Tutte le teorie del complotto sull’11 settembre

Tutte le teorie del complotto 11 settembre spiegate una per una: da dove nascono?Guida completa per il 25° anniversario.

L’11 settembre 2001 diciannove uomini legati ad Al Qaeda, l’organizzazione terroristica guidata da Osama bin Laden, dirottarono quattro aerei di linea americani e li trasformarono in armi. Due aerei colpirono le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, un terzo si schiantò contro il Pentagono a Washington, mentre il quarto precipitò in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo che i passeggeri avevano tentato di riprendere il controllo della cabina. Morirono quasi 3.000 persone. Già nelle ore successive alla tragedia, prima negli Stati Uniti e poi in Francia, in Italia e nel resto del mondo, cominciarono a circolare teorie alternative che mettono in dubbio questa ricostruzione, nonostante sia stata confermata da inchieste indipendenti come la Commissione 9/11 e da anni di studi tecnici del NIST, l’istituto scientifico del governo americano. Le ragioni per cui queste teorie nascono e resistono sono diverse: sfiducia verso le istituzioni, il bisogno di dare un senso a una tragedia enorme e improvvisa, e la disinformazione che circola online, spesso amplificata dai social. Oggi, mentre il mondo si prepara a ricordare il venticinquesimo anniversario degli attacchi, questa guida raccoglie e spiega, una per una, le principali teorie del complotto sull’11 settembre: da dove nascono, chi le ha diffuse e perché non reggono di fronte ai fatti.

Ecco tutte le teorie del complotto sull’11 settembre, partendo dalla più famosa: il “complotto interno” sull’11 settembre?

È la teoria più generale, spesso chiamata “inside job” (lavoro dall’interno). Sostiene che il governo degli Stati Uniti, o una parte di esso, sapesse in anticipo degli attacchi e li abbia lasciati accadere di proposito, oppure li abbia addirittura organizzati. Esistono due versioni. Quella più moderata si chiama LIHOP, sigla di “Let It Happen On Purpose” (lasciarlo accadere di proposito), e sostiene che l’amministrazione dell’allora presidente George W. Bush sapesse ma non sia intervenuta. Quella più estrema si chiama MIHOP, “Made It Happen On Purpose” (farlo accadere di proposito), e accusa direttamente apparati del governo di aver pianificato gli attacchi per giustificare le guerre in Afghanistan e Iraq. Il teologo americano David Ray Griffin, con il suo libro del 2004 “The New Pearl Harbor”, è stato il principale autore a dare a questa teoria una forma organica e diffusa.

Non esiste nessuna prova concreta a sostegno di queste ipotesi. La Commissione 9/11 è un’inchiesta indipendente creata dal Congresso degli Stati Uniti, con membri sia repubblicani sia democratici. Ha ricostruito nei minimi dettagli una lunga catena di errori: la CIA e l’FBI non si scambiarono informazioni importanti, alcune segnalazioni furono ignorate, mancò il coordinamento tra le agenzie. Un fallimento clamoroso, ma fatto di disorganizzazione, non di complicità. Gli storici sottolineano inoltre che un piano di queste dimensioni avrebbe richiesto il silenzio assoluto di migliaia di persone per 25 anni, cosa che nessuna cospirazione della storia è mai riuscita a garantire.

Le Torri Gemelle sono state abbattute con una demolizione controllata?

È una delle teorie più diffuse: gli aerei avrebbero solo dato il via a un crollo in realtà causato da esplosivi piazzati in anticipo nelle Torri Gemelle. La teoria nasce quasi subito dopo l’11 settembre, ma il suo volto pubblico più noto è l’architetto americano Richard Gage, che nel 2006 ha fondato l’associazione Architects & Engineers for 9/11 Truth. Nel 2009 il fisico Steven Jones, insieme al chimico danese Niels Harrit, ha pubblicato uno studio secondo cui nella polvere delle torri crollate c’erano tracce di “nanotermite”, un materiale usato in alcune demolizioni.

Gli esperti indipendenti hanno smontato questo studio: non è mai stato confermato da altri laboratori e la rivista che lo ha pubblicato non è specializzata in ingegneria strutturale. Una vera demolizione controllata, inoltre, richiede settimane di lavoro per piazzare esplosivi in centinaia di punti precisi, un’operazione impossibile da nascondere in due grattacieli pieni di uffici e di persone. Il NIST, dopo tre anni di studio, ha concluso che il crollo fu causato dalla combinazione tra l’impatto degli aerei e gli incendi, che indebolirono la struttura d’acciaio fino a farla cedere.

Perché il crollo del World Trade Center 7 alimenta ancora sospetti?

Il World Trade Center 7 (WTC7) era un terzo grattacielo, alto 47 piani, che non fu colpito da nessun aereo ma crollò comunque nel pomeriggio dell’11 settembre, circa sette ore dopo le Torri Gemelle. Per i sostenitori delle teorie del complotto è il caso più sospetto: come può un edificio crollare senza essere stato colpito?

La risposta, spiegata nel dettaglio dal NIST dopo un’indagine durata anni, è l’incendio. I detriti della Torre Nord, crollata poco prima, danneggiarono il WTC7 e provocarono incendi che i vigili del fuoco non riuscirono a spegnere per ore, perché l’impianto idrico antincendio era stato danneggiato. Il calore fece espandere le travi d’acciaio del tredicesimo piano fino a far cedere una colonna portante, chiamata “colonna 79”, che sosteneva gran parte del peso dell’edificio. Da lì partì un crollo a catena. Fu il primo caso nella storia di un grattacielo crollato interamente a causa di un incendio: un evento raro, ma non impossibile, come confermano anche altri studi indipendenti di ingegneria strutturale.

È vero che sul Pentagono non si schiantò un aereo ma un missile?

Questa teoria nasce in Francia, con il libro “L’Effroyable Imposture” (pubblicato in Italia col titolo “L’incredibile menzogna”), scritto nel 2002 dal giornalista e attivista Thierry Meyssan. Secondo Meyssan nessun aereo colpì il Pentagono: i danni sarebbero stati causati da un missile lanciato da forze interne al governo americano, per accusare falsamente al-Qaeda. Il libro divenne un bestseller in Francia e fu tradotto in decine di lingue, anche se già all’epoca gran parte della stampa francese lo definì un falso clamoroso.

I fatti raccontano un’altra storia. Decine di testimoni videro l’aereo, il volo American Airlines 77, colpire l’edificio. I resti del velivolo, comprese le scatole nere, furono ritrovati e analizzati. Il motivo per cui in superficie sembrava esserci “poco relitto” è che un aereo di linea pieno di carburante, schiantandosi a oltre 800 chilometri orari, si disintegra quasi completamente: è successo anche in altri incidenti aerei simili, non collegati all’11 settembre.

Il volo United 93 è stato abbattuto da un caccia militare?

Il volo United 93, diretto probabilmente contro il Campidoglio o la Casa Bianca, precipitò in un campo vicino a Shanksville dopo che i passeggeri, avvertiti telefonicamente di quanto stava accadendo alle Torri Gemelle, tentarono di riconquistare la cabina di pilotaggio gridando “Let’s roll” (forza, andiamo). Alcuni sostengono invece che l’aereo sia stato abbattuto da un caccia dell’aeronautica militare, su ordine del vicepresidente Dick Cheney, e che la storia della rivolta dei passeggeri sia stata inventata per creare degli eroi nazionali.

Le prove raccontano una storia diversa. La scatola nera dell’aereo ha registrato la colluttazione in cabina. Un piccolo aereo bianco, visto sorvolare la zona subito dopo lo schianto e spesso citato come prova di un abbattimento, era in realtà un jet privato, un Dassault Falcon, a cui l’aviazione civile aveva chiesto di ispezionare dall’alto la zona dell’impatto. Nessun rottame recuperato mostra i segni tipici di un missile, e sia l’FBI sia i vertici militari hanno sempre escluso qualunque ordine di abbattimento eseguito.

Potevano mai mancare Israele e il Mossad?

È una delle teorie più diffuse online ed è anche una delle più pericolose, perché riprende stereotipi antisemiti molto antichi. La versione più nota riguarda cinque cittadini israeliani, diventati famosi come i “dancing Israelis” (gli israeliani che ballavano), fermati a New York l’11 settembre perché stavano fotografando e filmando le torri in fiamme con un atteggiamento giudicato inappropriato da alcuni testimoni. Secondo la teoria, sarebbero stati agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano, a conoscenza in anticipo degli attacchi. Un’altra versione, priva di qualunque fondamento, sostiene che 4.000 lavoratori ebrei sarebbero stati avvertiti di non recarsi al lavoro quel giorno.

Le indagini dell’FBI su quei cinque uomini si conclusero senza alcuna accusa: erano davvero dipendenti di una ditta di traslochi, e il loro comportamento fu giudicato di cattivo gusto, non criminale. Tra le quasi 3.000 persone morte quel giorno ci sono circa 400 vittime di religione ebraica e cinque cittadini israeliani, il che rende poco verosimile la storia dei 4.000 lavoratori avvertiti in anticipo. Organizzazioni come l’ADL (una delle più autorevoli associazioni internazionali contro l’antisemitismo) documentano da oltre vent’anni come questa teoria venga usata da gruppi neonazisti e suprematisti per diffondere odio contro gli ebrei.

“il cherosene non scioglie l’acciaio”?

È diventata una specie di slogan, ripetuto migliaia di volte online: il carburante degli aerei, il cherosene, brucia a una temperatura tra gli 800 e i 1.000 gradi, mentre l’acciaio fonde solo oltre i 1.500 gradi. Quindi, secondo chi sostiene questa teoria, il fuoco da solo non avrebbe mai potuto far crollare le Torri Gemelle.

La frase è tecnicamente corretta, ma nasconde un errore di ragionamento. Non serviva che l’acciaio si sciogliesse come il burro: bastava che perdesse resistenza. Già a circa 600 gradi, una temperatura ben più bassa di quella di un incendio alimentato da carburante e da tonnellate di mobili e materiali da ufficio, l’acciaio perde più della metà della propria forza. Con quel calo di resistenza, unito ai danni strutturali causati dall’impatto degli aerei, le travi non riuscirono più a reggere il peso dei piani sovrastanti e cedettero.

Qualcuno ha guadagnato soldi grazie all’11 settembre?

Nei giorni prima degli attacchi, alcuni investitori acquistarono un numero insolitamente alto di “put option”, scommesse finanziarie che rendono se un’azione perde valore, sui titoli di American Airlines e United Airlines, le due compagnie i cui aerei furono dirottati. Per i sostenitori della teoria, questo dimostrerebbe che qualcuno sapeva in anticipo cosa sarebbe successo.

La Commissione 9/11 e la SEC, l’autorità che controlla la Borsa negli Stati Uniti, indagarono a fondo su queste operazioni e le ricondussero a coincidenze spiegabili: gran parte di quelle scommesse arrivava da un unico grande investitore istituzionale senza alcun legame con al-Qaeda, e da una newsletter finanziaria che aveva consigliato quell’operazione ai suoi abbonati giorni prima, per motivi economici scollegati dal terrorismo. Nessuna delle centinaia di operazioni sospette portò mai a un’incriminazione. Anche un’altra storia molto diffusa online, quella del costruttore Larry Silverstein che avrebbe intascato miliardi grazie a un’assicurazione stipulata “per caso” poco prima dell’11 settembre, è fuorviante: Silverstein aveva firmato da poche settimane il contratto di affitto del World Trade Center e la legge lo obbligava ad assicurare l’edificio, comprese le coperture contro il terrorismo, già comuni all’epoca in ogni polizza di questo tipo.

Cosa intendeva Larry Silverstein con la frase “pull it”?

Larry Silverstein, che gestiva in affitto il complesso del World Trade Center, disse in un documentario della tv pubblica americana PBS, nel 2002, che parlando con i vigili del fuoco a proposito del WTC7 in fiamme aveva detto: “forse la cosa più intelligente è pull it” (tirarlo via). Per i teorici del complotto questa frase sarebbe una confessione, perché “pull it”, nel gergo delle demolizioni, significherebbe “demolirlo con esplosivi”.

Il contesto racconta una storia diversa. Silverstein stava parlando con il comandante dei vigili del fuoco della possibilità di continuare a combattere l’incendio, non della struttura in sé: il suo portavoce ha sempre spiegato che con “pull it” intendeva ritirare la squadra di pompieri ancora dentro l’edificio, per evitare altre vittime dopo le migliaia già perse quella mattina. Gli esperti di demolizioni sottolineano inoltre che “pull it” non è un’espressione usata per la demolizione di un grattacielo con esplosivi: si usa per edifici piccoli, abbattuti con cavi d’acciaio, una tecnica del tutto diversa e impossibile da organizzare per un edificio di 47 piani nel giro di poche ore.

Le telefonate dei passeggeri dagli aerei dirottati erano possibili?

Diverse persone a bordo dei voli dirottati riuscirono a chiamare i propri cari per raccontare cosa stava succedendo. Alcuni teorici sostengono che queste chiamate fossero tecnicamente impossibili con la tecnologia del 2001, e quindi false, forse recitate da attori per rendere più credibile la versione ufficiale.

In realtà il 95% di quelle telefonate non furono fatte con un telefono cellulare, ma con i telefoni via radio installati sugli schienali dei sedili, una tecnologia comune sugli aerei di linea dell’epoca e pensata apposta per funzionare in volo. Solo due chiamate partirono da un vero cellulare, ed è stato dimostrato che erano tecnicamente possibili perché effettuate quando l’aereo volava a bassa quota, poco prima dello schianto. Le famiglie che ricevettero quelle chiamate hanno sempre riconosciuto le voci dei propri cari, non quelle di attori.

Il video in cui Osama bin Laden rivendica gli attacchi è autentico?

A dicembre 2001 uscì un video, ritrovato dai militari americani in una casa in Afghanistan, in cui un uomo identificato come Osama bin Laden parla degli attacchi in termini che sembrano indicarne la responsabilità diretta. Il teologo David Ray Griffin, tra gli altri, ha messo in dubbio l’autenticità del video, sostenendo che l’uomo nel filmato avesse tratti fisici diversi da quelli del vero bin Laden.

I servizi di intelligence americani, dopo aver analizzato il filmato, lo giudicarono autentico. Negli anni successivi bin Laden pubblicò molti altri audio e video, alcuni dei quali rivendicavano esplicitamente e senza ambiguità la responsabilità di al-Qaeda per gli attacchi. Quando i soldati americani lo uccisero nel suo nascondiglio in Pakistan, nel 2011, tra i documenti sequestrati non è mai emerso nulla che contraddicesse questa responsabilità: è stato trovato, anzi, lo stesso libro “The New Pearl Harbor” che alimenta alcune di queste teorie del complotto, segno che perfino bin Laden ne era al corrente.

Le esercitazioni militari del giorno degli attacchi nascondono qualcosa?

Questo è uno dei pochi punti in cui la teoria del complotto parte da un fatto vero. La mattina dell’11 settembre 2001 il NORAD, l’organismo che sorveglia i cieli di Stati Uniti e Canada, stava davvero conducendo alcune esercitazioni militari programmate da tempo, tra cui una chiamata “Vigilant Guardian” che simulava proprio scenari di dirottamento aereo.

Il punto in cui la teoria del complotto si allontana dai fatti è nel dedurre che queste esercitazioni dimostrino un coinvolgimento diretto del governo. La realtà, ricostruita nel dettaglio dalla Commissione 9/11, è più semplice e per certi versi ancora più preoccupante: la coincidenza tra esercitazioni ed evento reale creò confusione tra gli operatori radar, che per alcuni minuti non capirono se si trattasse di una simulazione o di un attacco vero, rallentando la risposta militare. Un grave errore umano e organizzativo, dunque, ma nessun documento, testimonianza o prova ha mai dimostrato che le esercitazioni fossero state organizzate apposta per favorire gli attentati.

I dirottatori sapevano davvero pilotare un aereo di linea?

Alcuni teorici, tra cui l’ingegnere aeronautico Nila Sagadevan, sottolineano che i quattro dirottatori designati come piloti avevano ricevuto un addestramento di volo scarso, e in almeno un caso erano stati giudicati incapaci di pilotare da soli anche un piccolo aereo da turismo. Da qui la conclusione che gli aerei fossero in realtà controllati a distanza, o pilotati da qualcun altro.

Gli esperti di aviazione spiegano che questo ragionamento confonde due compiti molto diversi. Decollare e atterrare un aereo di linea, specialmente in condizioni difficili, richiede anni di addestramento specifico. Ma i dirottatori non dovevano fare nessuna delle due cose: dovevano solo mantenere in volo, in una giornata di cielo sereno, un aereo già decollato da un pilota vero, puntandolo verso un bersaglio enorme e immobile come un grattacielo. Il capo dirottatore, Mohamed Atta, aveva comunque frequentato per mesi una scuola di volo in Florida e aveva pagato diverse ore di addestramento su un simulatore professionale.

Che ruolo ha avuto l’Arabia Saudita negli attentati dell’11 settembre?

Diversamente dalle altre voci di questo elenco, qui la linea tra fatto accertato e teoria del complotto è più sottile, perché esistono davvero documenti governativi declassificati che sollevano domande legittime. Quindici dei diciannove dirottatori erano cittadini sauditi. Per anni, 28 pagine di un rapporto del Congresso degli Stati Uniti sui possibili legami tra apparati sauditi e gli attentatori rimasero segrete: furono rese pubbliche solo nel 2016. Documenti dell’FBI declassificati più di recente, tra il 2021 e oggi, hanno rivelato contatti tra alcuni funzionari sauditi presenti negli Stati Uniti e due dei dirottatori. Un sondaggio realizzato nel 2026 per il venticinquesimo anniversario ha rilevato che quasi sei americani su dieci pensano che il governo saudita fosse coinvolto.

La Commissione 9/11, però, ha sempre concluso che non ci sono prove che il governo saudita, come istituzione, o i suoi massimi vertici, abbiano finanziato consapevolmente al-Qaeda, anche se non esclude che singoli funzionari di livello più basso possano aver aiutato, consapevolmente o meno, alcuni dirottatori. Su questo tema la ricerca storica è quindi ancora aperta: alcune famiglie delle vittime hanno cause legali tuttora in corso nei tribunali americani contro Riad, in attesa di ulteriori documenti. È una differenza importante rispetto a tutte le altre teorie di questa lista: qui si discute dell’entità del coinvolgimento di alcuni cittadini sauditi, non della versione ufficiale sui responsabili degli attacchi, che resta al-Qaeda.

Come e quando è nato il movimento “9/11 Truth” negli Stati Uniti?

Le prime voci di dissenso rispetto alla versione ufficiale nacquero già nelle settimane successive agli attacchi, sui primi forum internet. Ma il momento decisivo arrivò nel 2005, quando un aspirante regista americano di 21 anni, Dylan Avery, pubblicò gratuitamente online un documentario amatoriale intitolato “Loose Change”, costato circa 2.000 dollari e montato sul suo computer portatile. Il film raccoglieva in un unico racconto tutte le domande circolate fino ad allora, rendendole accessibili a un pubblico molto più ampio di quello dei forum specializzati. Fu visto da milioni di persone e diede vita a quello che oggi si chiama “movimento per la verità sull’11 settembre” (9/11 Truth Movement), i cui membri si definiscono “truther”.

Un ruolo importante lo ebbe anche un documento governativo realmente esistito: un rapporto del 2000 del think tank neoconservatore Project for the New American Century, che parlando della necessità di modernizzare l’esercito americano scriveva che il cambiamento sarebbe stato lento “in assenza di un evento catastrofico e catalizzatore, una nuova Pearl Harbor”. Una frase reale, che alimentò molti sospetti dopo l’11 settembre, ma che nel documento originale non parlava in alcun modo di un attacco terroristico pianificato: era un’osservazione generica sulla lentezza dei cambiamenti politici in tempo di pace, scritta più di un anno prima degli attacchi.

Chi ha diffuso le teorie del complotto sull’11 settembre in Italia?

Anche in Italia le teorie del complotto hanno avuto una diffusione ampia. Il regista e blogger Massimo Mazzucco, che dal 2003 gestisce il sito Luogocomune.net, ha realizzato nel 2006 il documentario “11 settembre 2001: inganno globale”, trasmesso quasi per intero anche da una nota trasmissione della tv commerciale italiana. Il film raccoglie decine di presunte incongruenze nella versione ufficiale, in particolare sull’attacco al Pentagono. Il giornalista ed ex europarlamentare Giulietto Chiesa è stato un altro dei principali divulgatori italiani di queste tesi, e nel 2019 ha fondato insieme a Mazzucco un canale video dedicato anche a questi temi.

Sul fronte opposto, l’informatico e divulgatore Paolo Attivissimo è il più noto debunker italiano in materia: ha curato la traduzione italiana, uscita nel 2007, del libro “Debunking 9/11 Myths” della rivista americana Popular Mechanics, e insieme al gruppo di ricerca indipendente Undicisettembre ha pubblicato analisi molto dettagliate che smontano punto per punto le tesi di documentari come “Inganno globale”. Anche in Italia, dunque, la richiesta di risposte su un evento sconvolgente ha prodotto sia teorie infondate sia un solido lavoro di verifica dei fatti.

Ricordiamo che Il 62% degli italiani diffonde inconsapevolmente fake news e che Non autorizzo Facebook, la bufala che da 15 anni percula boomer e creduloni

Tutte le teorie del complotto 11 settembre: domande frequenti

Quante persone credono ancora alle teorie del complotto sull’11 settembre? I sondaggi più recenti, realizzati nel 2026 per il venticinquesimo anniversario, indicano che circa un quarto degli americani crede ancora che il proprio governo abbia in qualche modo aiutato a pianificare gli attacchi. In anni passati altri sondaggi hanno registrato percentuali anche più alte, fino a circa la metà della popolazione, quando la domanda riguardava dubbi più generici, come il sospetto che il governo nasconda informazioni.

Esiste almeno una prova scientifica seria a favore della demolizione controllata? No. Lo studio più citato dai sostenitori di questa teoria, quello sulla presunta “nanotermite” pubblicato nel 2009, non è mai stato confermato da altri laboratori indipendenti ed è uscito su una rivista priva di un vero comitato di controllo specializzato in ingegneria. Le principali associazioni di ingegneria strutturale nel mondo concordano con le conclusioni del NIST.

Chi ha indagato ufficialmente sull’11 settembre? Le indagini principali sono state condotte dalla Commissione 9/11, un organismo indipendente voluto dal Congresso e composto da membri sia repubblicani sia democratici, dall’FBI e dal NIST per gli aspetti tecnici sul crollo degli edifici. A queste si aggiungono indagini parlamentari successive, come quella sui possibili legami con l’Arabia Saudita.

Perché nascono così tante teorie del complotto intorno all’11 settembre? Gli studiosi indicano diverse cause che si intrecciano tra loro: la sfiducia verso le istituzioni cresciuta dopo le bugie sulle armi di distruzione di massa in Iraq, il bisogno psicologico di dare un senso a una tragedia enorme e improvvisa, e il ruolo di internet, che dal 2001 in poi ha reso più facile diffondere contenuti non verificati e trovare online altre persone pronte a crederci.

Le domande sul ruolo dell’Arabia Saudita sono anche loro una teoria del complotto? Non esattamente. A differenza delle altre voci di questo elenco, qui esistono documenti ufficiali davvero declassificati e cause legali reali ancora in corso nei tribunali statunitensi. Nessun documento, però, dimostra finora un coinvolgimento diretto del governo saudita come istituzione: per questo si tratta di una domanda storica ancora aperta, diversa da una vera e propria teoria del complotto.

Come si fa a riconoscere una teoria del complotto? In genere una teoria del complotto parte da un dettaglio vero ma isolato, come una frase ambigua o una coincidenza, e costruisce sopra una spiegazione enorme senza cercare prove dirette, trattando anzi l’assenza di prove come conferma di un insabbiamento. Le ricostruzioni ufficiali, al contrario, si basano su migliaia di testimonianze incrociate, dati fisici verificabili e studi che altri esperti possono controllare e ripetere in modo indipendente.

A 25 anni dall’11 settembre 2001, la versione ricostruita da migliaia di testimoni, investigatori, ingegneri e giornalisti resta la stessa: 19 terroristi di al-Qaeda dirottarono quattro aerei e li usarono come armi contro gli Stati Uniti. Conoscere l’origine delle teorie del complotto, e i motivi per cui non reggono di fronte ai fatti, non è solo un esercizio di logica: è anche un modo per rispettare la memoria delle quasi 3.000 vittime di quel giorno.

Cristina Ferrari

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