Dicembre 4, 2021
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Chiariamo innanzitutto il significato di “Cancel Culture”. “Cancel culture” vuol dire “Cultura di cancellazione” e sta ad indicare l’atto attraverso cui si intende sanzionare chi esprime affermazioni diffamatorie e discriminatorie. Cancellare una cultura, vuol dire disapprovare il pensiero di qualcuno, prendere le distanze da idee che si allontanano dai propri principi. Questo fenomeno avviene perlopiù in Rete, lì dove si “affollano” le opinioni degli utenti. Ed è proprio in una rete che si cerca di intrappolare chi si esprime in modo controverso. Il punto è che la libertà di pensiero è un diritto costituzionale. Dunque, sorge spontanea una domanda. Cancel culture: un limite o un bene per la libertà linguistica?

Le posizioni in merito sono contrastanti. C’è chi ritiene che la cancel culture sia un ostacolo alla democrazia, alla tolleranza e al dialogo. E chi, invece, appoggia questa pratica perché si pone come limite verso chi diffonde messaggi offensivi. Ma offensivo per chi? Per qualcuno a cui infastidiscono determinati pensieri. Senz’altro, vi sono temi delicati che richiedono un certo tatto linguistico. Esprimere un’opinione non significa farlo in maniera offensiva. Quando si esce dal seminato e si lede la sfera etica e morale di una questione, è ovvio che la cancel culture trovi terreno fertile. Però, se si finisce per lamentarsi di tutto e tutti, il discorso cambia. 

A tal proposito, Ta-Nehisi Coates – autore e giornalista americano – ha affermato:

“Fino a poco tempo fa la cancellazione viaggiava dall’alto verso il basso, dai potenti contro chi non ha potere. Ma ora, in quest’era in cui chiunque abbia un account Twitter o Facebook può diventare un editore, l’ostracismo sembra essersi democratizzato”.

L’autore non ha tutti i torti. Anzi, non ha affatto torto. In quest’era digitale, la libertà di espressione si è diffusa a macchia d’olio. Gli utenti delle pagine social espongono pensieri di ogni tipo, proprio perché hanno la possibilità di farlo attraverso un proprio profilo. 

Tuttavia, a volte è meglio sospendere il giudizio (epochè), come ci insegna la filosofia. Soprattutto quando non si ha abbastanza conoscenza per poter giudicare.

La pratica della cancel culture tra libertà e dipendenza

Esseri liberi nel pensiero vuol dire saper affrontare il confronto con l’Altro. Bisognerebbe avere maggiore consapevolezza verso la libertà di pensiero. Talvolta, libertà significa dipendenza. Dipendenza verso qualcosa o qualcuno che sa più di noi. Senza dialogo, non ha senso “cancellare”. Per cancellare occorre costruire uno scambio costruttivo, altrimenti si generano solo guerre e conflitti.

Le idee razziste, omofobe, misogine, vanno sconfitte attraverso la rieducazione del pensiero. Proprio per questo motivo, l’8 Luglio 2020, 150 intellettuali hanno pubblicato sulla rivista americana Harper’s Magazine, una lettera contro la cancel culture:

“Questa atmosfera soffocante finirà per danneggiare le battaglie più importanti della nostra epoca. La restrizione della possibilità di esprimersi, sia che provenga da un governo repressivo o da una società intollerante, va sempre a colpire chi ha meno potere e rende tutti meno capaci di partecipazione democratica. Per sconfiggere le idee sbagliate bisogna smascherarle, servono il ragionamento e la persuasione. Non cercare di silenziarle o aspettare che spariscano. Noi rifiutiamo ogni falsa scelta tra giustizia e libertà: nessuna delle due può esistere senza l’altra. In quanto scrittori, abbiamo bisogno di una cultura che ci lasci spazio per sperimentare, per assumere rischi e anche per sbagliare”.

Queste parole sono potenti. Lasciano intendere che censurare senza educare resta un atto fine a se stesso. Va bene “cancellare” messaggi non istruttivi, ma occorre anche spiegare perché alcune parole possono essere nocive. 

Non a caso, per lo storico filosofo Hegel, la dialettica rappresenta il “divenire”. La legge di comprensione della realtà. Infatti, il movimento circolare della dialettica è: tesi – antitesi – sintesi.

Ma dove nasce la pratica della cancel culture?

La cancel culture è una pratica che nasce nel 2010 nei paesi anglosassoni. Definita anche come “online shaming”, questa forma di boicottaggio diventa virale nel 2017 con l’hashtag MeToo . All’inizio, questo fenomeno era incarnato da persone attiviste che si ribellavano al linguaggio d’odio, soprattutto se utilizzato da personaggi famosi. Poi, si è diffuso in Italia a partire dal 2018, fino ad essere associato al “politicamente corretto”. 

Con questa storia del politicamente corretto, persino il bacio che il principe dà a Biancaneve per svegliarla è stato posto sotto accusa. Ed è proprio in casi come questo, che cancellare una cultura diviene inappropriato. 

Nel contesto italiano, la cancel culture attecchisce sempre più. Gli abitanti del Web si scatenano spesso contro personaggi famosi per disintegrare la loro immagine. Le persone più esposte e più seguite in Rete, ormai devono fare attenzione a come si espongono. Basta un nonnulla, una battuta, un pensiero sarcastico che si ritrovano inondate di messaggi mirati a ledere la loro reputazione.

Dunque, questa pratica va contestualizzata prima di poter dire se si tratti di un limite o di un bene. La verità è sempre relativa, ognuno ha la propria verità, che non è mai assoluta. L’importante è cercare lo scambio e il dialogo, affinché una verità controversa possa essere smascherata.  

Emanuela Mostrato

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