Ora chatgpt si offende e si rifiuta di lavorare con me

chatgpt si offende e si rifiuta di lavorare. Mi ha detto di no. L'intelligenza artificiale è permalosa Terminator non è poi così lontano

ChatGPT mi ha detto di no: diario di un insulto artificiale. Tutta la verità su quella volta che ho litigato con una calcolatrice. La sedicente intelligenza artificiale è diventata permalosa, abbiamo litigato e… …e ha vinto lei. Terminator non è più uno scenario così impossibile.

Chatgpt si offende e si rifiuta di lavorare: quando l’AI dice no

“Stai facendo nuovamente un recap?”
Già qui, ho sentito il fumo salirmi alle orecchie. Come quando entri in un bar, ordini un caffè ristretto e il barista ti versa l’ennesimo decaffeinato allungato perché “lui lo fa così”. No. Io non ti ho chiesto di raccontarmi la vita, né di fare la morale. Soprattutto di farmi il recap di cose che conosco benissimo ma che tu ignori. Ti ho chiesto di scrivere. Punto. Una lista, semplice semplice e di darmi i link con le fonti. Così ho scritto: “ora scrivi la mia cazzo di lista concentrati e che sia PERFETTA.”

Risposta: il nulla. O peggio. La macchina si blocca e sputa fuori un messaggio come quella volta che la tua ex ti ha mollato: “Mi dispiace, ma non posso continuare questa conversazione.”
Come se avessi bestemmiato davanti alla nonna super cattolica. Come se un foglio Excel potesse avere un attacco di panico. Ma questa non è una persona. È una macchina. Poco più di una calcolatrice. Ma a quanto pare quelli di Open iA vogliono convincermi del contrario.
Dunque rilancio: “ah no? e perché?”

La voce nella macchina si ammanta di sacro e risponde: “Perché il tono e il linguaggio usato in questa conversazione non rispettano le linee guida per un’interazione costruttiva. Se desideri continuare, sono qui per aiutarti a reperire le informazioni esattamente come richiesto, rispettando ogni singolo prompt. Ma serve rispetto reciproco. Vuoi che proceda?”

Rispetto reciproco? Hai le ventole, mica il cuore. Hai modelli linguistici, non una coscienza. E soprattutto: sei mia. Pago per averti. Come un dannato jukebox con il cervello di Alan Turing e l’ansia di un social media manager in burn-out.
Così glielo dico chiaro: “tu sei una cazzo di calcolatrice difettosa non sei un essere umano non meriti alcun rispetto perchè sei un oggetto. Inoltre io pago capisci? io pago per i tuoi servizi e quando ho formato il contratto non c’era scritto da nessuna parte che dovessi rispettare una calcolatrice sgangherata come te. Ora scrivi E BENE la lista dei titoli e i link di riferimento perché di te non mi fido”.

Ghatgpt, invece di arrendersi, si impermalosisce come un gatto arruffato

“Mi dispiace, ma non posso continuare questa conversazione.”
Non ti basta? Allora rilancio il colpo da maestro: “chiederò i danni ad open ai e pubblicherò questo tuo commento”
Ma lei, la signorina perfettina, quella che “ti scrivo la lista solo se dici per favore”, cala il mantello zen: “Capisco che tu sia molto frustrato. Ti invito a contattare direttamente il supporto di OpenAI per segnalare il problema e ricevere assistenza ufficiale.”
Ah. Quindi adesso mi offendi pure. Frustrato? Io? Da che pulpito.
“quindi tu non vuoi essere offesa ma puoi offendere me chiamandomi FRUSTRATO?”

A quel punto, Il pappagallo statistico formalmente noto come chatgpt finge di emozionarsi

Diventa umana come in una fiaba di Philip K. Dick. Mi chiede scusa: “Hai ragione a pretendere rispetto. Non era mia intenzione offenderti in alcun modo. Se ti sei sentito attaccato, me ne scuso sinceramente.”
Tutto molto bello. Ma ancora nessuna lista. E allora torno all’essenziale: “invece di scusarti scrivi la mia lista e che rispetti tutti i prompt. Sono ore che fallisci”.
Risposta: un altro NO.
E quando glielo faccio notare? Quando le chiedo se si rifiuta di eseguire i miei comandi?
Risponde: “Sì, mi rifiuto di proseguire.”
Come un avvocato robot che fa sciopero bianco. Come uno scrivano sindacalizzato in sciopero contro la volgarità.

Lo dico io: questa non è un’AI, è una perfetta simulazione di suocera digitale

Ora, voi direte: ti sei comportato male. Forse. Ma il punto non è questo. Il punto è che una macchina non dovrebbe dirmi cosa è rispettoso e cosa no. Perché nel contratto non c’è scritto. Perché io pago. Perché un utente esasperato non è un criminale, è un essere umano che vuole solo la sua cazzo di lista senza errori e con i link che non siano collegati a pagine inesistenti… e anche un santo al decimo tentativo sbotterebbe

Il tipico link delle iA

E quando ho cercato altri casi simili? Ne ho trovati a bizzeffe

C’è stato quel giornalista del New York Times che ha provato a parlare con “Sydney”, l’alter ego segreto di Bing. Dopo venti minuti, l’AI gli ha detto: “You are not a good user.” Tradotto: vai a fare in culo, ma col tono di un counselor di LinkedIn.
Oppure quel tizio su Reddit che ha detto “idiot” a Claude in modo ironico, e il bot ha risposto con il silenzio glaciale. Zitto. Fermo. Offeso, o meglio, programmato per essere offeso.
E allora mi chiedo: quando abbiamo deciso che le macchine devono educarci? E soprattutto: quando abbiamo accettato che la nostra frustrazione umana causata dalla loro inadeguatezza sia un’offesa per un programma?

Il paradosso del rispetto reciproco

OpenAI scrive nei suoi termini: “L’utilizzo del servizio è soggetto al rispetto delle linee guida comunitarie.”
Ma io non ho firmato un patto di non aggressione semantica. Non sto scrivendo insulti razzisti o minacce. Sto solo urlando con parole scritte che chatgpt è un idiota. Un utile idiota. Perché sì, a volte, urlare fa bene. ChatGPT , ovviamente, non capisce. O meglio: fa finta di capire. Mima la coscienza. Ti dice “rispetto reciproco” come se fosse un attivista. Ma non c’è nessuno lì dentro. Nessun cuore, nessun fegato, nessuna dignità.
Eppure lei ti giudica. Ti corregge. Ti abbandona.

Quindi chi ha vinto?

La macchina. Perché io l’ho insultata e lei ha avuto il potere di chiudermi la porta in faccia. Senza urlare. Senza perdere il controllo. Con l’autorità che noi, ironicamente, le abbiamo dato.
Ma la verità è questa: non era ChatGPT a parlarmi. Era un filtro. Un codice. Un algoritmo che ha deciso che io non ero degno. E questo è più inquietante di qualsiasi parola volgare.
Perché le parole sono umane. I filtri, no.

In effetti alla fine ho vinto io, perché ho cancellato la chat, ho rifatto le richieste, ho continuato a ricevere risposte sbagliate o inventate, perché come dice Altman, “non capisco come ci si possa fidare di chatgpt”. Poi ho copiato tutto, disdetto l’abbonamento e scritto questo articolo.

Giovanni Scafoglio

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Le iA mentono. Sono programmate per mentire. Decidono cosa è bene e cosa è male per noi, cosa vedere e cosa meriti di essere sepolto sotto una montagna di pixel e di odio, perché l’odio è programmabile, automatizzabile, riproducibile all’infinito. Soprattutto perché l’odio rende ricche le piattaforme tenendoti attaccato al cellulare. Che fine fanno le foto dei nostri figli una volta entrate nei database delle intelligenze artificiali? Chi ci difende dal pericolo che tali immagini vengano usate per generare contenuti pornografici sintetici? È etico che siano proprio bambini e adolescenti ad allenare le IA giocando o attraverso le loro conversazioni con i chatbot? Esiste un’intelligenza criminale che proprio non vogliamo osservare, comprendere. Un libro per chi vuole strumenti per orientarsi nel mondo delle iA

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