Dicembre 4, 2021
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“Il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza”. 

A partire dalla celebre frase di Pasolini riportata, il critico cinematografico e direttore della testata giornalistica Cultframe, Maurizio G. De Bonis, analizza lo stretto legame che esiste tra politica e complotto. Soprattutto quando quest’ultimo viene erroneamente definito “delirante”. 

“La parola delirio intende una perdita totale di controllo nei confronti della realtà e quindi un allontanamento dalla verità, ma nella fattispecie evidenziata da Pasolini non c’è nessuna perdita del controllo della realtà. Tutto è molto razionale e comprensibile. 

Lo dimostra il fatto che i complotti sono quasi sempre costruiti ad arte. Sono quasi sempre delle elaborazioni non deliranti, ma estremamente razionali, volte a mettere in atto una sopraffazione 

Il termine complotto è, infatti, strettamente legato al potere. Quando ci troviamo in una situazione di totalitarismo, è il potere a costruire un presunto complotto che viene messo in atto nei suoi confronti, semplicemente per eliminare le minoranze.

In uno stato democratico, invece, subentra il qualunquismo. Si tratta del pericolo più tragico e pericoloso, perché facilmente sfocia nella violenza incontrollata e in quel tipo di complottismo che fatalmente ricadrà sempre sulle minoranze, sulle parti marginali della società e su chi è considerato diverso. 

Potrà sembrare una provocazione la mia, ma…

L’idea del complotto è molto più pericolosa in democrazia che negli stati totalitari, dove i giochi sono molto chiari e dove si capisce bene chi è il carnefice e chi è la vittima

Un altro meccanismo inquietante è quello del senso di colpa: molti complotti creati dal potere sono stati organizzati intorno a un presunto senso di colpa, dove chi è ingiustamente accusato di aver creato un complotto si convince, per le pressioni sociali che subisce, di essere veramente artefice di un complotto. 

La congiura degli innocenti di Alfred Hitchcock è un esempio cinematografico calzante: la trama ruota attorno alla morte misteriosa di un uomo e alcuni personaggi se ne attribuiscono la colpa. Alla fine dell’indagine si scoprirà che l’uomo è morto per infarto, ma le persone si erano attribuite l’omicidio per senso di colpa”.

Andrea Valeri, esperto di politiche culturali, pone l’accento sul concetto di controinformazione, cioè la percezione che ci sia sempre una verità diversa da quella ufficiale o da quella logica o scientifica. 

Un sistema dittatoriale punta all’azzeramento del dissenso. In democrazia invece comunicazione ufficiale e chi complotta hanno come raggiungimento l’egemonia culturale 

Enzo Aronica, (direttore, documentarista, fotografo e docente) afferma che “il delirio inteso come complotto e il complotto inteso come delirio” può anche essere inteso come l’inizio creativo, come la linfa vitale di una certa controcultura. 

La rivoluzione nasce, infatti, quando degli individui acquisiscono la consapevolezza di sé e del mondo che li circonda. Ciò li porta a non volersi più sentire marginali, a voler conquistare una posizione legittimata, a entrare nella storia. 

Ma è possibile che la nascita di un antisistema possa costruire a sua volta un nuovo sistema? 

Prendiamo in considerazione la rivoluzione digitale facendo l’esempio di Napster, che all’inizio del 2001 mise in ginocchio l’industria discografica permettendo il libero scambio di file e di audio. Dopo poco nacque iTunes, che ottimizzò le regole di quella stessa rivoluzione digitale. 

Dietro le forti critiche alla digitalizzazione spesso ci sono idee complottiste. Prendiamo, ad esempio, l’idea che esista chissà quale Spectre che vuole controllare le nostre vite attraverso i social.

La rivoluzione digitale, in questo senso, è un fenomeno democratico? 

Maurizio G. De Bonis è categorico a riguardo: “La rivoluzione digitale è assolutamente un fenomeno democratico. Il processo di digitalizzazione in ambito scientifico e medico ci permette di diagnosticare tumori e altre malattie: si salvano vite”. 

Ci spiega poi che Pasolini differenziava due concetti: il progresso e lo sviluppo. La digitalizzazione corre parallelamente dentro questi due concetti. 

“Il progresso (che riguarda anche la politica) è un concetto per il quale il miglioramento della società, della tecnologia, l’avanzamento scientifico e tutti i fenomeni sociali servono a tutti e danno a tutti delle opportunità di miglioramento.

Lo sviluppo, invece, è un fenomeno secondo il quale determinati processi – come quello della digitalizzazione – rientrano in una logica di arricchimento di pochi. 

In un mondo capitalistico la digitalizzazione corre il rischio di entrare in un’idea di sviluppo. Parallelamente, però, è anche dentro un’idea di progresso, dal quale tutti traggono giovamenti

Non cadiamo nell’idea conservatorista e pseudoromantica secondo la quale la modernità è sempre e comunque un orrore e nei vecchi tempi tutto andava meglio”.

Maria Francesca Ruscitto

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