” e “la notte ha puntato il coltello alla gola”, descrivendo un ambiente tanto affascinante quanto pericoloso. Questi uomini, dopo lunghi periodi in mare, tornano a terra solo per sentirsi stranieri, distanti da una realtà che ormai non gli appartiene più. La loro diffidenza si manifesta anche nei confronti delle abitudini alimentari di chi vive sulla terraferma, preferendo cibi semplici e familiari a piatti esotici e sconosciuti.

9. Princesa (1996)

La prima volta che ascolti “Princesa”, non sai bene dove ti stia portando. C’è un ritmo che pulsa, una melodia che danza, parole che sussurrano e colpiscono allo stesso tempo. Poi capisci. Questa è una storia vera, una di quelle che la gente finge di non vedere. Fernanda Farias de Albuquerque nasce in un corpo che non le appartiene. Sente di essere donna ma il mondo la vuole uomo. Lascia il Brasile, arriva in Italia con un sogno in tasca e la realtà che la prende a pugni in faccia. Finisce ai margini, tra le strade e i vicoli, dove l’unico modo per sopravvivere è vendere sé stessa. Nel 1994, dentro un carcere, racconta la sua storia a Maurizio Iannelli, ex brigatista, e ne esce un libro, “Princesa”, che finisce nelle mani di Fabrizio De André.

“Princesa” non è solo una canzone. È uno schiaffo, è una carezza, è un grido e un canto nello stesso respiro. C’è la voce spezzata di chi cerca il proprio posto nel mondo, mentre il mondo la ricaccia indietro.

10. Smisurata preghiera (1996)

Se c’è un brano che incarna l’essenza dell’outsider, del viaggiatore “in direzione ostinata e contraria”, è “Smisurata preghiera”. Chiude l’album “Anime salve” del 1996, e lo fa con la potenza di un manifesto.

Fabrizio De André, insieme a Ivano Fossati, trae ispirazione dalle opere dello scrittore colombiano Álvaro Mutis, in particolare dalla saga di Maqroll il Gabbiere. Il risultato è una canzone che è al contempo invocazione e denuncia, un salmo laico per “i servi disobbedienti alle leggi del branco”.

Il testo è una critica feroce alla “maggioranza”, descritta come anestetizzata da “ambizioni meschine” e “millenarie paure”. De André non risparmia nessuno: le armi, le guerre, le ipocrisie di una società che emargina chi non si conforma. Eppure, in mezzo a questo desolante panorama, c’è spazio per la speranza. La “smisurata preghiera” è rivolta a chi “viaggia in direzione ostinata e contraria”, affinché possa “consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”.

Nel 1997, Fernanda Pivano consegnò a De André il Premio Lunezia per il valore letterario di “Smisurata preghiera”. Durante la cerimonia, lo definì “il più grande poeta degli ultimi cinquant’anni in Italia”, mettendo in luce come la sua musica avesse saputo dare voce agli emarginati e agli esclusi.

Oggi Fabrizio De André non potrebbe pubblicare (forse) nessuna di queste canzoni dieci canzoni

Le destre griderebbero alla propaganda LGBT+, direbbero che Princesa è un inno alla degenerazione, che Anime salve è un manifesto da censurare. Roba da sovversivi. Pe non parlare del Testamento di Tito e di Ave Maria.

E poi ci sarebbero i progressisti, sempre pronti a bruciare qualcuno sul falò del politicamente corretto. Le femministe lo accuserebbero di sessismo, direbbero che i suoi testi sono violenti, che la sua visione della donna è sbagliata. Qualcuno troverebbe misoginia ovunque, qualcun altro si indignerebbe perché le sue storie non usano le parole giuste.

Teniamocelo stretto, prima che un algoritmo decida che le sue canzoni sono sbagliate per questi tempi.

Giovanni Scafoglio

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