Agosto 4, 2021
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“Covid 19, io il tampone e la mia settimana da incubo” potrebbe sembrare il titolo di un film ma è tutta vita vissuta. Un minuscolo coronavirus ha innescato una pandemia che ha cambiato il mondo. Il Covid 19 e ha stravolto tutta la visione del mondo, facendoci acquisire abitudini impensabili prima: da oggi in poi nell’immaginario collettivo torneranno sempre alla mente mascherine protettive, igienizzanti e distanziamento. I governi di tutto il mondo hanno adottato misure drastiche e restrittive che hanno inciso sul modo di stare insieme. È  anche cambiato il mondo del lavoro, infatti, attraverso le videoconferenze, è possibile fare didattica, incontrarsi, fare smart working.

Se dal punto di vista funzionale questo ha permesso al mondo di non fermarsi, nel “dopo-covid” sarà utile conservare le competenze acquisite per rinnovare il modo di lavorare. Ma è a livello umano che si stanno verificando i veri danni. La negatività maggiore è stata perdere un aspetto fondamentale dello stare insieme: la relazione umana. Basti pensare alle scuole e alle università, ma anche ai luoghi di lavoro, perché con la didattica a distanza e lo smart working purtroppo si perde la relazione con gli altri, i compagni, i docenti, i colleghi. Quest’aspetto giungerà a rovinare psicologicamente la vita di tante persone.

Ho vissuto due confinamenti, ma il secondo è stato quello più devastante.

Nel primo ero in Spagna per l’Erasmus, dove l’isolamento iniziò il 14 marzo. Doveva durare solo due settimane e il covid-19 sembrava una cosa così lontana dalla Spagna. In seguito  la situazione si rivelò anche peggiore di quella italiana. Inizialmente non dovevo tornare ma poi fui costretto e, dopo un viaggio rocambolesco, rientrai in Italia il 25 marzo, dove mi aspettavano altri 15 giorni di isolamento. Ebbi l’opportunità di trascorrerlo da solo in una casa di famiglia e, forse proprio per questo, alla fine non si è rivelato tragico. Essendo da solo avevo comunque libertà di fare ciò che volevo in una casa intera, ed è per questo che mi chiedevo perché un isolamento potesse creare tanti problemi.

Con l’isolamento di questo novembre però ho avuto a che fare con tutte quelle difficoltà che possono portano le persone ad “andare fuori di testa”. È vero anche che, rispetto al passato, restare ai nostri tempi bloccati in casa non dovrebbe essere male, se ci si confronta con altre pandemie (tipo l’influenza spagnola del 1918) o addirittura con la guerra, però è anche vero che dopo questa esperienza, restare volontariamente a casa risulterà di certo la scelta meno gradita.

Partiamo dal principio: Covid 19, io e il tampone

In Campania dal 15 novembre vige la red zone, quindi si può uscire solo ed esclusivamente per motivi di evidente necessità. Lunedì 16 mi reco a lavoro e mi avvisano che tre colleghi su sette dell’ufficio sono positivi: da mercoledì si passa allo smart working. Inizialmente non fui posto in isolamento né mi fu chiesto di fare il tampone, poi vengo a sapere che anche mio fratello era stato a contatto con dei positivi ed allora iniziò il periodo di isolamento. Entrambi fummo confinati nella nostra stanza senza poter uscire.

I problemi che si creano quando sei in isolamento in una singola stanza sono molti, a cominciare dal fatto che, per andare in altre zone della casa, devi metterti la mascherina e igienizzarti le mani. Inoltre la presenza costante di mio fratello che, se da un lato era positiva, dall’altro limitava la libertà di entrambi: qualsiasi conferenza da remoto dovessimo seguire era un problema e per ogni cosa o i creavo problemi a lui o lui ne creava a me perché non ci si poteva muovere dalla stanza.

Persino pranzi e cene erano un qualcosa di fastidioso, poiché non avevamo lo spazio necessario per consumare, come lo si ha su una tavola apparecchiata, quindi si stava stretti per far tutto, anche una telefonata o una qualsiasi altra cosa. Era come sentirsi imprigionati e bloccati.

Quei giorni non passavano mai. Stabilimmo che lunedì 23 novembre avremmo fatto il tampone e, giorno dopo giorno, il tempo sembrava non scorrere mai, a differenza del primo isolamento, quando invece sembrava volare. Stavolta il tempo sembrava invece fermo: giornate tutte uguali tra smart working, altre conferenze e attività a distanza.

Quando finalmente arrivano i risultati del tamponi, fortunatamente negativi per entrambi (eravamo stati comunque senza sintomi), fu una gioia perché finalmente si poteva tornare almeno a scendere per prendere una boccata d’aria.

Alla mia domanda di marzo 2020: “come può un isolamento creare tanti disagi”?

Ho una risposta: spero di non dover vivere più una condizione del genere, anche perché un conto è restare chiusi in casa, un altro è restare chiusi tra le anguste quattro mura di una stanza, condividendo l’isolamento con un’altra persona.

Daniele Esposito

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