Giugno 19, 2021
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Solo poche settimane fa l’Italia e il mondo festeggiavano il Dantedì, la giornata in cui si celebra il Sommo Poeta e la sua Divina Commedia. Una Giornata nazionale istituita nel 2020 dal Consiglio dei Ministri e che quest’anno ha avuto un valore speciale. È coincisa col settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri

Nel mondo, in quei giorni, c’è stata una fioritura di iniziative dedicate a Dante: convegni, conferenze, mostre, allestimenti temporanei, libri, rassegne e tant’altro. Tutti hanno festeggiato ed omaggiato il nostro poeta, universalmente riconosciuto come il più grande. Eppure proprio in Italia, noi italiani, ne oltraggiamo quotidianamente il valore culturale e l’insegnamento linguistico.

Il Dantedì viene celebrato per ricordare a tutti noi che Dante è padre e madre della nostra lingua, che da lui dipende tutta la nostra tradizione linguistica e letteraria.

A Dante dobbiamo la nascita della lingua italiana che parliamo tutti i giorni

Una lingua ricca e complessa, composta da un numero di voci che va dai 210mila ai 260mila (se si considerano i due Grandi dizionari della lingua italiana di Salvatore Battaglia e di Tullio De Mauro). Numeri impressionanti, verrebbe quasi da urlare! Ma non c’è da spaventarsi. Non serve conoscere tutte queste parole per parlare in italiano, e nessun italiano, nemmeno il più colto, le conosce e ne utilizza così tante.

ntre l'Italia e il mondo festeggiano Dante, l'integrità della lingua italiana viene sempre più contaminata dalla globalizzazione.

Secondo alcuni tra i più importanti linguisti italiani, un individuo con un’istruzione medio-alta conosce ed utilizza fino a 47mila vocaboli della nostra lingua

Molto più ridotta la conoscenza di base e l’uso che ne fa un italiano comune. Questi adopera in media solo 6.500 parole della nostra lingua, con cui è già possibile coprire il 98% dei nostri discorsi. Ebbene, sorprenderà sapere che normalmente, per parlare in italiano e formare decine di migliaia di frasi che usiamo quotidianamente, di parole ne adoperiamo ancora meno.

Sono solo 2.000, infatti, le parole di uso frequentissimo che apprendiamo sin dall’infanzia

Queste parole, combinate insieme, formano il 90% delle frasi che pronunciamo. Ma cosa c’entra Dante con tutto questo? Ebbene, di queste 2.000 parole, ben 1.600 sono state espresse proprio da Dante. Fin dal 1300, quando la nostra lingua ancora non esisteva, Dante Alighieri fu il primo ad affrontare la questione della lingua italiana.

Si chiese, nel suo De Vulgari Eloquentia, quale fosse la lingua più corretta da usare nelle opere letterarie. Il sommo poeta giunse infine alla conclusione che nessuno dei dialetti dell’epoca fosse una vera lingua, neppure il fiorentino. Tuttavia fu proprio la lingua che lui parlava, il volgare fiorentino, che scelse per la stesura della Divina Commedia e che sarebbe poi diventato il fertile terreno su cui sarebbe fiorita la lingua italiana.

La lingua usata da Dante fu scelta da Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto e tanti altri ancora. Dal Rinascimento al Romanticismo il profilo e l’uso della lingua di Dante sono andati sempre più delineandosi

E fu proprio nel Romanticismo che Alessandro Manzoni, prendendo a modello il fiorentino classico della tradizione, ne fece il modello linguistico che adoperò nella stesura definitiva del suo capolavoro, I Promessi Sposi. Lo stile linguistico di Manzoni si impose come risolutivo e con esso furono gettate le premesse per la creazione di una lingua nazionale italiana. Dante fece nascere la lingua italiana, Manzoni la portò a compimento!

ntre l'Italia e il mondo festeggiano Dante, l'integrità della lingua italiana viene sempre più contaminata dalla globalizzazione.

C’è di più. Pochi sanno che dopo l’unità d’Italia a Manzoni fu affidata dal Ministro dell’Istruzione dell’epoca la presidenza di una commissione per l’unificazione linguistica. Fu allora che Manzoni ribadì la scelta del fiorentino parlato come lingua nazionale italiana. Fece anche realizzare la compilazione di un vocabolario dell’uso vivo della lingua di Firenze, la lingua che già fu di Dante. Sostenne inoltre che erano la scuola e gli insegnanti il solo mezzo per garantire l’unità e la diffusione linguistica, e seppe vedere lontano. La lingua italiana fu poi consolidata con l’obbligo scolastico e la leva militare.

Poi giunsero i mass-media che nel ‘900 giocarono un ruolo fondamentale

Nel secondo dopoguerra radio e televisione furono fondamentali per l’affermazione della lingua italiana. Ci fu però già chi intravide proprio nei mass-media un serio pericolo per il linguaggio e la cultura del Bel Paese. Ripetutamente, negli anni ’60 e ’70, Pier Paolo Pasolini accusò di omologazione culturale la televisione. Pasolini riteneva che si dovessero salvaguardare i dialetti, come espressioni della cultura popolare e locale. La TV, ma anche la radio, invece, puntavano ad omologare lingua e cultura nazionale. Pasolini ci aveva visto giusto. Non poté però immaginare che proprio quei mass-mediala con cui si volevano “veicolare” e forse “imporre” lingua e cultura italiane sarebbero stati gli strumenti del suo decadimento. Contaminata, inquinata, violentata, deprivata, storpiata! Ecco ciò che accade oggi alla lingua italiana!

Qualcuno ha scritto che la contaminazione culturale crea ricchezza. Questo è senz’altro vero, a patto però che contaminazione stia per condivisione. Quello a cui si sta assistendo oggi nei confronti dell’Italia è invece una lenta e subdola opera di invasione culturale perpetrata attraverso un’altra lingua. Sin dall’avvento della globalizzazione si assiste ad un vero e proprio degrado della lingua e dunque dell’identità nazionale e della cultura italiane.

Sulla spinta di un neocolonialismo socio-economico e culturale, termini soprattutto anglo-americani stanno soppiantando quelli nostrani. Weekend invece di fine settimana, slide invece di diapositiva, meeting invece di riunione, coffee break in sostituzione di pausa caffè, full time al posto di tempo pieno, ticket per biglietto, selfie invece di autoscatto… Solo per citarne alcuni entrati a far parte del nostro linguaggio quotidiano. Senza poi parlare dei termini usati ed abusati dal mondo giornalistico, che ci riversa addosso una pioggia di “anglicismi” che la gran parte della popolazione italiana non comprende o stenta a distinguere. Spending review (revisione di spesa), flat-tax (tassa piatta), mobbing (molestie), stalking (atti persecutori, molestie ripetute), premier (presidente del consiglio, primo ministro), sold-out (esaurito o tutto esaurito), escalation (aumento, crescendo), standing ovation (ovazione)...

E il mondo della pubblicità? E quello delle istituzioni?

Basta provare ad ascoltare lo spot di una qualsiasi casa automobilistica. Quante opzioni (mi stava scappando optional) vengono proposte al cliente utilizzando termini inglesi? Paroloni altisonanti e tecnologicamente innovativi. Provate a chiedervi cosa vogliano dire paroloni ricorrenti negli spot di quasi tutti i modelli automobilistici come recharge plug-in hybrid o blind spot information system oppure connect assistant o attention assist, cruise control, lane control, full led, cross-over, traffic sign recognition, autonomous emergency braking… Pubblicità ingannevole? Comunicazione non trasparente? Probabilmente lo è in minima parte! Ma perlopiù è contaminazione linguistico-culturale.

Frasi in inglese in spot promozionali o in alcuni casi (soprattutto quelli dei blasonati profumi) intere pubblicità di un prodotto completamente in inglese cos’è? Espediente per rendere più fascinoso un prodotto, più accattivante per un pubblico giovane? Più alla moda, perché l’America è sempre alla moda? Più semplice? Forse sì, ma se dobbiamo chiamare computer il calcolatore elettronico. Altrimenti è una lenta ma penetrante strategia per abituare gli italiani ad una lingua che non è la nostra.

Se in passato l’italiano riceveva un’influenza particolare dal francese, oggi i “forestierismi” provengono quasi esclusivamente dall’inglese.

Questo avviene in Italia, come nel resto del mondo, alla stessa maniera e quasi nella stessa misura. Similmente al processo di apprendimento, l’uso ricorrente di parole inglesi non è sinonimo di un miglioramento del livello di inglese degli italiani. Non ci riesce la Scuola, eppure l’inglese è sempre la prima o l’unica lingua straniera che si studia… L’uso ricorrente di parole inglesi nel nostro “parlato quotidiano” rappresenta solo un impoverimento del nostro italiano.

Neanche i contesti istituzionali sono esenti da contaminazioni. Il più esotico question time ha ormai sostituito l’interrogazione parlamentale. Al posto di legge o riforma sul lavoro si usa job act . In ospedale è sempre più frequente trovare la surgery e il day hospital al posto di nostro più familiari ambulatorio o visita ambulatoriale e ricovero diurno. Potremmo andare avanti citando centinaia di parole inglesi (ma non solo) che sono ormai entrate a far parte del nostro lessico quotidiano, soppiantando le nostre parole Made in Italy (altra espressione affermatosi al posto del nostro Fatto in Italia).

Molti si chiedono perché la nostra bella lingua venga così snaturata. Perché non si difende l’italiano?

Paradossale è che numerosi termini inglesi che ci vengono “imposti” sono originati dal latino (forum, mass media, sponsor, summit, ecc…), la base linguistica da cui deriva poi il nostro italiano. Eppure si preferisce l’inglese per “indicare” una situazione o un oggetto. Forse perché è più efficace? Più giovanile e internazionale? Più breve e semplice? O forse perché ormai tutti fanno così (e i giornalisti hanno le loro gravi colpe) e non farlo significherebbe “non essere alla moda” o “essere retrò“? Probabilmente tutto ciò o esattamente il contrario di questo. Semplicemente perché la gran parte della gente subisce passivamente l’evoluzione del linguaggio imposto da mass-media, pubblicità, istituzioni, e non si cura dei danni che ciò sta provocando alla nostra lingua.

Noi italiani abbiamo sicuramente un complesso di inferiorità e al contempo di attrazione verso l’anglo-americano. Eppure non dovremmo. La nostra lingua e la nostra cultura ci vengono invidiate in tutto il mondo. L’italiano è la quarta lingua al mondo studiata per caratteristiche e bellezza. Assume quindi un ruolo di predominanza a livello mondiale. Perché dev’esser messa a repentaglio dal sempre crescente numero di parole anglofone? La nostra lingua è un bene comune, rappresenta la nostra storia, le nostre radici la nostra cultura. La nostra lingua è ciò che ci identifica e ci accomuna. Perciò è fondamentale combattere in ogni ambito una battaglia per difendere questo nostro inestimabile patrimonio! A nessuno giova la deriva lessicale che sta avvenendo oggi in Italia. Di certo non giova al paese col più grande patrimonio artistico-culturale al mondo, alla cultura italiana ed alla quarta lingua più parlata al mondo.

L’uso dei prestiti linguistici in italiano oggi, sembra più una questione di stato sociale che una vera necessità.

Eppure, la sovrabbondanza, se non l’abuso, di espressioni inglesi nel nostro parlato non sembra trovare una giustificazione. Quando si sostituiscono parole italiane con espressioni straniere si taglia fuori una gran parte della popolazione (si stima l’84%, in riferimento all’inglese). Non si migliora l’efficacia comunicativa, come si potrebbe pensare, ma la si limita. Se poi l’intento è sedurre i destinatari con parole straniere “persuasive”, bisogna ricordare che la lingua italiana è unanimemente riconosciuta tra le lingue più romantiche al mondo, al pari dello spagnolo e del francese.

Allora ben venga l’iniziativa che ha dato vita alla piattaforma di promozione culturale Dante.Global, inaugurata dal Presidente Mattarella a metà del mese di aprile. Promossa dalla Società Dante Alighieri, punta a promuovere la lingua e la cultura italiane nel mondo. Ben venga che nella Scuola si rafforzi l’orgoglio per la lingua italiana e il suo corretto uso. Necessario che programmi televisivi e radiofonici, siti web italiani e spot pubblicitari preferiscano l’italiano all’inglese, adoperino termini italiani invece di quelli stranieri! Ma soprattutto necessaria è una nuova e diversa responsabilità da parte del mondo giornalistico ed istituzionale nei confronti dell’italiano. La smettano giornalisti e politici di ripetere ed ostentare parole inglesi per riferire concetti che dovrebbero essere invece chiamati e spiegati col loro nome italiano!

Qualcuno ha scritto che la più grande minaccia all’umanità è l’ignoranza. Ma la più grande minaccia ad una cultura è invece l’affermazione, lenta, ammaliante e subdola di un’altra cultura. A cominciare dalla contaminazione della lingua. Sta a noi mettere un freno a questa minaccia e riaffermare con forza, nel parlato di ogni giorno, la bellezza della lingua che Dante ci ha donato.

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