Luglio 14, 2024
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

In questa pagina, troverai alcuni estratti del mio romanzo “Il Sacro Profano”, che esplorano il tema dell’amore. Attraverso le esperienze e i ricordi dei protagonisti, questi passaggi offrono alcune riflessioni sulla sacralità e il lato profano che l’amore porta con sé. Partendo da un interrogativo. L’amore esiste?

Noi diavoli blu, siamo sopravvissuti, sacri profani, gatti randagi inseguiti da cani che ci invidiano la libertà

L’amore è sempre la risposta giusta nelle notti in cui ci sentiamo soli al mondo. Ma il vero amore esiste?

Oppure è sinonimo di passione? Dicono che la passione duri tre mesi e l’amore tre anni. Poi diviene altro. Penso sia una sciocchezza. Tutto finisce, è risaputo. Viviamo con una data di scadenza inserita nel Dna o nel Karma, come possiamo credere nell’amore eterno? Eppure ci sono delle eccezioni, degli attimi, degli istanti che vanno oltre l’umana comprensione. Attimi di piacere che promettono dannazione, istanti sublimi in cui due anime riescono ad afferrarsi e, grazie ai corpi, a toccarsi, a far l’amore. Uno dentro l’altra, anime affini che si invadono, come onde che risalgono una montagna sfidando la realtà, le date di scadenza e tutte le regole del gioco.

Ecco. Come potrebbe mai, un uomo, dimenticare quel suono e quell’aroma? Come potrebbe mai, una donna, smarrire dalla propria memoria quell’istante? E non è forse eternità tutto ciò? Credo ci sia una sacralità in certi rapporti. Quasi un rito purificatore. Ti rendono un ubriacone e un santo, ti sollevano in alto fino a sfidare le aquile per poi lasciarti cadere nella polvere, in basso, quanto un verme che ha sognato di essere un falco e si ritrova cibo per uccelli. Quando ti ritrovi quel demone nel petto, se credi in Dio, sarai Dio e diavolo insieme. Se sei ateo riconoscerai in te il centro del big bang. Perché il tuo universo è il suo sorriso e il tuo amore reggerà qualsiasi urto.

Credo che così debba amare un uomo, come un marinaio nel bel mezzo di una tempesta che non ascolta chi gli urla di mettersi al riparo e resta a prua sfidando i venti, non per assenza di paura ma perché l’eccitazione, la curiosità e la passione, il coraggio, gli permettono di superare ogni timore! Ecco, tutto questo è per me Habibi, un arcobaleno di emozioni che mi ha insegnato a non credere a chi conta i giorni, i mesi e gli anni; né a chi racconta che l’amore vada costruito giorno per giorno. I palazzi, i grattacieli, i computer si costruiscono, strutture che non mutano e con il tempo diventano vecchie, rottami, che poi finiscono in macerie.

L’amore è un’altra cosa, l’amore è come l’arte, anzi l’amore è arte, non si costruisce: prende vita

Far l’amore con lei era jazz in un locale fumoso a ritroso nel tempo, di quello buono. Era come camminare, sbronzo e barcollante, attraverso l’inferno alla ricerca di un angelo. Era sprofondarci in quell’inferno e deridere i diavoli poiché dopo essermi perso nel suo sguardo, nell’attimo del suo piacere più intenso, potevo vantarmi di aver visto nei suoi occhi, a differenza loro, il paradiso senza avervi mai messo piede.

Se per amare dobbiamo avere un motivo, non è amore

Amo quel tuo sguardo quando, meraviglioso gioco di fiamme, mischiata tra la gente, alzi gli occhi all’improvviso accorgendoti del mondo. È come un fulmine che illumina una vigna, saetta veloce che si espande di luce tutt’intorno. Ma c’è un fascino più forte: gli occhi tuoi che mi guardano colmi di vita negli attimi di pelle bagnata e sussurri dove non esiste vergogna. Ed è tra i nostri sguardi appassionati in cui ci riconoscemmo veri, mentre fra le tue ciglia semichiuse dal desiderio esplodi, come fosse dolore, poi sorridi, mi baci, per poi addormentarti serena mentre le mie mani, al ritmo del tuo cuore, si riempiono del tuo corpo fino a morderti l’anima. Mi chiedono spesso, cosa ami di lei, perché l’ami? Ma se per amare dobbiamo avere un motivo, non sarebbe amore.

O forse l’amore è una malattia dell’anima?

Si. L’amore è una malattia dell’anima. L’amore non esiste. Cerchiamo di essere seri. L’amore non esiste e nessuno mi convincerà del contrario, è un’astuta invenzione di un poeta italiano chiamato Petrarca. È un modo che le religioni hanno trovato per tenerci al guinzaglio, per farci diventare gregge. È una bugia, una scorciatoia, un inganno, un senso di colpa. L’etimologia della parola amore risale al sanscrito Kama, ossia desiderio, passione, attrazione (hai presente il Kama-sutra?); anche il verbo amare risale alla radice indoeuropea “ka” da cui (c)amare cioè desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale.

Per altri l’etimologia della parola amore viene dal verbo greco mao=desidero, da cui il latino amor da amare che indica un’attrazione esteriore, viscerale, quasi animalesca, da distinguere da un’attrazione mentale, razionale, spirituale, per esprimere la quale era usato il verbo diligere, cioè scegliere, desiderare come risultato di una riflessione.

Che tristezza, tutta questa gente continuamente in cerca dell’anima gemella. Mi viene da ridere se non ci fosse da piangere. Non che ci sia cascato anche io, da bambino, mentre ascoltavo le fiabe di mia madre. Da ragazzino credo di averla addirittura immaginata una volta, l’anima gemella. Che cazzata!

Ovviamente questo non vuol dire che non abbia esplorato i cosiddetti sentimenti e il corpo umano. Ricordo le prime esperienze con una compagna di classe che mi eccitava fisicamente ma che non stimavo affatto. Bella e con un corpo da dea, ma vuota, fatua. Sperimentammo assieme i piaceri del sesso e, a tratti, lo trovai appagante. Molto tempo dopo fui invitato al suo matrimonio. Andai. Ricordo che risi tra me e me di tutte quelle coppie fasulle sedute una accanto all’altra in tavoli rotondi, impegnati a sfoggiare quell’allegria obbligata che ben si conviene alle circostanze ufficiali.

Di molte di quelle coppie, delle donne in particolare, conoscevo bene l’intima infelicità che mi raccontavano a letto, dopo il momento dell’orgasmo, in una confidenza che loro bramavano e io fuggivo. Guardavo e guardo ancora quelle coppie nei loro vestiti di finzione e oggi come allora so, credimi, io so bene, che a mantenerle unite è la paura della solitudine e non certo il desiderio di restare insieme.

Non che non abbia provato qualcosa di simile all’amore

Forse una volta. O forse due. Un amore improbabile. Ma per il resto ho cercato di non cedere a quella voglia di affetto che non riesce a sgorgare in un mondo di cuori rattrappiti incapaci di guardarsi dentro. A volte ho trovato rifugio in donne le cui forme esplosive mi rendevano sopportabili i momenti di dialogo. Ne ho avute tante di donne e per un equivoco che ancora oggi fatico a spiegarmi, loro, le donne, mi trovavano inspiegabilmente meraviglioso e si innamoravano. E io in quegli amori a senso unico mi ci trovavo bene, adagiandomici comodamente.

Una serie di distrazioni piacevolmente insensibili

L’insegnante di matematica dalle curve paraboliche, l’anoressica ninfomane, la casalinga frustrata dal marito inadeguato, le eterne fidanzate di uomini che disprezzano tra le amiche ma che amano sui social, e poi le innamorate dell’amore, e le disilluse in cerca di piacere fine a sé stesso. Che poi non si rivela mai realmente fine…a sé stesso. Tutte futili relazioni che servirono a confermare la pessima idea che avevo di me stesso. Anzi che ho, di me stesso. E così abbracciavo una vita sempre più superficiale nella convinzione che fosse l’unica possibile. Fino a ritrovarmi in un letto di un appartamento tra le cosce di una sconosciuta di cui non avevo neanche visto, o ricordavo, il volto.

E fu a causa di tutto ciò che come per un moto di rigetto mi capitò prima di provare un senso di nausea e disgusto ogni qual volta una donna si avvicinasse a me e poi di innamorarmi. Che poi amore non fu. E forse pensandoci ora, se fosse stato amore sarebbe stato tra i mali, il minore.

Karmantrico

Ti osservo… attendo… ascolto…
cerco di intuire ogni tuo desiderio
che potrei non aver colto.
Sento i suoi talloni sui miei glutei…
Li appoggi, mi inviti e quindi… spingo
Spingo ancora ed entro.
Le mie pupille si dilatano,
le mie mani mi danno la consapevolezza del tuo corpo
perché i miei occhi non si staccano dai tuoi che mi amano
…dalla tua bocca
Spingo più forte…
ti sento gemere, ti piace la mia forza
spingo ancora… selvaggio, alla ricerca del tuo piacere
È il tuo godere che mi fa fremere.
Ti piace, ma non mi basta…
spingo più forte… per sentirti godere.
Come un martello, incessante sull’incudine
unisco anima e sesso, membro e vulva.
Chi osa dire di me che sono solo anima in solitudine?
Voglio il tuo piacere, e non mi basterà solo una volta.
Senti, ora, nel tuo corpo l’anima espandersi
fino a sbocciare in un vivido grido, per l’ennesima volta.
Ecco l’orgasmo, il tuo, in un istante d’infinito
Ora il tuo corpo avvinghiato al mio,
sembra danzare lentamente presentandomi un nuovo invito.
È un preludio, canto di sirena,
tripudio di sensi, sudore che scorre salato,
occhi negli occhi come ogni sera.
Bevi il mio sangue, sei tu che gli hai donato sapore,
tu per me sei miele, di te amo l’odore
Spingo! Spingo come un folle,
ora puoi guardare il mio lato oscuro, scoprire il mio sapore
ascoltare la mia voce roca che guaisce alla tua luna a valle
la mia voce ti eccita, vuoi sentirmi godere e mi sproni a spingere…
spingo… furioso, e ad ogni colpo le mie mani brandiscono il tuo splendido sedere,
sento i tuoi fianchi protrarsi verso di me,
il tuo liquido inondarmi… inesauribile
…e spingo ancora, senza sosta, le mie gambe sono molla infallibile
ti piace quando… esplodo e, allo stesso tempo, il mio respiro implode.

Mi espando dentro di te
ed i miei polmoni cessano di ricevere aria…
barcollo esausto nel mio equilibrio instabile,
cedo… ma, ancora, spingo piano,
le tue mani sul mio petto,
sulle mie spalle,
sul mio culo che ami tanto…
il mio corpo non mi appartiene più,
fuso, dissolto, torna all’origine
l’idea di godere sta godendo.
Poi, si instaura la pace. Pace degli dei,
il mio respiro forte è l’unico suono.
Ritmato dal pulsare potente del mio cuore
Restiamo adagiati sul letto, come statue vestite di sudore…
…resta solo il mio petto sul tuo ventre,
le tue mani sui miei capelli,
grate per l’amor terreno…
ho recitato il mio tantra,
gli occhi si chiudono… riposo.

La gente che ti ha amato solo con gli occhi, si è persa la vera bellezza

Com’era il mondo prima del Big Bang?
Com’era il mondo prima del Big Bang? Te lo sei mai chiesto? Io sì.
Quando me lo sono chiesto? Abbi pazienza. Ti spiego.
Cosa dicevo? Ah sì. Il mondo prima del Big Bang.
Il prima non c’era, perché dico questo? Come faccio a esserne sicuro?
Perché prima del Big Bang il tempo non esisteva.
Il tempo è il risultato dell’espansione dell’universo stesso.
Ma cosa succederebbe se il tempo smettesse di espandersi
e il movimento s’invertisse? Perché mi chiedo questo?
Perché il mio Big Bang è stato inciampare nel tuo sguardo. Bang!
Un colpo dritto al cuore, Big!
Grande come una cannonata sparata in una piazza deserta la domenica all’alba,
quando tutti, ma proprio tutti, dormono.
Questo è stato l’effetto, un colpo, una fucilata, una badilata di soprassalto e il mio
cuore che cambiava in continuazione la velocità del battito,
come fosse un cavallo imbizzarrito che continua a cambiare traiettoria perché non
vuole essere preso al lazo. Il tuo sguardo mi ha tolto la possibilità di scegliere, sai?
E, così facendo, mi ha reso libero. Un paradosso solo in apparenza,
poiché scegliere non è un atto di libertà,
non da quando ho scoperto la tua esistenza. Non sono impazzito, credimi,
scegliere è perdere la libertà, perché necessita di scelte e, una volta fatta la nostra
scelta, non possiamo tornare indietro, rinunciando a tutte le altre possibilità,
mentre fin quando non si sceglie tutto resta possibile.
Poi arrivi tu che porti scompigli, vertigini e capogiri, arrivi tu…
…e mi ritrovo a guardare in te alla ricerca di qualcosa di diverso
che gli altri si ostinano a non vedere, forse perché sei così bella e malinconica
o forse per il tuo corpo che attrae sguardi e pensieri. E che pensieri!
Eppure io ti ho sentita. Ho sentito qualcosa, forse un richiamo di sirena, no…
…no qualcosa di ancor più ancestrale, antico, che viene da lontano, dagli abissi di
un mare che ti ha perso ed è incazzato con la luna per aver smarrito te
che del mare eri la musa.
Ecco, mentre immagino di averti al mio fianco,
non credo di aver più bisogno di altro nella vita…
…io e te in un qualsiasi luogo del mondo, noi, destini mai sbagliati.
Tu, io, in quell’acrobazia di esistere senza coordinate che è bellezza soffice.
Da quando tu sei il mio Big Bang, non ho più paura di morire, sai?
Ho solo paura di non poterti vivere abbastanza.
La gente che ti ha amato solo con gli occhi, si è persa la vera bellezza.

Nessuno è mai arrivato a guardare in faccia la felicità con gli occhi asciutti

E voglio un ventre del quale fidarmi
e una mano che trovi asilo tra i miei capelli,
prenderò le tue paure e i tuoi dolori e li curerò,
t’accoglierò nuda nel letto, sfrontata, a testa alta,
con l’anima candidamente vera e i baci sconci,
e sarò per te terra sincera e mai filo spinato.
Credi a me che sono stato in mille cuori,
credimi e saprò farti dimenticare i tuoi dolori.
E se passerà l’ombra di un falso amore ci nasconderemo…
…tenendoci per mano aggrappati l’uno alle labbra dell’altra
fino a riscoprirci spettinati,
immersi in un’alba di sorrisi,
noi, una solitudine liberata dall’angoscia di sentirsi soli.
Siamo noi il nostro destino,
il nostro Karma,
la nostra felicità.
E non avrai mai paura di piangere con me,
nessuno è mai arrivato a guardare in faccia la felicità con gli occhi asciutti.

Giovanni ScafoglioIl Sacro Profano

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