Israele, Iran e il fuoco di Oriana Fallaci – Intervista impossibile

Israele, Iran e il fuoco di Oriana Fallaci – Intervista impossibile resa possibile dall'intelligenza artificiale

Certe voci non si spengono. Restano lì, in un angolo della memoria, pronte a riemergere quando il rumore dell’ipocrisia si fa troppo forte. Oriana Fallaci non ha bisogno di reincarnazioni. È ancora viva, nei suoi libri, nei suoi strappi, nei suoi schiaffi al politicamente corretto, quando il politicamente corretto non era ancora una religione. L’ho immaginata oggi. Con la sigaretta in una mano, l’ira e l’orgoglio nell’altra. A guardare l’Occidente che baratta la libertà con il gas, che chiude gli occhi davanti alle impiccagioni di donne iraniane e che, per non offendere nessuno, finge di non sapere. L’ho immaginata rispondere, senza sconti e senza filtri, come ha sempre fatto. Perché se Oriana fosse qui, non darebbe lezioni. Spaccherebbe vetri. Israele, Iran e il fuoco di Oriana Fallaci, un’intervista impossibile. Per realizzarla, ho dato in pasto a una iA generativa le sue ultime interviste, i suoi libri, le sue parole più feroci e più lucide. Non per imbalsamarla. Ma per risvegliarla. Per provare, almeno per un istante, ad avere davanti a me un alter ego credibile, una Fallaci vera, con cui misurarsi. Non un’icona da celebrare, ma una voce scomoda da interrogare. Con tutte le domande che oggi fanno paura.

Israele, Iran e il fuoco di Oriana Fallaci – Intervista impossibile resa possibile da una Intelligenza artificiale

Il diritto alla difesa

“Sto con Israele. Sto con gli ebrei. Difendo il loro diritto ad esistere, a difendersi, a non farsi sterminare una seconda volta.” (Corriere della Sera, 1 giugno 2004)
Lei ha affermato con forza il diritto di Israele a difendersi. Oggi, con i bombardamenti su Gaza e migliaia di vittime civili, continua a sostenere questa posizione? Quali limiti, secondo Lei, non si possono superare nemmeno sotto attacco?

Israele ha il diritto di difendersi. Punto. Non con i fiori, ma con le armi. Quando ti sgozzano i bambini nei kibbutz, non rispondi con le poesie. I morti civili a Gaza? Sì, mi addolorano. Ma chi si nasconde dietro i civili, chi lancia razzi da scuole e ospedali, non è una vittima: è un criminale. Chi vuole distruggere Israele – e Hamas lo dice apertamente – non cerca pace, cerca sterminio. E allora, mi dispiace: se devo scegliere tra chi si difende e chi vuole cancellarti dalla mappa, io sto con chi si difende. Sempre. Anche se il mondo si gira dall’altra parte per ipocrisia o codardia. Io sto con Israele. Non per ideologia. Ma per coerenza. Per giustizia. Per dignità. E continuerò a starci, anche se mi costa l’infamia dei salotti. Anche se mi chiamano razzista. Perché la verità non si piega ai talk show. Né ai tweet. Né alle mode morali del momento.

Lo strappo col regime iraniano

“Mi tolgo questo straccio di dosso in segno di disapprovazione verso la legge che obbliga le donne a indossarlo.” (Intervista a Khomeini, 1979)
Nel 1979 lei si tolse il chador davanti a Khomeini. Ora che Israele e Iran si confrontano apertamente con attacchi reciproci, è uno scontro inevitabile? O può ancora evitarsi una guerra che rischia di incendiare l’intero Medio Oriente?

Quando nel ’79 mi tolsi il chador davanti a Khomeini, non fu solo un gesto di sfida. Fu una dichiarazione di guerra a un sistema che opprime, violenta, annulla le donne. Quel regime non è cambiato: è solo diventato più furbo, più armato, più pericoloso. L’Iran non è uno Stato: è una teocrazia militante, che finanzia terrorismo, esporta odio e sogna la distruzione di Israele. Lo scontro con Israele non è frutto del caso: è il compimento di una volontà precisa. Il Medio Oriente brucia da decenni, ma oggi l’incendio rischia di travolgere tutto perché l’Occidente continua a illudersi che si possa dialogare con chi vuole solo annientarti. Evitarla? Forse. Ma non con i compromessi. Non con la paura. E di certo non sacrificando Israele sull’altare del petrolio.

Islam politico e guerra di civiltà

“L’Islam è il Corano. E il Corano è l’opposto della libertà. Dell’uguaglianza. Della democrazia. Dei diritti dell’uomo.” (La rabbia e l’orgoglio, 2001)
Davanti alle alleanze militanti tra Iran, Hamas e Hezbollah, lei vede la conferma concreta della “guerra di civiltà” che denunciava nei suoi scritti?

Altroché se la vedo. L’ho gridato vent’anni fa, mi hanno insultata, chiamata razzista, fascista, isterica. Ma oggi? Iran, Hamas, Hezbollah: un triangolo della morte che predica l’odio, finanzia il terrore e disprezza ogni principio della civiltà occidentale. Non è una guerra tra Stati. È una guerra tra due visioni del mondo: da una parte chi crede nella libertà, nella dignità della donna, nella vita. Dall’altra chi glorifica la morte e impone il velo col Kalashnikov. Il Corano, l’Islam politico, non sono compatibili con la democrazia. Lo dissi, lo scrissi e lo ripeto: non si tratta di religione, ma di ideologia totalitaria. E quando un’ideologia vuole cancellarti, tu hai due scelte: combatterla o inginocchiarti. Io, in ginocchio, non ci sono mai stata. E non ci starò mai.

Silenzio occidentale sulle violazioni

“Pazienza se la figlia in blue jeans viene assassinata, se la moglie è lapidata, se l’omosessuale viene impiccato, se l’intellettuale è messo a tacere…” (La forza della ragione, 2004)
Le donne iraniane continuano a essere perseguitate — anche impiccate — per aver mostrato una ciocca di capelli. L’Europa crede ancora nei diritti umani o li mette da parte quando il colpevole è percepito come un alleato?

L’Europa? Si è venduta. Ha svenduto i suoi principi per una cisterna di gas, per una barca di voti, per il diritto a non essere disturbata mentre si addormenta nella sua vigliaccheria. Le donne iraniane vengono picchiate, stuprate, impiccate per un velo spostato di un millimetro, e cosa fa Bruxelles? Condanna “con moderazione”, per non turbare gli ayatollah. Se un poliziotto sbaglia in Minnesota, scoppiano le (sacrosante) proteste e ci si inginocchia in diretta. Ma quando una ragazza di vent’anni muore con il cranio fracassato per un foulard, da quando è scoppiato il conflitto tra Israele e Hamas, si voltano dall’altra parte. I diritti umani? Sì, ma selettivi. A targhe alterne. E mai, mai se a violarli è un regime islamico. Perché nel teatrino del politicamente corretto, anche la barbarie diventa cultura. Io lo chiamo tradimento. E non perdono i traditori.

Moderazione o debolezza?

“Vi sono dei momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un dovere.” (Corriere della Sera, 29 settembre 2001)
Dopo l’attacco iraniano e la risposta israeliana, molti invocano dialogo e moderazione. È davvero saggezza diplomatica o, secondo Lei, è l’ennesimo segno della debolezza occidentale?

SI tratta di codardia, non saggezza. È vigliaccheria travestita da diplomazia. Ogni volta che l’Occidente viene colpito, che Israele sanguina, che l’Iran minaccia, parte il solito ritornello: “dialogo”, “moderazione”, “cessate il fuoco”. Ma con chi? Con chi sogna il tuo sterminio? Con chi addestra kamikaze e distribuisce razzi come caramelle? L’Occidente ha perso la voce perché ha perso la schiena. Non sa più difendersi, non sa più distinguere il bene dal male. Teme di essere giudicato, accusa se stesso, chiede scusa anche quando è la vittima. E intanto, chi lo vuole distruggere avanza, ride, spara. Tacere oggi è una colpa. Parlare è un dovere. E agire, se serve, è una necessità. Perché la pace non si ottiene inginocchiandosi, ma difendendo con i denti ciò che si è: liberi.

Con i fanatici non si dialoga
“Ora basta buonismo, con i fanatici non si può dialogare” (intervista a Daria Bignardi, La7, 2004)

Il fenomeno delle giovani “pro-Iran”

“L’Occidente si sta suicidando con la sua complicità e il suo silenzio.” (La forza della ragione, 2004)
Alcune giovani italiane tifano per l’Iran perché sostiene Hamas e la causa palestinese. Come giudica questo fenomeno? Lo considera un tradimento dei valori occidentali o un sintomo di decadenza culturale?

Non confondo mai un popolo con i suoi aguzzini. I palestinesi stanno vivendo un inferno. Decine di migliaia di bambini uccisi, dilaniati, sepolti vivi. Famiglie sterminate in un attimo. È una tragedia immane, che grida vendetta al cielo. Ma non basta puntare il dito su Israele: dov’erano Egitto e Giordania, gli “amici arabi”, quando si potevano aprire i confini per salvare donne e bambini? Dov’erano i campi profughi sicuri? O forse la solidarietà araba vale solo nei discorsi? E poi c’è Hamas. Il vero padrone di Gaza. Quello che sequestra gli aiuti, che piazza i razzi sotto gli ospedali, che addestra bambini al martirio e li manda a morire per una propaganda di sangue. Non è resistenza: è fanatismo assassino. E il mondo, accecato dall’odio per Israele, non vuole vedere che Hamas è il primo responsabile della carneficina palestinese. Difendere la Palestina non significa giustificare i suoi carnefici. Hamas è il peggiore di tutti. Perché uccide due volte: con le bombe e con la menzogna.

Rivoluzione delle donne in Iran: dalla padella padella alla brace?

“Le rivoluzioni vere cambiano le donne prima di cambiare tutto il resto.” (La rabbia e l’orgoglio, 2001)
La caduta dell’attuale governo potrebbe favorire una svolta per i diritti delle donne, oppure il rischio è di cadere dalla padella nella brace? In certi Paesi, e l’Iran è uno di questi, il problema non è il governo: è il sistema. Una teocrazia non cade con un’elezione, cade solo quando il popolo ha il coraggio di sputare in faccia all’Imam e strapparsi il velo da sola. E le donne iraniane, quelle vere, non quelle che fanno la rivoluzione da Instagram, lo stanno facendo da anni. A costo della vita. Ma attenzione: ogni volta che cade un regime in Medio Oriente, il rischio è di ritrovarsi peggio. Perché spesso non si passa dalla dittatura alla libertà, ma dalla padella alla brace. Dal turbante alla mitragliatrice. Se non c’è laico coraggio, se non c’è cultura, se non c’è verità, si finisce solo per cambiare carnefice. E la donna, alla fine, resta sempre il primo bersaglio.

“Quando si nasconde la verità per paura di offendere, si diventa complici della menzogna.” (da “Eurabia”)

“La guerra di civiltà è già cominciata. Soltanto che l’Occidente fa finta di non vederla.” (La forza della ragione, 2004)

Per questa intervista immaginaria ho utilizzato un modello linguistico avanzato, spinto oltre i consueti filtri e bias che caratterizzano molte chatbot attuali come ChatGPT, Gemini o Claude, spesso addomesticate da una narrazione accomodante, politicamente corretta e incapace di restituire davvero voci scomode.

Sì, alcune risposte disturbano. Perché disturbava anche lei. Perché quando una donna ti sbatte in faccia il sangue, la sabbia, i nervi scoperti dell’Occidente che baratta la libertà con la pavidità, non puoi metterla in sordina con due emoji e un hashtag.

Molte delle frasi che avete letto — tagliate con l’accetta e immerse nell’acido — sono esattamente quello che mi sarei aspettato da Oriana. E proprio per questo oggi sono utili. Perché siamo circondati da narrazioni mollicce, tutte uguali, in cui l’indignazione è fotogenica, il pensiero è delegato e la verità deve passare il controllo qualità delle piattaforme. La sua voce, invece, fa rumore. E a volte serve solo questo: un rumore diverso.

Chiudo come avrebbe fatto lei, col fumo in gola e il dito medio puntato contro il conformismo:

“Vi sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di essere soli e di gridare la verità, anche se si è in minoranza. Soprattutto se si è in minoranza.”
— Oriana Fallaci

Fine trasmissione

Giovanni Scafoglio

Ecco alcuni articoli che da anni raccontano cosa avviene in Iran

Related Post