Un nome inventato e una biografia fasulla: Grok, l’iA di Elon Musk, ha scambiato l’identità dell’eroe di Bondi Beach rispondendo “Non è Ahmed el Ahmed ma Edward Crabtree”, amplificando disinformazione, fake news e bias razzisti nelle ore caotiche dell’attentato antisemita in Australia. Un utente chiede un controllo su un video che circola ovunque e lo strumento chiamato a “verificare” produce una biografia di fantasia, con età, professione e ricostruzione dell’azione.
La fake news di Grok: si inventa “Edward Crabtree” e il nome del falso eroe diventa virale
Nelle ore successive all’attentato di domenica 14 dicembre 2025 a Bondi Beach, a Sydney, su X si è diffusa una risposta attribuita a Grok, il chatbot di xAI: “Non è Ahmed el Ahmed ma Edward Crabtree”. Il punto critico non è soltanto l’errore. È la dinamica. Un utente chiede un controllo su un video che circola ovunque e lo strumento chiamato a “verificare” produce una biografia di fantasia, con età, professione e ricostruzione dell’azione.
Da lì, la falsa identità prende velocità. Alcuni la rilanciano in buona fede, altri la usano come pretesto per letture ideologiche. Nel frattempo l’effetto più tossico si consolida commento dopo commento: la disinformazione non arriva solo dagli utenti, viene rafforzata dall’apparenza di un fact checking automatico.
Attentato a Bondi Beach: cosa dicono le autorità e cosa riportano le prime ricostruzioni
Secondo la ricostruzione riportata dalle principali agenzie internazionali, l’attacco si è consumato durante un evento legato a Hanukkah a Bondi Beach. Le autorità australiane hanno parlato di terrorismo e antisemitismo, con riferimenti a una possibile ispirazione riconducibile allo Stato Islamico. Nelle ore successive sono emersi dettagli su armi, tempistiche e indagini in corso. Anche i numeri di vittime e feriti sono stati aggiornati, con differenze tra bilanci iniziali e successivi.
Questo è uno dei punti chiave: quando i dati evolvono di ora in ora, ogni dettaglio iperspecifico diventa fragile. Proprio per questo, l’identificazione di persone riprese nei video dovrebbe poggiare su fonti consolidate, non su “ricostruzioni” automatiche.
Il video dell’uomo che disarma l’attentatore: la vera identità è Ahmed al Ahmed
Il filmato che ha innescato la catena della fake news mostra un civile che affronta uno degli aggressori, lo blocca e gli sottrae l’arma. Le ricostruzioni giornalistiche concordano sul fatto che quell’uomo sia Ahmed al Ahmed, 43 anni, indicato da diverse testate come fruttivendolo. È stato ferito durante l’intervento ed è stato ricoverato.
Su alcuni dettagli, le fonti non sono identiche. Per esempio, sul numero di colpi subiti emergono versioni differenti, legate a quanto riferito da familiari e a quanto riportato nelle prime ricostruzioni. Il dato fermo, verificabile, resta l’identità di Ahmed al Ahmed e il fatto che abbia disarmato uno degli attentatori, riportando ferite.
Da dove arriva “Edward Crabtree”: il sito fasullo e l’articolo costruito nelle prime ore
Il nodo più interessante, e più inquietante, è la provenienza del nome inventato. La ricostruzione più citata indica che “Edward Crabtree” compare in un articolo pubblicato su un sito nato nelle ore immediatamente successive alla strage, con impianto da testata e contenuti dall’aspetto generato. Quel pezzo crea un profilo plausibile, lo fa sembrare “verificato” e lo mette a disposizione degli algoritmi.
Qui si vede il cortocircuito: un chatbot che risponde attingendo a ciò che trova online può scambiare per fonte una pagina appena nata se quella pagina ha una forma giornalistica. Quando poi la risposta viene pubblicata dentro una conversazione su X, il falso acquista un’aura di ufficialità. È una catena semplice, e per questo pericolosa.
Il caso “Crabtree” non è l’unico inciampo attribuito a Grok nelle ore dell’attacco
Tra gli errori riportati c’è la confusione di contesto, cioè il video descritto come un “vecchio virale” non collegato ai fatti. C’è poi un meccanismo ancora più subdolo: informazioni vere su persone reali, incollate però al soggetto sbagliato, creando una verità apparente che non risponde alla domanda iniziale.
In una breaking news, questo tipo di errore pesa più di una svista. Sposta l’attenzione, alimenta sospetti, apre varchi alle narrazioni tossiche, e lo fa mentre la piattaforma corre.
C’è un bias razzista dietro le fake news diffuse da Grok
Sul piano delle intenzioni, serve prudenza. Non esiste, nelle ricostruzioni più solide, una prova documentata che Grok abbia “scelto” un nome anglosassone per negare deliberatamente che un musulmano abbia fermato l’attentatore. Le fonti descrivono soprattutto un errore alimentato da un contenuto fasullo online, poi ripreso e amplificato.
L’effetto, però, è evidente: sostituire Ahmed al Ahmed con “Edward Crabtree” significa cancellare un protagonista reale e sostituirlo con un personaggio inventato, con un nome che cambia immediatamente la percezione pubblica. In un contesto carico di tensioni identitarie, questo slittamento può diventare carburante per chi vuole trasformare una storia di coraggio civile in un’arma di propaganda.
Il caso Bondi Beach mette a nudo un punto che molti preferiscono ignorare: un assistente automatico può parlare con il tono della certezza anche quando non possiede certezze
Nel momento di massimo caos informativo, la piattaforma ospita la domanda, ospita la risposta, ospita la replica che usa quella risposta come prova. L’errore smette di essere un incidente tecnico e diventa un fatto sociale, con conseguenze reali per le persone coinvolte e per la qualità del dibattito pubblico.
Ginevra Leone
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