Aprile 17, 2024
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Gravemente insufficiente” è il giudizio di valutazione che il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha pensato di introdurre nelle scuole elementari. La notizia ha fatto scalpitare il giornalista Fabio Fazio – giustamente. Sul giornale Oggi, Fazio ha commentato: “Che cosa potrebbe mai significare “gravemente insufficiente” per un bambino di sei anni, se non un trauma e una umiliazione?”. Insufficiente è un aggettivo bastevole, nel senso che dovrebbe bastare a indicare una carenza, un giudizio negativo. Qual è allora la ragione per cui aggiungere un avverbio – gravemente – che esaspera una valutazione e umilia chi la riceve?

Aver partorito questo pensiero è sinonimo di indifferenza nei riguardi dei bambini e dei giovani

L’età scolare, quella in cui il bambino fa ingresso nel mondo scolastico, rappresenta la fase in cui si acquisisce una maggiore consapevolezza del Sé. È l’età in cui si impara a gestire le proprie emozioni in presenza degli altri, a regolare gli istinti. Si tratta di una fase delicata perché pone le basi per la costruzione dell’identità orientata verso il futuro, verso la vita adulta. Durante questa fase, tutti i bambini dovrebbero avere il diritto a essere seguiti da maestri esperti, emotivamente rodati, capaci di contribuire allo sviluppo di personalità forti e sicure di sé.

Purtroppo però, le scuole oggi pullulano di insegnanti analfabeti sul piano emotivo e sentimentale. Questo fenomeno è aggravato da un’assente politica scolastica. E il pensiero partorito dal ministro Valditara ne è la prova lampante. 

“La scuola è politica per eccellenza, esattamente come la vita. Politica non significa governo, ministeri, elezioni, gazebo,ma conoscenza, arte dell’ironia e della critica, amore per la storia e per il futuro” (Paolo Crepet, Prendetevi la luna). 

Si può dunque affermare che la scuola non è politica. No, perché nelle aule vige la cultura della perfezione, perché l’idoneità degli insegnanti è valutata sulla base di algoritmi o test a risposta multipla. Perché le manganellate sostituiscono la parola e il dialogo, perché i tassi di suicidio in età scolare sono altissimi. A proposito di suicidi, lo psicanalista Umberto Galimberti osserva che già nel 1999, Freud affermava che la scuola doveva fare qualcosa di meglio che indurre i giovani a togliersi la vita. 

“Bisognerebbe sottoporre i professori a test della personalità per capire se sono empatici. Un professore anche se non sa comunicare, non sa affascinare, può fare il professore per quarant’anni per demotivare classi di studenti. E la demotivazione è l’anticamera della depressione” (Umberto Galimberti).

Questo non accadrebbe se solo si restituisse alla scuola la sua accezione politica ed educativa. Non basta istruire, indottrinare, svolgere lezioni frontali e ridotte al libresco. 

Serve la comunicazione, serve ascoltare i pensieri dei giovani, chiedere loro come stanno, cosa provano, cosa li turba. Il gravemente insufficiente non contiene nulla di educativo, anzi, è un vulnus al metodo socratico, quello che si basa sul dialogo e sulla conoscenza di sé stessi. 

Con un simile giudizio cosa potrà conoscere il bambino di sé stesso? Di essere incapace? Di non avere avere autostima e né padronanza delle proprie capacità?

Il sé si genera attraverso il rapporto con gli altri, e se questo rapporto – specie nell’età scolare – ci fa sentire disprezzati e umiliati, viene inflitta una ferita che segnerà per sempre la crescita del bambino. I bambini vanno incoraggiati, lodati, accompagnati per mano lungo il loro percorso evolutivo. Eppure, come chiosa Crepet:

Sembra che non si avverta la necessità di valutare se il rapporto tra quell’insegnante e gli alunni che ha incontrato sia stato indimenticabile o se invece è stato motivo di contestazioni, ammutinamenti o noia”.

Avere a che fare con gli studenti dell’età evolutiva è una responsabilità gigante, ma molti insegnanti non sono all’altezza di quest’onere. E chi ha il potere di cambiare il contesto scolastico in termini qualitativi, non lo fa, anzi lo peggiora a causa di formalismi burocratici e iniziative svilenti. Proprio come quella del ministro Valditara.

Ha ragione Fazio nell’affermare che “gravemente insufficiente” è l’investimento sul futuro. Si, perché se i giovani adulti fanno fatica a disegnare il domani, se prevale in loro l’insicurezza, è perché probabilmente sono stati bambini poco ascoltati, poco amati, poco apprezzati. 

Si investe sul futuro dei giovani quando dedichiamo loro del tempo, quando riusciamo ad aprire il loro cuore e capiamo cosa alberga nella loro mente e nella loro anima. 

Di recente, sono diventati virali sui social i pensieri che un insegnante delle scuole elementari, Gabriele Camelo, scrive per i suoi alunni. Sono pensieri personalizzati, che vanno oltre il giudizio numerico e che hanno l’obiettivo di motivare gli studenti ed esortarli all’impegno e al miglioramento.

Il metodo di questo professore consiste nel lasciare sui quaderni dei suoi alunni dei commenti incoraggianti, come per esempio:

“Helena, molti compiti non sono stati svolti e le schede non incollate. Quando fai i compiti sei brava e ti stimo, posso aiutarti ad impegnarti di più?”

Ecco, questi sono i giudizi emotivi di cui i bambini hanno bisogno per sentirsi motivati, apprezzati e amati. Questi sono gli insegnanti di cui la scuola dovrebbe circondarsi per riuscire nella sua missione: quella di introdurre nel mondo uomini e donne consapevoli, consci delle loro potenzialità e delle loro fragilità. Individui dotati di mappe cognitive ed emotive, con un Sé ben realizzato seppur in continuo divenire. Persone capaci di essere se stessi.

Cosa vuol dire essere se stessi?

“Autorizzare sé stessi a essere è farsi acqua trasparente, che permette di vedere il fondo su cui sono posati sia detriti che pagliuzze d’oro” (Stefania Andreoli). 

Emanuela Mostrato

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