Febbraio 25, 2021
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

La settimana scorsa sono uscita dal mio comune. No, non era per fare una passeggiata. Ho percorso più di 1000 km tra andata e ritorno in una sola giornata. Tutto ciò per aver lasciato una medicina importante nel frigo di casa nelle Marche, dove studio. Sì, ho lasciato la medicina nella zona rossa. E sì, ho valutato tutte le opzioni prima di decidere di andare fin lì.

Inizialmente mamma aveva paura dei controlli e non voleva rimanere bloccata nelle Marche, o peggio, andare in prigione. Le sue paure erano relativamente fondate perché anche se la medicina è una buona ragione per uscire è anche vero che sono stata io a dimenticarla. Per di più, non è stata né la prima volta che abbiamo affrontato viaggi così stancanti, né la prima volta che mia madre ha vissuto certe avventure (dico solo che una volta a causa mia la poverina si è ritrovata a comprare un biglietto per Sofia all’ ultimo minuto). Ehm… non la faccio mai annoiare, ecco.

Tornando al viaggio, siamo partite abbastanza presto. Salita in macchina ho notato una pila di fogli sul sedile posteriore accanto alle mascherine e, ancora intontita per il sonno, ho pensato che mamma si fosse data al volantinaggio. Prudentemente aveva deciso di stampare una decina di autocertificazioni da distribuire ai poliziotti. Avevamo ipotizzato di trovare posti di blocco a ogni casello autostradale. Quanti volantini abbiamo poi effettivamente distribuito? NESSUNO. Quando all’andata siamo arrivate a Macerata senza intoppi ho pensato che fosse stato un colpo di fortuna e che al ritorno non saremmo state così fortunate. Mi sbagliavo ovviamente: tutto liscio anche al ritorno.

Con questo non voglio invogliare nessuno ad uscire di casa, anche perché ora le misure precauzionali sono decisamente più ristrette, ma non nego che la cosa mi abbia fatto riflettere. Mentre il paesaggio scorreva davanti ai miei occhi attraverso il finestrino, ho pensato a quei film distopici con i prigionieri a cui viene descritto il mondo di fuori e al prigioniero che poi scappa e scopre che non era vero niente.

Imboccata l’autostrada, mamma teneva le mani tese sul volante, lo afferrava stretto come un salvagente. Casello dopo casello, allentava sempre di più la presa e ogni tanto la sentivo sospirare per il pericolo scampato. Io guardavo fuori, contando le macchine sulla strada per capire se fossero di meno del normale. Erano poche, certo, ma nella mia testa erano molte, perché mi ero immaginata la desolazione più totale e i cespugli rotolanti stile far west (Wikipedia dice che si chiamano rotolacampo– dall’inglese tumbleweed – per chi fosse interessato). Nonostante la delusione di non aver trovato i rotolacampo, l’atmosfera era diversa dal solito.

Il mondo era in una specie di trance. Gli autogrill erano vuoti e le uniche macchine parcheggiate erano a chilometri l’una dall’altra. I pochi che scendevano dall’auto aprivano timidamente le portiere e poi, dall’alto delle loro mascherine, guardavano a destra e sinistra e poi a destra prima di scendere, come quando si attraversa la strada.

Macerata, marzo 2020 ai tempi del corona virus. Ph. Elsa Buonocore

Arrivate a Macerata abbiamo preso la medicina, ci siamo riposate un’oretta e poi siamo ripartite. Prima di andarcene mi sono lanciata in una missione suicida: fare una foto a Piazza della Libertà vuota. Sono uscita furtivamente di casa, macchina fotografica alla mano e in tasca un’autocertificazione che non provava un bel niente. D’altra parte mi sentivo tranquilla: non vedevo nessuno a controllare i vicoli. Un ragazzo in grembiule con un vassoio in mano mi è passato davanti e per tutto il tempo non mi ha staccato gli occhi di dosso: un comportamento comprensibile alla fine. Anche io ho fissato intensamente chiunque vedessi in giro. Nel mentre mi domandavo se la loro ragione per uscire fosse più valida della mia.

Entrando in piazza ho notato una volante della polizia parcheggiata. Con il cuore in gola ho fatto una foto furtiva, ma poi il rumore dell’otturatore ha riecheggiato nella piazza vuota e qualche persona si è girata verso di me. Le mani hanno cominciato a sudarmi e ho capito che non avevo nessunissima voglia di sfidare la sorte. Così me la sono data a gambe e mi sono infilata in uno dei vicoletti che portano verso casa. La mia palazzina mi è sembrata un miraggio. Sono arrivata con il fiatone: “Salva”, ho pensato appoggiando la mano sulla porta.

Una volta prese le nostre cose, ci siamo rimesse in viaggio. Sorprendentemente, mamma non si sentiva per niente stanca, anche perché senza traffico il viaggio era durato almeno 2 ore in meno. In macchina mi arrivavano i messaggi di famiglia e amici preoccupati che quasi non ci credevano nel sentire che non c’erano controlli.

Alla fine, quello che ha reso interessante questo viaggio è stato proprio il fatto che non sia successo niente e pensandoci è una cosa un po’ buffa.

Non vedo l’ora di poter viaggiare di nuovo, ma per farlo sto a casa. Spero che il Coronavirus diventi presto solo un semplice ricordo.

Elsa Buonocore

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