Esiste una scienza che spiega perché stiamo diventando sempre più ignoranti e manipolabili: l’agnotologia

Esiste una scienza che spiega perché stiamo diventando sempre più ignoranti e manipolabili, è l’agnotologia

«L’ignoranza è forza», è il motto che compare scritto in giganteschi caratteri bianchi sulle facciate dei ministeri del Partito, in particolare sulla piramide del Ministero della Verità. Viene ripetuto ovunque nella propaganda: manifesti, teleschermi, slogan ufficiali del Socing in “1984” il capolavoro di George Orwell. Bene. Esiste una scienza che studia perché stiamo diventando sempre più ignoranti e facili da manovrare. Si chiama agnotologia, l’ha definita uno storico della scienza di Stanford, Robert Proctor, e si occupa di come la conoscenza venga cancellata, distorta, avvelenata. È la lente giusta per leggere un presente in cui la scuola arretra, le fake news avanzano e la sfiducia nella scienza viene coltivata con cura. Se oggi ci ritroviamo più confusi e dipendenti dagli slogan che dai fatti, è anche perché qualcuno ha imparato a trasformare l’ignoranza in uno strumento di potere. O forse è sempre stato così, fin dalla notte dei tempi. In Italia il temine agnotologia è, praticamente, sconosciuto. Perché?

Partiamo dalle basi: cos’è l’agnotologia

L’agnotologia è la scienza dei buchi nella testa collettiva, quella che studia come la conoscenza venga tolta di mezzo, annacquata, riscritta. Il nome lo inventa a metà anni Novanta Robert Proctor, storico della scienza all’università di Stanford, partendo dal greco agnōsis, mancanza di conoscenza. Dove gli altri analizzano la nascita delle idee, lui segue la loro scomparsa: tagli alla scuola, campagne di disinformazione, dubbi sparati a raffica su vaccini, clima, dati che disturbano il potere. L’agnotologia osserva questi processi, li nomina, li mette in fila e mostra che l’ignoranza non piove dal cielo, entra in circolo come una sostanza progettata per intorbidire tutto.

Come l’ignoranza indotta trasforma il dubbio in arma

Secondo Robert Proctor esistono tre tipi di ignoranza. L’ignoranza nativa è quella con cui nasci, il buio di tutto ciò che ancora nessuno ti ha messo davanti; ci galleggi da bambino, senza colpa, come in una stanza senza finestre. Poi arriva l’ignoranza selettiva, scelta vigliacca e quotidiana: hai la possibilità di informarti, aprire libri, verificare fonti, invece preferisci lo scroll infinito, il meme, il titolo urlato che ti evita la fatica di capire, di leggere e approfondire. Il pezzo più sporco del gioco però è l’ignoranza indotta, fabbricata in laboratorio da governi, aziende, media compiacenti: lì il potere pianta il dubbio come una coltura idroponica, inonda lo spazio di versioni alternative, mezze verità, esperti a gettone che ripetono la stessa melodia, finché ogni fatto sembra solo un’opinione e ti ritrovi a galleggiare in un mare di “forse” dove chi urla di più decide che cosa sia vero.

L’età dell’oro dell’ignoranza: politici populisti, fake news, pubblicità mendaci e responsabilità individuale sulla strada verso la distopia totale

Robert Proctor la chiama età dell’oro dell’ignoranza, e guardandomi intorno faccio fatica a dargli torto. I politici populisti ci sguazzano: slogan brevi, nemico facile, soluzioni miracolose, bufale a volontà, mentre ogni dato scomodo scivola fuori dall’inquadratura. Le fake news arrivano a raffica, viaggiano più veloci di qualsiasi smentita, si attaccano a paura, rancore, pregiudizio e li trasformano in consenso. Le pubblicità mendaci completano il quadro, vendono salute, sicurezza, successo a colpi di promesse vuote e mantengono in allenamento un analfabetismo di ritorno che fa comodo a molti. Dentro questo circo ogni scelta passiva conta: ogni volta che accettiamo uno slogan al posto di un ragionamento, consegniamo un pezzetto di presente alla distopia che fingiamo di considerare solo fantascienza.

Non è un caso che da qualche decennio la scuola è stata retrocessa a parcheggio, la formazione a gadget motivazionale da inserire nei piani aziendali e poi dimenticare. Il risultato lo vediamo ogni giorno

l’istruzione non occupa più il centro della scena, è un rumore di fondo, mentre l’ignoranza cresce in silenzio e si infila dappertutto. Non succede solo qui, succede un po’ ovunque, però in Italia ce ne accorgiamo solo quando i dati Ocse ci sbattono in faccia l’analfabetismo funzionale e fingiamo sorpresa. In realtà è il conto di anni in cui abbiamo tolto valore allo studio e abbiamo trattato chi prova a capire come un ingenuo fuori tempo massimo.

Perché in Italia non si parla di agnotologia?

I giornali sono pieni di pianti grechi su ignoranza, fake news e analfabetismo funzionale, poi il dibattito si ferma lì, come se fosse un vizio del popolo e basta. Nessuno sfiora l’agnotologia perché obbligherebbe a guardare in faccia le cause: decenni di tagli alla scuola, un sistema mediatico costruito sul rumore, partiti che preferiscono elettori spaesati. Lettori che ormai leggono solo per avere conferme dei propri bias. Chiamare agnotologia questo scenario vuol dire ammettere che l’ignoranza nasce da decisioni precise, firmate da governi, editori, piattaforme. Molto più comodo tenere tutto sul piano della colpa individuale, accusare “gli italiani che leggono poco” e chiudere la puntata.

Finché il termine resta fuori dal lessico pubblico, il meccanismo resta coperto e chi trae profitto dalla confusione respira tranquillo. Del resto, come detto in apertura di articolo, ignoranza e polarizzazione fanno guadagnare, portano reddito, oggi grazie alle iA generative ancora più che in passato.

L’ignoranza è forza. Aveva Ragione Orwell.

Giovanni Scafoglio

Fonti per questo articolo:

  • La scheda di Proctor sul sito del Department of History di Stanford, dove viene indicato che uno dei suoi campi di lavoro è proprio “the cultural production of ignorance (agnotology)”. history.stanford.edu+1
  • La pagina del libro “Agnotology: The Making and Unmaking of Ignorance”, pubblicato da Stanford University Press, che definisce l’agnotologia come “the study of ignorance” e spiega che analizza come l’ignoranza possa essere usata come strumento politico. history.stanford.edu+1

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