Ottobre 25, 2021
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Clubhouse è tra i social network più discussi in questo ultimo periodo. Realizzata dagli sviluppatori Paul Davison e Rohan Seth, l’app può essere considerata a metà strada tra la green economy e l’oralità secondaria. Perché? Beh, perché la sua peculiarità sta nel fare comunicare gli utenti iscritti attraverso la voce. Niente webcam accesa, niente messaggistica. Ma solo audio live. Quindi, si può dire che le attività di questa piattaforma riducono l’inquinamento climatico e favoriscono una sobrietà digitale. 

La sobrietà digitale è relativa al fatto che il principale contenuto veicolato da ClubHouse sono le voci degli utenti. Gruppi di persone che si incontrano all’interno di room virtuali e che condividono gli stessi interessi. In che modo? Innanzitutto, non è un social accessibile a tutti. Le condizioni per accedervi sono due. Occorre avere il sistema operativo iOS. Poi, una volta scaricata l’applicazione, bisogna attendere l’invito di qualcuno. Magari, di un nostro contatto già registrato all’app. 

Dopo aver ricevuto e confermato l’invito di un utente, è possibile filtrare gli argomenti preferiti di dibattito. Di conseguenza, la piattaforma propone le room che potrebbero essere di nostro interesse e gradimento. Ogni stanza virtuale si focalizza su un tema. I temi sono svariati: arte, cultura, sport, psicologia, politica, salute, ecc. Insomma, argomenti di ogni genere. Alle room vocali, si può prendere parte come moderatori, speaker o ascoltatori.

I moderatori curano la comunicazione e scelgono di dare parola o meno agli speaker. Gli ascoltatori, possono appunto ascoltare senza necessariamente intervenire. Ma possono chiedere di partecipare alla conversazione.

Inoltre, i termini di privacy della piattaforma, impediscono la registrazione, il download e la condivisione delle conversazioni. 

L’oralità secondaria della piattaforma Clubhouse

Al di là degli aspetti ecosostenibili, le caratteristiche di questo social network fanno riflettere su un ritorno all’oralità. Anzi, il sociologo McLuhan parlerebbe di un processo di ri-tribalizzazione, ovvero della ripresa della cultura orale. Una cultura in cui, non ci sono le parole, ma solo il racconto orale. La voce come unico veicolo di comunicazione. Proprio come accadeva nelle società tribali e pre-alfabetiche. Non a caso, con l’avvento della radio, si parlava di ri-tribalizzazione, proprio per indicare la centralità che tornava ad assumere la parola parlata.  E anche con Clubhouse, avviene lo stesso processo. La voce diventa lo strumento di comunicazione prevalente. 

Nell’ascolto delle voci, la sfera pubblica e la sfera privata si sovrappongo. Si ascolta privatamente un dibattito, ma nello stesso tempo si è parte di una collettività. 

Oltre alla ri-oralizzazione, si potrebbe parlare anche di quella che l’antropologo Walter Ong, ha definito oralità secondaria. Egli, si riferiva all’era dell’elettronica, dominata da medium come il telegrafo, la radio, la televisione. Insomma, tutti quei mezzi di comunicazione in cui l’oralità assume un ruole fondante rispetto alla scrittura. 

Clubhouse, dunque, rientrerebbe tra quei medium che consentono di fare un tuffo nel passato. Lì dove, la parola parlata ha una forte connotazione semantica. Un tuffo in una società in cui, la narrazione orale trasmette emozioni e stimola l’immaginazione.

Clubhouse, tra green economy e oralità secondaria, permette di abbandonarsi ai suoni di una voce che racconta. E soprattutto, ci consente di stare più attenti al contenuto, piuttosto che alla forma.

Emanuela Mostrato

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