Luglio 14, 2024
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Da vent’anni l’Amazzonia non bruciava come nei primi mesi del 2024. Nell’Amazzonia brasiliana si registrano 13.489 incendi dall’inizio dell’anno, soprattutto nel Pantanal, la zona umida tropicale più grande del mondo. Un’immensa pianura alluvionale che si estende anche in Paraguay e in Bolivia, per circa 150mila chilometri quadrati. Racchiude uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del pianeta.

L’aumento dei roghi, secondo gli esperti, è da attribuire all’estesa e prolungata siccità che ha colpito la foresta tropicale, esacerbata da El Niño. Il Mato Grosso do Sul, regione brasiliana che ospita la maggior parte del Pantanal, ha dichiarato l’emergenza ambientale già ad aprile: le scarsissime precipitazioni hanno inaridito il suolo, creando le condizioni ideali per il propagarsi degli incendi.

Greenpeace denuncia: gli incendi in Amazzonia non scoppiano da soli

“Il terreno contiene torba – racconta Greenpeace Brasile – un materiale organico derivante dalla decomposizione vegetale, che nel tempo si accumula nel suolo fino a diversi metri di profondità. Negli ultimi anni ha raggiunto un livello di siccità senza precedenti, fungendo da combustibile aggiuntivo.

I biomi naturali del Brasile, come il Pantanal, sono aree geografiche caratterizzate da ecosistemi e condizioni climatiche simili, quindi tutti attraversano la stessa crisi a causa della mancanza di piogge. I prossimi mesi non sono incoraggianti, l’aspettativa è che le temperature rimarranno al di sopra della media, mentre le precipitazioni al di sotto della norma. Il peggio si attende per la stagione degli incendi che deve ancora raggiungere il suo picco, solito verificarsi tra agosto e settembre.”

I roghi, spesso partono in una fazenda, una fattoria, con l’unico obiettivo di fare spazio ai pascoli. Siccità e venti collaborano, sfuggono al controllo e cancellano ettaro dopo ettaro intere aree della foresta. La tecnica, chiamata “slash and burn” (taglia e brucia) è ovviamente illegale ma molto redditizia, essendo il Brasile il principale esportatore di carne bovina al mondo.

Vittima di questa pratica è stato un progetto di riforestazione del gruppo di ricerca ambientale Rioterra, lanciato nel 2019. Sono stati piantati circa 360mila alberi su 270 ettari di foresta distrutti illegalmente negli anni precedenti. L’idea era ambiziosa: salvare un angolo di foresta, combattendo allo stesso tempo la crisi climatica e creando posti di lavoro. Secondo le stime, l’area verde era già in grado di assorbire ottomila tonnellate di carbonio dall’atmosfera in tre anni. Ma sono arrivate le fiamme e centinaia di migliaia di giovani alberi sono diventati cenere. La riserva Rio Preto-Jacundá confina con alcuni ranch associati già in passato a crimini ambientali, per lo più commessi da allevatori che puntano a occupare terreni per far pascolare il bestiame. Il progetto è costato quasi un milione di dollari e ha dato lavoro a più di cento persone.

L’impegno del Brasile e le politiche ambientaliste

Come il progetto di Rioterra altre politiche ambientali, promosse dall’attuale presidente Lula da Silva, si impegnano a fermare entro il 2030 la deforestazione in Amazzonia. La perdita di foreste tropicali in Brasile e Colombia è diminuita di circa il 40% già nel 2023, secondo i dati dell’Inpe, anche se i roghi in altre aree hanno reso vani i miglioramenti. Oltre al rafforzamento delle misure di contrasto alle pratiche di disboscamento illegale, il presidente Lula da Silva ha cancellato i provvedimenti favorevoli ai fazendeiros, approvati dal predecessore di estrema destra Jair Bolsonaro che, privavano le popolazioni indigene della loro terra.

La deforestazione va a braccetto, infatti, con un drammatico aumento delle violenze verso le popolazioni autoctone. L’ONG Global Witness sostiene che dal 2012, in Perù, sono stati uccisi almeno 54 ambientalisti, in maggioranza indigeni che vivono in territori di interesse per il commercio di legna, miniere d’oro, pascoli e coltivazioni. L’11 aprile del 2024 un tribunale peruviano ha condannato cinque uomini a quasi trent’anni di prigione, con l’accusa di aver assassinato quattro leader indigeni. Edwin Chota, Jorge Ríos, Leoncio Quintisima e Francisco Pinedo sono stati uccisi il 1 settembre 2014 mentre si battevano contro il disboscamento illegale al confine con il Brasile. Ci sono voluti 10 anni per fare giustizia.

La siccità cambia la vita dei popoli dell’Amazzonia

Gli affluenti del rio delle Amazzoni, compresi i grandi Solimões e Rio Negro, si stanno prosciugando al ritmo di di trenta centimetri al giorno. A risentirne decine di comunità che dipendono dal loro fluire per ricevere alimenti, combustibile e acqua potabile.

La vita si è fermata, il livello delle acque è troppo basso e non si può navigare, migliaia di persone sono completamente isolate. Intere popolazioni che vivono nell’area, in particolare nell’arcipelago Anavilhanas, sono state costrette a spostarsi. Molte di loro ha improvvisato un’abitazione di fortuna sulle canoe, per restare vicino all’acqua e cercare in qualche modo di mantenere un collegamento con chi fornisce aiuti e provvigioni.

Sulle rive del lago Tefé, formato dal fiume Solimões, è avvenuto il ritrovamento dei cadaveri di oltre 125 delfini rosa, i “botos”. A causarne la morte secondo, l’Istituto Mamirauá, è stata la temperatura dell’acqua che, in seguito al calo del livello, sfiora i 40 gradi. Come i delfini, anche altre specie di pesci stanno morendo, e con loro il popolo dei fiumi che non ha più niente da pescare.

La foresta amazzonica regola l’equilibrio climatico del pianeta

I problemi dell’Amazzonia sono strettamente collegati agli equilibri climatici del resto del pianeta. Da sola, la foresta comprende più della metà della superficie delle foreste pluviali della terra, essenziali perché forniscono fino al 20% d’acqua dolce della Terra. Inoltre, il grande polmone verde, è una naturale fonte di ossigeno, capace di assorbire da 150 a 200 miliardi di tonnellate di CO2.

Un recente studio supportato dalla National Geographic Society ha evidenziato come le attività umane abbiano alterato i naturali processi biochimici della foresta. La costruzione di dighe lungo il Rio delle Amazzoni, l’inquinamento dovuto alle attività estrattive, la deforestazione e l’enorme mole di incendi, comporterebbero una diminuzione della capacità dell’Amazzonia di assorbire CO2. Anzi parti dell’ecosistema tropicale sembra che rilasciano più carbonio di quanto ne trattengano. A questo ritmo la stessa foresta inizierà a contribuire al riscaldamento climatico.

Il danno è grave, ma la tendenza può ancora essere invertita.

A volte basta iniziare da un piccolo gesto, come rinunciare a tagliare un albero.

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