Settembre 27, 2021
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

Mercoledì scorso si è fatto un passo avanti nella trattazione dell’analfabetismo analizzando l’importanza del possesso di un codice utile per esprimere i propri sentimenti. In tale ottica, i moderatori della room di Clubhouse (Giovanni Scafoglio, Alessandro Bertirotti, Andrea Valeri, Gianluigi Lisi e Giulia Parini Bruno) hanno trattato il concetto di “analfabetismo emotivo”.

Giovanni Scafoglio ha aperto le danze con un breve trailer di quanto sarebbe stato discusso:

“Siamo partiti in questo viaggio parlando dell’analfabetismo funzionale. Tra questo e quello di ritorno il 47% dei nostri connazionali ne è affetto. Questa problematica ha riscontri e conseguenze gravi che coinvolgono tutta la società, tanto che per molti – meno per i media – questa è la vera emergenza in cui versa l’Italia. 

Dire se nasce prima l’analfabetismo funzionale o quello emotivo è un po’ come dire “è nato prima l’uovo o la gallina?”. Ma cos’è l’analfabetismo emotivo? Siamo davanti a una problematica che è considerata una malattia mentale – per certi versi. Un disagio transitorio legato a tempi difficili. Due anni di pandemia, lockdown e Covid non hanno migliorato le cose”.

Ma quali sono state le fonti dell’analisi?

Gianluigi Lisi: “Questa riflessione nasce da un documento scritto da un dottore in filosofia che lavora per un’azienda che offre servizi di formazione (Togethere.net).

L’analfabetismo emotivo è la nostra incapacità a decifrare ed esprimere le nostre emozioni, non solo in un ambito personale, familiare, scolastico e professionale ma a tutto tondo 

Quanto ne sappiamo e quanto è presente nel quotidiano? Cos’è l’immaturità emotiva? Ne abbiamo sentito parlare? Ne abbiamo nozione?”

Iniziamo col collocare scientificamente la problematica.

Professor Bertirotti: “L’85% del funzionamento cerebrale è di tipo emozionale. Il restante 15% di tipo razionale. Nell’evoluzione della specie, secondo la teoria dei tre cervelli di Maclean, noi abbiamo sviluppato il nostro cervello e la nostra mente a cerchi concentrici, come se fossimo una matriosca. Abbiamo l’archeopallium, cioè un’antichissima sfera originale nota anche come sistema rettiliano, un paleopallium, che viene a specializzarsi durante il passaggio dal paleolitico al neolitico, e il neopallium, che è la corteccia cerebrale, spessa sei millimetri. E’ quella parte del cervello che permette alle emozioni di essere comprese, comunicate, codificate. 

Cosa vuol dire emozione? 

Dal latino “ex movere”. Qualcosa che ci fa cambiare o rivelare a noi stessi; qualcosa di nuovo che produce uno spostamento. Quando provo emozioni con altre persone infatti sperimento la commozione: cum movere – mi muovo insieme a un’altra persona. La caratteristica dell’esistenza umana è quella di muoverci dal luogo in cui ci troviamo. Nasciamo non per restare nello stesso posto, sia a livello fisico che mentale. 

Da un punto di vista neuroscientifico l’emozione è un’alterazione dell’equilibrio omeostatico 

Ogni essere umano tende ad avere un equilibrio fra l’esterno e l’interno, a partire dai nove mesi di gestazione. Dopo questi nove mesi, il bambino fa una grande fatica per entrare in un altro utero: il mondo. Per entrarvi sperimenta un trauma doloroso, perché deve iniziare a respirare ed eliminare tutto il liquido amniotico dai polmoni. Superando questo trauma ristabilisce l’equilibrio che ha perso. 

Quando non ci sono le parole per capire le emozioni e comprenderle si è affetti da una patologia che può avere diversi gradi di gravità e che si chiama alessitimia (dal greco: -a privativa; lexis, ossia parola; thymos, ossia emozione). E’ l’incapacità di gestire con un codice le proprie emozioni

Quante sono le emozioni primarie? 

Sei: sorpresa, gioia, paura, rabbia, tristezza, disgusto. Quattro negative e due positive. 

C’è un motivo per cui siamo programmati per riconoscere con maggiore attenzione il negativo: dal negativo dobbiamo difenderci e il positivo dobbiamo rincorrere. Quindi nel negativo devo avere un’energia neurocognitiva che mi permetta di capire se sto per entrare in una situazione pericolosa o di rischio, mentre la natura ci dà la possibilità di riconoscere la sorpresa (alla base di tutte le altre cinque emozioni) e la gioia perché devono durare poco. 

Se le cose durano troppo, infatti, l’essere umano e il cervello non continuano a cercarle. 

Le cose che durano poco e che hanno grande intensità a livello di hertz e impiego di energia biochimica nel cervello, invece, vengono cercate. 

Le emozioni primarie si sdoppiano e si uniscono ad altre emozioni. Il modello circomplesso delle emozioni di Russel del 1980 ci racconta come sono organizzate le emozioni. È un cerchio dove abbiamo verso l’alto tensione, nervosismo, agitazione, stress, gioia, turbamento, felicità, mentre andando verso il basso abbiamo la deattivazione: tristezza, noia, calma, depressione. Ai lati, piacevolezza e sgradevolezza.

Io aderisco alla teoria dell’appraisal, secondo la quale le emozioni sono attività di coscienza e di alterazione di un equilibrio. La persona che gestisce le emozioni è una persona che attiva l’appraisal, cioè l’emozione permette di valutare cognitivamente, con una riflessione immediata, ciò che sta accadendo”.

Giulia Parini Bruno interviene mettendo in evidenza due considerazioni: “Sono anni che osservo che questa società ha poca dimestichezza con le cause-effetto, cioè che ad ogni azione corrisponde una conseguenza. Inoltre in una conferenza di Paolo Crepet si raccontava di come le madri fuori dalla scuola fossero vestite più alla moda delle figlie, cioè più da giovani che delle figlie stesse adolescenti. Ho poi letto un libro che spiega che questa nostra società è diventata una società orizzontale dove non ci sono più padri, nonni, nipoti, ma stiamo tutti fratelli e sorelle, perché obbligati ad essere giovani.

Io mi chiedo se questo nostro inseguimento del non crescere abbia portato ulteriore acqua all’analfabetismo emozionale” analfabetismo emotivo

Nel corso della conversazione si fa riferimento a un libro scritto da Daniel Goleman: l’intelligenza emotiva. A riguardo, il professor Bertirotti esprime la sua opinione: “Nutro qualche dubbio nei confronti di Goleman perché ha scritto delle cose senza rispettare una tradizione scientifica che risale a una donna ben più preparata, ossia Martha Nussbaum, autrice de L’intelligenza delle emozioni. La Nussbaum parla di intelligenza delle emozioni, e l’utilizzo di queste parole in questa successione ci fa comprendere che dovremmo parlare dell’intelligenza delle emozioni e non di centro emozionale.

Il problema della gestione delle emozioni attraverso il linguaggio è che se io non ho gli strumenti cognitivi (quali le conoscenze grammaticali), se ho un rapporto negativo col mio corpo perché ho dei problemi di dieta, se ho dei problemi di percezione della mia identità corporea o se vivo in un’altra cultura (esempio: in Giappone essere un uomo etico vuol dire non esprimere all’esterno il privato delle proprie emozioni), mi ritrovo ad essere inibito”. 

Quindi quali sono le azioni per contrastare l’analfabetismo emotivo? Sappiamo che esiste, ma scientificamente non abbiamo una statistica accurata. A chi spetta l’onere e la responsabilità di stimolare l’apprendimento di tali capacità?, chiede Gianluigi Lisi

Una delle partecipanti alla stanza, Gabriella, interviene ponendo la questione in termini di comportamento sociale. Analizza le scelte degli “italiani medi” che si accontentano di file enormi per fare le vacanze, vanno contro ogni buon senso (soprattutto alla luce della situazione Covid) e mostrano un grande attaccamento alle cose materiali quali borse dal prezzo di un affitto e simili. Gabriella si chiede se in un mondo fatto di persone empatiche, attente al proprio e l’altrui benessere, tali personalità potrebbero esistere.

Andrea Valeri, invece, alla luce delle sue esperienze in giro per il mondo, evidenzia come l’analfabetismo emotivo sia molto più presente nella nostra società piuttosto che in altre meno sviluppate. In queste ultime, infatti, l’arroganza tipica di colui che sa di sapere è sostituita da una genuina dose di semplicità e umiltà.

Crede quindi che non sia possibile stabilire un rapporto assoluto tra analfabetismo emozionale e funzionale, dal momento che ai suoi occhi i due non sono direttamente (quanto più inversamente) proporzionali  

Professor Bertirotti: (riguardo quanto espresso da Andrea Valeri) “Più ci avviciniamo alla semplicità reattiva di persone con pochi codici formali e simbolici nel rapportarsi al mondo, più c’è verità e autenticità. Le verità dell’evoluzione umana stanno in mano ai pastori analfabeti, ai contadini analfabeti, ai marinai analfabeti. Gabriella ha espresso un tipo di sovrastruttura culturale corretta, ha evidenziato la bomba della contemporaneità e la bomba sulla quale si fondano tutte una serie di campagne elettorali che non fanno altro che dividere le persone sulla base dell’intelligenza di pancia (e la pancia contiene qualcosa che dobbiamo eliminare), che è una cosa diversa dal ragionare con le emozioni, perché le emozioni hanno a che fare con un codice”. 

Giulia Parini Bruno chiede quindi quali strumenti abbiamo per tornare a quella semplicità e quell’umiltà della quale tanto si è parlato. 

Professor Bertirotti: “Io sono diventato profondamente antidemocratico nei confronti dei presuntuosi, superbi, coloro che esprimono un’incapacità di immergersi nella sofferenza altrui e coloro che ostentano sicurezza, successo e fortuna. Preferisco pensare a persone che accolgono tutta la mia fragilità e tutta la mia debolezza. Decongestiono la vita dall’idea che la tecnologia risolva tutto sapendo che quando vado a letto ho da ringraziare qualcuno per essere arrivato a quel punto della giornata, sapendo che non sono autonomo e che la mia vita non dipende da me. 

Dovremmo capire che il bisogno è una bella cosa. Pensiamo al soddisfacimento dei cosiddetti bisogni primari: non esiste nutrizione se la mamma non ama dare il latte a suo figlio. Ancora prima della nutrizione, quindi, c’è il bisogno d’amore. Invito tutti a ragionare su quanto abbiamo bisogno della semplicità” analfabetismo emotivo

E' possibile parlare di analfabetismo emotivo quando le emozioni non vengono appropriatamente codificate? Che ruolo gioca la "semplicità"?

Giulia Parini Bruno: “Io dicevo sempre che volevo cambiare il mondo e adesso spero che il mondo non cambi me. Tutti noi che siamo così attenti all’argomento, cosa possiamo fare? Abbiamo detto ai nostri ragazzi di studiare molto le materie scientifiche (come se la filosofia e la letteratura fossero dei corollari quasi inutili), mentre secondo me le materie scientifiche e umanistiche vanno di pari passo, perché se non si allena la mente al pensiero e alle emozioni si rimane “nell’aridità della scienza”. In questo momento sono tesa verso il sociale, perché mi sembra di vivere in un mondo molto schizofrenico”. analfabetismo emotivo

Ma allora qual è la differenza tra emozione e sentimento? Il professor Bertirotti ci dice che è nel tempo analfabetismo emotivo

Professor Bertirotti: “L’emozione è subitanea, non si può controllare, ma si può gestire e contenere. Il dispiegamento dell’energia emozionale deve seguire il suo corso, deve quindi nascere, raggiungere il suo apice e poi svanire. Al sentimento invece ci si passa col tempo. La corteccia prefrontale e la corteccia frontale gestiscono la nozione di tempo

Esso è una continuità di azioni non costanti (ergo, ci sono sia gli up che i down), e noi ci rapportiamo ad esso come protagonisti della nostra storia. Ad esempio: io voglio avere la possibilità di narrare al mondo me stesso, quindi mettere in pratica quello che si chiama atteggiamento proposizionale. La storia della mia rivelazione è anche la storia dei miei incontri: Alessandro Bertirotti è nato perché ha incontrato qualcuno, a cominciare da coloro che l’hanno accolto. 

Il ragazzo che esce dal suo spazio domestico entra in quello che in antropologia si chiama spazio esplorativo che, intimorendolo, gli permette di crescere. E’ necessario rischiare per poter scoprire molto lentamente, anche a proprio svantaggio, la differenza fra rischio e pericolo

Ho compreso che noi siamo come una porta. Una volta c’è stato detto che c’era solamente una serratura, adesso invece gli studenti sono una porta con tutte le serrature: c’è la chiave del Manzoni, la chiave di Whatsapp, dei social, della tecnologia, la chiave del fatto che conoscono meno parole in italiano ma parlano tre o quattro lingue… hanno quindi una capacità di raggiungere il mondo migliore rispetto a noi. 

La prima cosa da fare è: chiediamo ai nostri giovani come dobbiamo parlare con loro, senza rinunciare a proporre loro il nostro modo di parlare”.

Maria Francesca Ruscitto

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