Marzo 8, 2021
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Lascereste una pistola carica in mano a un bambino di 9 anni? Eppure li lasciate con un cellulare. Accade cosi che i social uccidano una bambina di 9 anni.

Quello accaduto a una bambina di 10 anni a cusa di TikTok

è qualcosa che non può essere accettato e che deve farci riflettere sulle colpe che abbiamo come cittadini e come genitori ma anche su quanto siano sottovalutati i pericoli derivanti dai social sia da noi “adulti” che dai vari governi. E’ però sempre più evidente che nessuno voglia realmente risolvere questo problema, sia per motivi economici che politici. Eppure sarebbe molto semplice.

Prima una doverosa premessa

Qui non si faranno processi ai genitori, ai parenti o ai ragazzi che usano i social. Si farà una disanima per comprendere quanto questo mezzo sia in mani che non ne comprendono i pericoli. Quindi spero che chi lo leggerà non si sentirà messo sotto accusa ma che usi questo articolo come stimolo, come avvisaglia, come un consiglio da parte di chi ha a cuore i bambini e i ragazzi e che lavora in questo mondo praticamente da quando sono nati i social. Quindi non un J’Accuse ma una mano tesa amichevolmente per cercare di arginare assieme un pericolo

TREDICI ANNI

L’età minima richiesta per l’iscrizione ad Instagram, Facebook e TikTok è di tredici anni. Tale assunto è regolato espressamente dall’articolo 8 del Regolamento Europeo emesso il 25 Maggio del 2018, il quale prevede il divieto di iscrizione ai social network per i minori di anni sedici senza il consenso dei genitori o del tutore. Questa regola è volutamente NON rispettata dai gestori dei social e sottovalutata dai genitori dei bambini e dei minori che usano questi social, tra i quali va aggiunto anche WhatsApp.

Lascereste vostro figlio da solo in camera con in mano una pistola carica?

Con lo smartphone e tablet sempre a portata di mano e la possibilità di connettersi costantemente a Internet, i ragazzi della “generazione hashtag”, iniziano a navigare in età sempre più precoce, utilizzando in particolare chat e social network. Ciò avviene a causa di un gap intergenerazionale tecnologico pericolosamente ampio, dove i giovani agiscono nel web spesso indisturbati agli occhi dei genitori che, una volta dato in mano lo smartphone ai figli, molte volte non sanno minimamente l’uso che ne fanno. Ne esercitano un controllo su di essi. Accade così che la scarsa conoscenza degli strumenti digitali e la mancanza di consapevolezza dei reali pericoli che si incontrano in rete, bambini e ragazzi si ritrovano a navigare da soli, spesso senza gli strumenti giusti, esponendosi a tutta una serie di trappole online.

Bambini e molti ragazzini non sanno cosa vuol dire morire

I social che uccidono i bambini... perchè non si prendono reali provvedimenti?
Abbiamo già dimenticato Jonathan Galindo? un esempio di social che uccidono i bambini

Una volta esistevano le favole che insegnavano ai bambini il senso della morte. Si viveva in casa con i nonni che con la loro esperienza e, a volte purtroppo, con la loro dipartita, davano le prime lezioni di vita e di morte ai bambini. Ora invece le favole non esistono praticamente più, soffocate da fiabe politicamente corrette dove Disney in primis ha cancellato il concetto di morte. I telegiornali sono un continuo bombardamento di notizie di guerra e morte e malattie, il risultato è una assuefazione a certe immagini. E poi ci sono i cellulari…

Lo specchio traditore che abbiamo in tasca

Capita cosi che l’educazione alla realtà passi attraverso uno specchio deformato che abbiamo sempre con noi. Si cercano le notizie su wikipedia, senza controllare altre fonti, i seflie e i filtri cambiano i canoni di bellezza rendendo sempre più insoddisfatte della propria estetica le ragazze, e nei gruppi WhatsApp si condividono contenuti non adatti ai bambini e ai minori: pornografia, pedopornografia, violenza sugli animali, bullismo e tutorial più disparati. Questo perché i ragazzi sono lasciati soli con in mano uno specchio che deforma la realtà, in una età in cui non sono ancora formati eticamente e non hanno ancora sviluppato una propria morale.

Eppure gli esempi sono tanti: I social che uccidono i bambini

La cronaca ci racconta di criminali pedopornografici che adescano i bambini in chat; di chat degli orrori come la shoa party; di revenge porn, di atti di bullismo sulla rete (cyberbullismo) e di giochi di morte su TikTok di cui bambini di nove anni parlano tra di loro, attratti come fosse un videogioco ma inconsapevoli di quanto tutto ciò possa portare alla morte.

Perché i bambini di nove anni conoscono i giochi di morte che i genitori ignorano? Un ragazzo su 5 dichiara di aver partecipato a un gioco di morte

Eppure come è possibile non ascoltarli parlare tra di loro di “Blackout challenge”, di “Eye balling” o di “balena azzurra”. Chiedete a vostro figlio se la conosce e osservate i suoi occhi e ascoltatelo con attenzione mentre vi risponde. Poi chiedetevi “come potevo non sapere?

Dalla ricerca realizzata per Agi da The Fool su dati Crimson Hexagon, nel 2017, sono state registrate nel mondo 34.794 tra ricerche e contenuti apparsi su Twitter e Instagram e collegati al gioco della morte “balena azzurra”.

Le colpe dei genitori

Un dato da non sottovalutare è che il 90% dei genitori dei ragazzi, nella fascia 14-19 anni, NON controlla il cellulare dei figli e i movimenti che fanno nella rete. Ci sono poi i casi in cui i genitori vogliono diventare veri e propri follower dei figli. Parliamo del 25%, nella fascia 14-19 anni, e del 28%, nella fascia 11-13 anni, di genitori che si creano un loro profilo sui social e chiedono l’amicizia ai figli pensando in questo modo di riuscire a monitorare da vicino quello che fanno in rete e a tenere sotto controllo tutte le loro attività online inconsapevoli che nel gioco del “nascondino on line” vinceranno sempre i ragazzi.

Il 24% dei genitori non è a conoscenza di tutti i profili del figlio, inoltre, il 15% non era informato oppure non era d’accordo, quando il ragazzo ha aperto per la prima volta un profilo social. Quest’ultimo aspetto sembra riguardare maggiormente i genitori quando i figli sono più piccoli (11-13 anni), infatti, il 25% di loro non approva l’iscrizione a questo tipo di piattaforme perché considerate non idonee alla loro età.

Bambini 9-13 anni soli con il cellulare

Pediatri, psicologi e polizia postale sono concordi su un fatto: Mai lasciare i figli più piccoli da soli con i telefoni cellulari, eppure accade. Accade nella maggior parte dei casi eppure sarebbe tutto facilmente evitabile rispettando la legge e i consigli degli esperti: Posticipare ai 12, 13 anni il possesso del primo smartphone, mantenerne il controllo da remoto e installare le app di family control sono tutte strade possibili e inevitabili, per un genitore che non voglia lasciare solo il figlio alle prese con un mondo estremamente troppo complesso per lui.

Le colpe dello stato e dei social

Detto questo in un mondo affollato e spesso governato da bot; Troll, pedofili, seminatori di odio e fake news, il problema dell’età minima sarebbe molto facile da far rispettare cosi come far scomparire velocemente troll, bot e fake dai social. Non mi credere? Eppure è semplice basta una sola regola: agganciare un profilo a un codice fiscale e a un cellulare. Semplice no? E allora perché non si fa?

I social che uccidono i bambini… perchè non si prendono reali provvedimenti?

Perché il numero degli utenti iscritti ai social reali farebbe crollare le statistiche dei miliardi di iscritti, perché la politica che si nutre di odio e fake news verrebbe disarmata e perché purtroppo un bambino di 9 anni è già una preda molto appetibile per gli inserzionisti pubblicitari che usano i social per sedurli e somministrargli pubblicità.

Giovanni Scafoglio

Leggi gli altri articoli della rubrica “Il punto (di) G”

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