Dicembre 4, 2021
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In questa società “senza dolore”, così come l’ha definita il filosofo sudocreano Byung-Chul Han, piuttosto che affrontare una sconfitta, si scappa. O meglio, si finge di scappare nascondendosi dietro una falsa felicità. Eppure, provare sconforto in alcuni momenti della propria vita personale e professionale è umano, però quando lo scoraggiamento diventa uno “scudo” per non affrontare gli incidenti di percorso, il discorso cambia. Cambia perché pur di non accettare un malessere, ci si ostina a mostrarsi forti, quando in realtà si avrebbe bisogno di urlare: “Aiuto”. Si vive nella prigione dell’Impotenza Appresa.

Purtroppo, aver bisogno dell’Altro sembra essere sinonimo di debolezza. Infatti, la mente di chi non riesce a far fronte al dolore, erroneamente pensa: “Devo farcela da solo”, “Non posso mostrarmi fragile”. Ma non è così. Essere fragili fa parte dell’esistenza. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Anzi, se davvero si vuol raggiungere un equilibrio interiore, è necessario accettare i dispiaceri che la vita riserva. E per accettarli, bisogna guardare in faccia la realtà. 

A tal proposito, Byung-Chul Han nel libro “La società senza dolore”, afferma che medicalizzare una ferita, non aiuta di certo a guarire. Il vero processo di  guarigione è quella che avviene nella propria mente. Si guarisce quando si sceglie di attraversare un dolore. Allora sì, che si può dire di essere forti. La forza arriva solo dopo aver preso coscienza della propria fragilità. 

A proposito di incapacità di gestire un malessere, lo psicologo Martin Seligman ha teorizzato il concetto di “impotenza appresa” per indicare uno stato di deficit mentale che non consente al singolo di reagire agli stimoli esterni. Tale mancanza di reattività è riconducibile a fattori come la demotivazione, la mancanza di fiducia nel futuro, la perdita del controllo del Sé.

L’individuo si auto-convince di essere impotente e di non avere condizioni a suo favore per poter raggiungere un risultato. Spesso questa convinzione è legata ad eventi negativi che ha vissuto in passato e che non sono stati elaborati.

Per riuscire ad elaborare una “sconfitta” occorrono autostima, metacognizione e autocontrollo. Le sconfitte non possono essere ricondotte ad una disistima del proprio Io, perché così facendo si diventa vittime dell’ “Impotenza appresa”.

Quando la mente si appropria di questo convincimento è perché il singolo non ha abbastanza coraggio per rialzarsi.

Ragion per cui, lavorare su sé stessi è fondamentale, così come lo è coltivare le emozioni positive, guardarsi dentro ed essere più tolleranti verso le sconfitte. Solo in questo modo possono arrivare più successi.

Attenzione però, Byung-Chul Han fa riflettere sull’eccessiva diffusione della psicologia positiva, che per quanto sia di matrice motivazionale, è sempre frutto di una “società palliativa”. Ovvero, una società in cui gli individui combattono una sofferenza in modo apparente. In effetti, si parla tanto della psicologia della felicità,  però a furia di farlo, si è perso di vista l’effetto liberatorio della psicologia del dolore. Ed è questo il punto su cui insiste l’autore sudcoreano.

Bisognerebbe imparare a condividere un malumore, un problema, un’insicurezza. Giovanni Pascoli, ci direbbe che “il dolore è ancor più dolore se tace”.

In effetti, l’eccessivo encomio della auto-realizzazione ci sta allontanando dalla condivisione. Si crede di poter fare tutto e sempre in maniera autonoma, come se fosse una corsa a chi è più forte.

Ma siamo davvero sicuri di stare bene? Siamo davvero convinti che medicalizzare il dolore significhi scacciarlo?

No, io non credo sia possibile. Per raggiungere davvero uno stato di benessere, occorre accettare la dimensione infelice dell’esistenza.

Emanuela Mostrato

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