Dieci canzoni di Ozzy Osbourne che devi ascoltare prima che il diavolo venga a reclamarti

Dieci canzoni di Ozzy Osbourne che devi ascoltare prima che il diavolo venga a reclamarti e che sia troppo tardi

Lo sentivi arrivare, anche se non lo vedevi. Era il rantolo di un amplificatore maledetto, il morso improvviso di un pipistrello sotto i riflettori, il ghigno di chi ha fatto dell’inferno un palco e della follia un mestiere. Ozzy Osbourne non era un cantante: era un esorcismo con le corde vocali, una bestemmia rock impastata di ironia, sangue e psicofarmaci. Se n’è andato come ha vissuto, lasciando dietro di sé una scia di urla distorte, croci capovolte e verità troppo rumorose per chiudere gli occhi. Questo non è un necrologio. È una messa nera con dieci tracce. Dieci canzoni che devi ascoltare se non vuoi che il buon vecchio Ozzy Osbourne ti appaia in sogno, con la giacca borchiata e un dito puntato contro: “Tu, sì proprio tu, non hai mai ascoltato Mr. Crowley, dannato idiota.” Preparati. Premi play. Il Principe delle Tenebre non concede seconde possibilità.

Dieci canzoni di Ozzy Osbourne che devi ascoltare prima che il diavolo venga a reclamarti

Crazy Train – Ozzy Osbourne, Randy Rhoads, Bob Daisley (1980)

La prima nota è una sirena di fine del mondo, la seconda è un pugno nello stomaco, la terza sei già dentro al treno. E non scendi più. “Crazy Train” non è una canzone: è il certificato medico che Ozzy ha consegnato al mondo per dichiarare che la sua follia era contagiosa. La voce è un urlo profetico, il riff di Randy Rhoads un trapano chirurgico nel cranio. Il testo parla di pace, ma lo fa con l’aggressività di chi la pace non l’ha mai vista da vicino. È il paradosso che ti frega: l’invito alla lucidità fatto da un uomo in pieno delirio. Randy Rhoads registrò l’assolo due volte in modo perfettamente identico, nota per nota, per creare un effetto stereo ipnotico. Una precisione spaventosa per un chitarrista che sul palco sembrava un medium posseduto. Lo racconta il produttore Max Norman in un’intervista del 2021 a Guitar World. La pazzia, quando è vera, non sbaglia una singola pennata.

Mr. Crowley – Ozzy Osbourne, Randy Rhoads, Bob Daisley (1980)

Tutto comincia con un organo, ma non è una chiesa: è un sepolcro che si apre. “Mr. Crowley” non è un omaggio, è un’invocazione sbagliata, un dialogo tra vivi e dannati. Ozzy non canta, sputa parole sul volto di Aleister, gli chiede conto delle sue follie come se potesse ancora rispondere. La voce è inquieta, il tono è disperato, come se avesse bussato a una porta sbagliata e si fosse trovato davanti l’inferno. Don Airey incise quell’introduzione all’organo ispirandosi a Bach e a un’antica melodia medievale. Si chiuse in studio per mezz’ora, da solo, e quando Ozzy ascoltò la registrazione gli disse che sembrava di sentire la morte bussare. Randy Rhoads, invece, riscrisse l’assolo da zero dopo che Ozzy lo aveva definito “spazzatura”: fu solo quando mollò ogni schema e suonò d’istinto, a occhi chiusi, che l’assolo prese vita. Una scarica mistica e barocca, che non sembra scritta da un uomo ma inviata da qualche entità sbagliata.

Questo non è solo un brano. È una seduta spiritica su vinile. Se non hai mai avuto paura di una canzone, prova ad ascoltarla al buio. Poi ne riparliamo.

Mama, I’m Coming Home – Ozzy Osbourne, Zakk Wylde, Lemmy Kilmister (1991)

Ozzy non canta. Implora. È il ritorno del figlio bastardo, quello che ha passato trent’anni a bestemmiare e distruggersi e adesso torna, scortato da una ballata maledetta, a chiedere scusa col cuore impacchettato in una camicia di forza. La voce è umana, troppo umana, e questo fa male. Perché Ozzy, quando si spoglia del personaggio, è più vulnerabile di tutti noi messi insieme. “Mama, I’m Coming Home” non è per sua madre, ma per Sharon, per se stesso, per noi. Un brano che rappresenta l’illusione che si possa tornare indietro anche quando ti sei giocato tutto.

Il testo lo scrisse Lemmy Kilmister. Sì, proprio lui: il becchino del rock, il predicatore dei Motörhead. Qui tira fuori il pentagramma e ci infila dentro la dolcezza più sporca che abbia mai scritto. Zakk Wylde costruisce la melodia su una progressione semplice, come il barman ubriaco di un bordello che non vuole dare nell’occhio, rendendo eterna. Durante le prove, Ozzy non riusciva a cantarla senza tremare. In studio dovettero rifarla più volte perché si interrompeva da solo, sfinito.

No More Tears – Ozzy Osbourne, Zakk Wylde, Mike Inez, Randy Castillo, John Purdell (1991)

Un basso che ti sale lungo la schiena come un personaggio nato dalla penna di Stephen King, poi Ozzy che ti racconta l’orrore con la calma di chi l’ha già visto troppe volte. Nessun urlo, nessuna vendetta. Solo lo scorrere lento di una confessione sporca: c’è un uomo, forse un killer, forse Ozzy stesso, che ha finito le lacrime e si limita a guardare. La canzone nacque in sala prove da un giro di basso di Mike Inez. Zakk Wylde si inserì con un riff liquido e chirurgico, uno di quelli che non cercano gloria, ma scavano in profondità. Ozzy, sobrio da pochi mesi, non si fidava della sua voce. Aveva paura che non reggesse. In studio gli dissero di cantare come se fosse l’ultima volta, e lui lo fece. Ogni verso è pieno di crepe e disordine emotivo.

Il risultato è un’epopea malata che parla di ossessione, di controllo mentale, forse di un omicidio. Nessuna certezza, solo sudore e strisciate di sangue.

Bark at the Moon – Ozzy Osbourne, Jake E. Lee, Bob Daisley (1983)

Un ululato e parte la corsa. No, non è licantropia. È isteria pura. Bark at the Moon ti apre il cranio con un riff e cominci a correre con quel che resta del tuo cervello. Ozzy vomita una favola nera: un mostro sepolto che torna a vendicarsi. Nessuno sa chi sia. Forse è lui. Forse siamo noi, quelli che ringhiano alla luna quando nessuno guarda. Jake E. Lee suona come un cavo dell’alta tensione sfilato dai muri. Ozzy aveva appena seppellito Randy Rhoads e cercava un suono che facesse più male della nostalgia. Lo trovò. Il pezzo fu uno sputo radiofonico nel mondo dei conservatori del rock, un successo che si portava dietro le ossa rotte di chi lo aveva preceduto.

Non tutti lo sanno, ma la versione del videoclip venne censurata in alcune reti TV americane perché “troppo disturbante”: Ozzy trasformato in lupo mannaro con un trucco da horror anni ’50 che sembrava più vero del vero. Quando MTV lo trasmise per la prima volta, i centralini si bloccarono: chiamavano genitori, preti, perfino un’associazione per i diritti degli animali. Nessuno aveva capito niente.

Iron Man – Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler, Bill Ward (1970)

Prima nota: il silenzio. Poi il riff scende sul collo come un’ascia. Ozzy non canta, ruggisce un avvertimento al futuro. “Iron Man” non è fantascienza, è un uomo diventato metallo, sordo all’umanità, pronto a vendicarsi. Ogni barra, ogni battere sul piatto, ti frega: stai davanti a un destino meccanico ma tremendamente umano, e tu ne sei parte. Tony Iommi macinarà in eterno quel riff, distillato di nero e acciaio. Batteria e basso spingono come ingranaggi in asse perfetto: perfetti scatenati. Ozzy regge la scena come un messaggero cieco, su un trono di ferraglia. Rock primordiale, pulito, feroce.

Secondo le confessioni della band in sala prove, il riff originale scattò per scherzo: Iommi lo suonò con la mano destra fasciata, dopo un incidente alle dita e aver perso le falangi superiori del medio e dell’anulare della mano destra in un incidente sul lavoro. Le protesi, realizzate (si dice da lui stesso) con plastica di tappi di flaconi di detersivo, gli permisero di continuare a suonare la chitarra, anche se con un’accordatura più bassa per rendere le corde più morbide.

Paranoid – Black Sabbath (1970)

Tre minuti e dodici secondi per ribaltare il tavolo. Nacque per tappare un buco nell’album, venne scritta in venti minuti, e diventò l’inno di una generazione depressa, strafatta e incazzata. Paranoid è la voce di chi non dorme, non mangia, non crede più a niente, e canta comunque. Ozzy non interpreta: vomita un malessere senza nome. Parla di paranoia, ma è una diagnosi clinica travestita da canzone.

Il riff di Iommi arriva secco, spietato, ti trascina subito in avanti come un pugno che non aspetta risposta. Nessun orpello. Nessuna tregua. Solo la batteria che corre, il basso che affonda, e quella voce a metà tra un allarme e una richiesta d’aiuto. La voce di uno che ha già perso, ma continua a lottare per sport.

Non doveva nemmeno chiamarsi così. Il titolo originale dell’album era War Pigs, ma la casa discografica decise di puntare tutto su quel pezzo nato per riempire un vuoto. Ironia perfetta: il brano che non doveva esistere diventa il più famoso. Durante le registrazioni, Iommi disse che fu l’unico brano dell’intero disco a essere inciso al primo take. Lo presero così com’era, senza nemmeno provare a rifarlo. Perché la follia, quando è autentica, non si corregge. Si incide. Punto.

War Pigs – Black Sabbath (1970)

Non è una canzone, è un atto d’accusa. Otto minuti di sputi in faccia ai generali, ai politici, ai capi con le mani pulite e i cadaveri sotto le unghie. War Pigs comincia lenta, come una processione verso il patibolo, poi si apre in un’esplosione di riff, invettive e profezie. Ozzy urla contro la guerra come uno sciamano impazzito, mentre Iommi imposta il suo riff più pesante, più marcio, più devastante. Ogni battuta è una condanna. Ogni pausa è una fossa. La canzone nasce come risposta alla guerra in Vietnam. Doveva chiamarsi Walpurgis – la notte delle streghe – ma il testo era troppo diretto, troppo pericoloso. Venne cambiato in War Pigs su spinta della casa discografica, che comunque non capì una mazza: credevano fosse satanismo, era solo verità. Butler lo disse chiaro: “non c’era niente di satanico, era politica pura”. Ma con la voce di Ozzy, anche la pace suona come un’esecuzione.

Durante i live, Ozzy sputava ogni parola con la rabbia di un condannato a morte. Bill Ward martellava la batteria come se dovesse abbattere un muro vero. E il break strumentale centrale? Una danza macabra con l’acciaio, dove la chitarra ti ipnotizza prima di colpirti in testa.

Goodbye to Romance – Ozzy Osbourne, Randy Rhoads, Bob Daisley (1980)

Un flusso acustico che esplode come una nebbiolina tossica, un addio sotto forma di ballata spettrale. Non c’è enfasi, solo la chitarra di Randy Rhoads che indugia sulle corde come se stesse salutando un fantasma. Ozzy si avvicina al microfono con voce bassa, affilata: non implora, ma si concede un momento umano, fatto di nostalgia e di dannazione. Il pezzo non ti carezza: ti morde piano, lasciando il segno. L’idea nacque nella casa-studio di Rudy, a nord di Hollywood. Randy stava suonando un arpeggio malinconico, Bob lo ascoltava e pensò: «ha qualcosa da dire». Nella stanza si formò un silenzio pieno, uno di quei silenzi che pesa più di mille urla. Ozzy prese la penna, abbozzò il testo in pochi minuti. Quando registrarono, quel flusso emotivo restò intatto: nessuna sovraincisione, nessuna patina di pro-tools. Sentivi solo Randy e Ozzy respirare insieme.

Diary of a Madman – Ozzy Osbourne, Randy Rhoads, Bob Daisley, Lee Kerslake (1981)

Un vortice ossessivo ti afferra già nei primi secondi, organo in sottofondo che sembra un respiro diabolico mentre la chitarra di Randy sale come un raggio elettrico. Ozzy entra senza cerimonie, con voce da interrogatorio notturno, racconta un viaggio dentro sé stesso che sa di preghiera rovesciata. Nessuna frase è gratuita: ogni parola ti penetra, ti graffia, ti lascia più solo di come ti ha trovato.

Il pezzo nacque da quell’inquietudine che Randy portava dentro, frutto di insonnia e frustrazione. In sala prove scrisse l’intro al piano, cercava qualcosa che desse senso all’inquietudine. Quando lo fece sentire a Ozzy, lui si bloccò e disse solo: “Sembra il suono dell’anima che implode”. Da lì Bob e Lee costruirono una base ossessiva e incalzante, ma quel nucleo malinconico rimase intatto. La registrazione non cercò lo show: cercava l’abisso.

Randy riascoltò l’assolo solo dopo una settimana. Raccontò che non ci voleva credere: “non ho mai suonato così”, disse. Quel solo è un flusso di coscienza messa a corde, un assalto emotivo che riesce a stare nel filo sottile tra genio e follia.

Ozzy non era un uomo. Era un presagio. Una macchia di vino sul tappeto del rock, che nessuno è riuscito a pulire

I suoi pezzi non si ascoltano, si subiscono. Entrano, spaccano, restano. Ogni canzone è un pezzo di corpo che ti lascia in mano: unghie, pelle, organi interni. E tu, invece di fuggire, resti lì. Perché nel dolore c’è qualcosa di sacro, e Ozzy l’ha capito prima di tutti. Chi lo riduce a un meme con gli occhiali rossi e le mani tremanti, non ha mai sentito Diary of a Madman a occhi chiusi. Non ha mai abbaiato alla luna con Bark at the Moon, né ha sentito quel treno lanciato a cento all’ora chiamato Crazy Train passargli in mezzo al petto. Ozzy è stato il cantore degli esclusi, il profeta tossico dei dimenticati, il Cristo crocifisso su un amplificatore Marshall. Ha sognato di tornare a casa e ha dormito su letti di chiodi. Ha detto addio al romanticismo con la stessa voce con cui chiedeva scusa.

Se queste dieci canzoni non ti hanno cambiato qualcosa dentro, forse sei già morto. O forse sei ancora troppo vivo per capirle.
In ogni caso, il Diavolo è già in viaggio. E sa esattamente a quale porta bussare.

Giovanni Scafoglio

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