Dicembre 2, 2022
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Col nuovo parlamento vediamo un amento dell’età media degli eletti (52 anni) e una diminuzione delle donne (con il 31%). Un dato ancora più basso di quello del 2018, quando la presenza femminile in parlamento risultava essere al 35%. Guardando questi risultati non si può dire che le donne ci abbiano guadagnato per quanto riguarda la rappresentanza di genere. È un dato deludente. Soprattutto se è un dato che decresce invece che aumentare.

Con la vittoria di Giorgia Meloni, la prima Presidentessa del Consiglio donna, tutta questa faccenda sembra una grande contraddizione.

Nonostante Giorgia Meloni sia stata eletta anche con una netta maggioranza, in Parlamento non sembra che la situazione circa la parità di genere sia migliorata, anzi… peggiora. Tra tutti i partiti, quello di Azione e Italia Viva è quello che registra il numero più alto di donne (46%). Poco dopo c’è il Movimento 5 Stelle (45%). Va male per il Partito Democratico e per Verdi-Sinistra che registrano, rispettivamente, il 31% e il 30% di elette. Questo nonostante il fatto che le loro campagne elettorali si siano concentrate moltissimo sulla parità di genere e sui diritti delle donne.

La deputata Chiara Gribaudo ha scritto su Twitter:” Dobbiamo cambiare radicalmente la cultura patriarcale che, ancora, sopravvive nel Pd.” È, in generale, un sistema che sussiste da troppo tempo e che bisogna cambiare totalmente.

In generale, però, in Parlamento la percentuale più bassa di donne si ha nei partiti di destra.

E questo non solo in Italia. Come ha fatto, quindi, Giorgia Meloni a diventare, addirittura, la prima donna ad entrare nella presidenza del consiglio? Secondo la professoressa Flaminia Saccà, docente di Sociologia dei fenomeni politici all’Università La Sapienza di Roma, le donne di “destra” sono considerate ‘meno pericolose’. Perché non sfidano la cultura patriarcale. Secondo lei, le donne di destra “mirano direttamente al potere, non chiedono al maschio decisore di concedere loro spazi.” Perché è proprio così che funziona il potere, e a destra sembrano esserne più consapevoli.

Anche se prendiamo in considerazione l’affluenza di persone al voto si nota che quella maggiore è maschile, rispetto a quella femminile. Il 25 settembre scorso, quando si è registrata, in generale, l’affluenza più bassa di persone al voto, il 65,74% erano uomini e il 62,19% erano donne. In quasi 9 comuni su 10 (87,18%) l’affluenza maschile è maggiore di quella femminile.

C’è una minore propensione al voto dalla parte femminile.

Per questo, la vincita di una donna al centrodestra è frutto di un voto fatto principalmente da uomini. Ma sono comunque tante le donne che hanno votato per Fratelli d’Italia (27%).

Parlando anche a livello mondiale “negli ultimi anni, con l’eccezione di Hillary Clinton, le leader vengono tutte da destra.” Dice Isabella Rauti di FDI. Critica il modello di rivendicazione delle quote da parte della sinistra, affermando che, invece, a destra vale il merito. E la vittoria di Giorgia Meloni ne è la conferma. Perchè, da una parte, questo mostra come non ci sia alcuna barriera alla leadership femminile.

A questo, in realtà, io risponderei. A mio avviso e in questo caso, Giorgia Meloni ha vinto per svariati motivi. Il primo, per la totale inadeguatezza della sinistra di costituire un pilastro saldo e forte e che fosse in grado di creare una campagna elettorale altrettanto efficace. La campagna elettorale della sinistra si basava, sostanzialmente, sul “votate noi per non votare loro”. Secondo, perché i cittadini, trovatisi in questo periodo di crisi gravosa, vuole una svolta, e ha visto in Giorgia Meloni (nel centrodestra) una possibilità più alta nell’uscire da questa pesante situazione, soprattutto economica. Sostanzialmente, la gente si è stufata della “sinistra nullafacente”. E terzo… perché, signori, Giorgia Meloni sa il fatto suo. Su questo non si può dire nulla. È una politica che sa fare bene il suo mestiere. Anzi, più che bene. Possiamo dire che è una politica con la P maiuscola. Sa coinvolgere le masse e farsi apprezzare.

C’è quindi un doppio problema: quanto sforzo facciano i partiti per includere le donne e quanto le donne stesse si propongano.

È chiaro come la leadership maschile sia nettamente diversa da quella femminile. Chiara Appendino, del Movimento 5 Stelle, dice:” Oggi la leadership femminile manca e va fatta emergere perché donne capaci ci sono: non credo che abbiano paura di esercitare il potere.”

“C’è un punto di sconfitta per chi come me ha fatto battaglie femministe: non basta avere la rappresentanza paritaria. Credo che nella politica si sia inserito un virus: quello dei leader solitari. E noi donne purtroppo siamo state contagiate”, ammette Teresa Bellanova, di Italia Viva.

Il problema sta sempre nella radice culturale del Paese, che non si abitua, ancora, a vedere le donne nei posti di potere.

Inoltre, questo nuovo governo registra un’età media più alta. Si è alzata a 52 anni, in confronto alle due precedenti legislature (49 anni quella fra il 2013-2018 e 47 quella tra il 2018-2022). Il partito più anziano è Impegno Civico, dove è stato eletto solo Bruno Tabacci (76 anni). Il più giovane, invece, è il Movimento 5 Stelle, con un’età media di 45,7 anni.

L’età, in teoria, non è un requisito obbligatorio per entrare a far parte di un governo. Eppure, spesso, ci troviamo al governo persone più anziane, suggerendo che l’esperienza sia un fattore molto rilevante per intraprendere questo incarico importante. Nella seconda Repubblica si sono susseguiti governi più vecchi con quelli più giovani.

Ma come mai l’età media dei governi è tendenzialmente più alta?

Per quanto riguarda la vita politica dei giovani, in ambito europeo, l’Italia è carente: il 25,8% delle persone tra i 20 e i 24 anni non partecipa alla vita politica a causa della sfiducia del sistema. Questo anche a causa della scarsa rappresentanza delle giovani generazioni all’interno dei partiti e delle istituzioni.

Bisogna anche tener conto che l’Italia è un paese anziano. La natalità continua a calare e le persone più anziane sono, di media, più numerose rispetto a quelle più giovani. E questo, chiaramente, è un fattore che influisce pesantemente anche nella politica del paese.

Se vogliamo un governo più giovane bisogna prima di tutto dare le misure e gli strumenti giusti alle nuove generazioni in modo che possano, innanzi tutto, godere di una situazione socio-economica stabile. Bisogna, poi, riprendere in mano la politica e far si che i più giovani si sentano rappresentati e che riacquistino fiducia in essa. Solo così si può “attirare la loro attenzione” e avere, poi, il giusto ricambio generazionale.

Sotto questo punto di vista, gli ultimi governi, purtroppo, hanno fatto molto poco e avranno ancora tanto da fare.

Alexa Panno

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