Giugno 19, 2021
A ECORANDAGIO ospitiamo e formiamo i giornalisti di domani

Oggi parte una nuova rubrica, che avrà come tema il “sesto potere”, la comunicrazia e la comunicazione illuminata come unici passepartout per costruire il mondo post covid. La comunicazione orale è si è trasformata in una nuova sorta di “scrittura orale” che nata negli sms e nelle chat si è riversata sempre più spesso nelle mail, nei blog e nei più disparati e disperati siti web, contagiando anche il giornalismo e la letteratura. Un giro non virtuoso che ha poi completato il cerchio tornando alla messagistica istantanea come whatsApp e telegram trasformandoli in veri e propri social network. Esiste un’etica della comunicazione? Quali sono i limiti etici della comunicazione e della libertà di comunicare? Tra marchette, fake news e pensieri “per sentito dire”? Possiamo essere comunicatori ispirati o le nuove generazioni saranno comunicatori disperati?

Tra “quarto potere” e “sesto potere” il salto è breve

Tutti sappiamo che il “Quarto potere” è quello che il potere economico (termine sostituito, a volte, da più generico: poteri forti) esercita attraverso i mass media, per influenzare l’opinione pubblica nei suoi comportamenti e nelle sue scelte. Una volta conosciuta come “fabbrica del consenso” oggi utilizzata più come “macchina del fango”. Il risultato, in Italia, fu una vera e propria “dittatura” mediatica che realizzò un regime televisivo, fondato sulla concentrazione pubblica e privata del duopolio Rai-Mediaset con poche isole di libertà.

Poi venne Wikileaks e il “quinto potere”

Julian Assange e il suo Wikileaks dimostrarono da un lato l’enorme potere dei new media (il “quinto potere“) ma dall’altro quanto fosse difficile contrastare realmente un governo. Non senza pagarne amaramente il prezzo. E sulle vere motivazioni che hanno portato Assange a diventare il nemico pubblico numero uno degli USA vi è da tempo una becera copertura mediatica.

La forza liquida del “sesto potere

A differenza dei giornali e della tv, e dei siti internet, qui ci troviamo di fronte a un potere più diffuso, capillare. In linea teorica più democratico, perché esercitato direttamente da tutti i cittadini che navigano su Internet e frequentano i social network. Potremmo quasi definirlo un “potere pop”.

Si potrebbe chiamare però anche “Comunicrazia” questo nuovo potere, con un sincretismo che fonde comunicazione e democrazia. Un’attività che trova già un’applicazione nel “citizen journalism”, il giornalismo spontaneo, partecipativo. Ma è qualcosa che appare non facilmente imbrigliabile. In continua espansione, prendendo a volte le sembianze di una vera e propria “sbornia mediatica” che coinvolge individui di ogni età, cultura e condizione. Ma che come ogni sbronza ha le sue contro indicazioni.

Un post sbronza pericoloso

Sesto Potere, virus, scrittura orale e marchette. Si scrive tanto, al punto che molti preferiscono scriversi invece di parlarsi. Che sbronza!

La facilità di accesso alla Rete, la contagiosa eccitazione che ne deriva. La smania e l’ebbrezza di poter dire sempre la propria opinione, la propria versione dei fatti ci trasforma da quello che una volta era l’Italia in cui tutti eravamo “60 milioni di ct di calcio” in 60 milioni di virologi, critici di cinema e teatro, giudici, magistrati e primi ministri. È una questione di contenuti, di linguaggio, di toni, accentuata dalla ristrettezza degli spazi, nei post, nei whatsApp e nei commenti agli articoli postati sui social. Negli ultimi anni molti studi psicologici hanno sottolineato gli aspetti ossessivi più preoccupanti del bisogno di contatto continuo con gli altri, con un’attenzione particolare agli usi del cellulare da parte dei teenagers. Comportamenti sempre più trasversali dal punto di vista generazionale.

A volte il bisogno di essere sempre on line è così impellente da scatenare ansie e comportamenti compulsivi

Il fenomeno riguarda almeno quattro attività online: il gioco, la frequentazione di siti pornografici, lo scambio continuo di messaggi e la condivisione spasmodica di foto e video attraverso Ig Stories e Tik Tok. In tutti e quattro i casi, si registra spesso un uso eccessivo, in grado di scatenare vere e proprie crisi di astinenza; l’assuefazione che porta al desiderio di possedere e usare tecnologie sempre più potenti e aggiornate; e infine ripercussioni negative sulla vita sociale dell’individuo, tra cui la tendenza a mentire o a litigare, comportamenti aggressivi, isolamento e stanchezza. Il tutto accentuato clamorosamente dai lunghi periodi di lock down e lock down camuffati.

È il trionfo di quella che i linguisti definiscono “scrittura orale” o “scritto-parlato”

Tutto è immediato, rapidito, in real time. Si scrive tanto, sempre, troppo, al punto che molti preferiscono scriversi invece di parlarsi. Una sorta di afasia di massa che impoverisce e radicalizza con il risultato che spesso spegne il confronto e il dialogo. Quale può essere, dunque, l’antidoto? Si deve fare affidamento, innanzitutto, su quella che Pierre Lévy, il filosofo francese che ha studiato più a fondo l’impatto di Internet sulla società, chiama l’intelligenza collettiva: e cioè:

Un’intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta a una mobilitazione effettiva delle competenze.

Pierre Lévy

Forse le regole del sesto potere potrebbero essere racchiuse in una frase:

La libertà di comunicare si può imparare soltanto esercitandola

Probabilmente il percorso attraverso questo sesto potere è ancora molto lungo e sarà compito degli uomini di comunicazione, dei filosofi e degli opinion leader tracciare una strada da percorrere. Un percorso non ancora battuto attraverso due burroni: oscurantismo e ignoranza, sotto un cielo chiamato empatia e la cui meta potrebbe essere una nuova forma di antropocentrismo che a sua volta si riveli un nuovo Rinascimento.

Giovanni Scafoglio

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