Perché il quarto scudetto del Napoli riscrive la storia della Serie A

Perché il quarto scudetto del Napoli riscrive la storia della Serie A. Tutti i numeri e i dati di una grande impresa storica

Due scudetti in tre anni fuori dalla triade Juventus-Milan-Inter. Cosa che non accadeva dal Grande Torino, 75 anni fa. Da oltre venti anni vincono sempre quelle tre squadre, il Napoli è stata l’unica eccezione. L’ha fatto senza il suo fuoriclasse, venduto a metà strada. Nessun tecnico del Sud aveva mai vinto con un club del Sud. Nessuno ha mai vinto partendo dal decimo posto. Una rosa con diversi titolari italiani, allenatore italiano, proprietà italiana. Una bestemmia vivente nel calcio globale dei fondi e dei codici fiscali stranieri. Si dirà che aveva già finto lo scudetto, Certo, ma senza Osimhen, Lozano, Kim, Zieliński, Mario Rui — cinque titolari della squadra campione d’Italia 2022-2023 — e da gennaio senza la sua stella Kvaratskhelia. Eh ma non aveva le coppe. Vero, come la Juventus dell’anno scorso che però non ricordo abbia vinto il campionato. Eh ma ha speso 150 milioni. Certo ma i numeri, i dati, le statistiche indicano che il Napoli non ha solo vinto un campionato, ha preso a schiaffi la storia e l’ha costretta ad aggiornarsi. Vi racconto perché il quarto scudetto del Napoli riscrive la storia della Serie A.

Perché il quarto scudetto del Napoli riscrive la storia della Serie A: tutti i dati e i record

Da 75 anni due scudetti in tre anni li vincono solo tre squadre. Ora c’è il Napoli

Nel calcio italiano, due scudetti in tre anni sono un affare privato. Se non sei Juventus, Milan o Inter, non ti siedi al tavolo. Non importa quanto giochi bene, quanto spendi, quanto sogni. È roba loro, da sempre. L’ultima squadra che osò infilarsi fu il Grande Torino. Settantacinque anni fa. Poi il buio. Un muro eretto tra tre club e tutti gli altri.

E adesso? Adesso c’è il Napoli. Che non ha chiesto permesso, non ha bussato, ha sfondato la porta. Due titoli in tre anni, senza far parte della triade. Non succedeva da prima del jet, del colore in tv, da prima di tutto.

Negli ultimi 20 anni fuori dalla triade ha vinto solo il Napoli. Il resto è contorno

Vent’anni di Serie A, vent’anni di dominio a senso unico. Juventus, Milan, Inter. Dalla Lazio del ’99-2000 e la Roma 2000-01. Sempre loro. A rotazione, come le poltrone in politica. Si passano il potere come si passa una bottiglia buona tra amici: un anno tu, l’anno dopo tocca a me. E gli altri? A guardare, ad applaudire, a sperare che il quarto posto basti a illudere. Con l’unica eccezione del Napoli di due anni fa.

Il Napoli è l’unico corpo estraneo in una Serie A geneticamente modificata per escludere. Un virus dentro un sistema blindato. E ogni volta che vince, lo fa esplodere.

Prima di Conte nessun tecnico del Sud aveva vinto con una squadra del Sud. E nessuno con tre club diversi. Mai

La geografia, nel calcio italiano, è una condanna. Se sei del Sud, alleni. Ma non vinci. Se alleni una squadra del Sud, puoi sognare, ma poi ti svegli sudato a maggio. Dalla notte dei tempi è andata così. Nessun tecnico nato sotto Roma aveva mai portato una squadra meridionale al titolo. Nessuno. La Serie A era un feudo chiuso, con la corona che passava sempre tra le stesse mani e gli stessi dialetti.

Poi è arrivato Antonio Conte, e ha messo il primo buco nella diga: scudetti con Juventus, Inter, poi il miracolo Napoli. Tre squadre, tre titoli. Nessuno ci era mai riuscito. Nemmeno. Tre città diverse, tre filosofie, tre inferni. E li ha portati tutti in paradiso. Antonio Conte ha ribaltato la mappa, ha bruciato gli almanacchi, ha fatto saltare le statistiche come molotov nel salotto buono del calcio italiano.

Mai nessuno ha vinto mollando il proprio fuoriclasse a metà stagione

Nel calcio moderno il talento non si tocca. Se hai un fuoriclasse, te lo tieni. Lo blindi, lo coccoli, lo imbottisci di bonus. Perché nel calcio, senza la stella, non vinci un cazzo. Lo dicono tutti, lo giurano le cronache. Poi arriva il Napoli, gennaio, e Kvaratskhelia, il cigno triste, prende il volo e atterra a Parigi, in cerca di un palcoscenico più largo, più lucido, più viziato. E tu pensi: fine della corsa. Perché chi perde il proprio miglior giocatore a metà strada, in Serie A, si sgonfia come un pallone bucato. Invece no. Il Napoli non solo ha continuato a correre, ma ha pure fatto lo slalom tra i rosari degli opinionisti, le risate dei rivali, le analisi dei finti esperti.

Senza Kvara, senza alibi, senza paura. Ha tolto la sua carta migliore dal mazzo e ha continuato a vincere a mani scoperte. Perché se vinci anche quando ti strappano l’anima, allora sei davvero squadra.

Il Napoli è l’unica squadra del Centro-Sud ad aver vinto più di tre scudetti

Nel calcio italiano c’è sempre stato un limite non scritto: se sei del Centro-Sud, puoi sognare, ma non devi esagerare. Roma ne ha vinti tre, la Lazio due. Poi basta. Poi il silenzio. L’oro resta al Nord. È come se a un certo punto ci fosse una barriera invisibile tra Firenze e Napoli, un cartello con su scritto: “Oltre questo punto, i titoli non passano”. Poi arriva, il Napoli con il quarto scudetto, a scardinare l’equilibrio, a prendersi lo spazio che il sistema non gli aveva mai concesso. Non per grazia ricevuta, non per crollo altrui. Ma con gioco, sangue e palle.

Dal decimo posto al tricolore

Nella Serie A a 20 squadre esiste una gerarchia implicita: se sei arrivato decimo l’anno prima, stai giù, aspetta il tuo turno, magari fra cinque anni potrai ambire al quarto posto. Ma non vinci. Non puoi vincere. Nessuno lo ha mai fatto. Neppure la Juventus, che con tutta la sua pancia piena di titoli era arrivata settima prima del colpo di reni firmato Conte nel 2011/12. EH si, il record precedente era proprio di Antonio Conte (sic).

Il Napoli ha fatto peggio. O meglio, dipende da che parte della barricata guardi. Era decimo, lontano da tutto, fuori dalle coppe, fuori dai radar. Una squadra considerata finita, rifondata, quasi rinnegata. Eppure ha vinto. Non per caso. Non per culo. Ha vinto perché ha fatto saltare la regola, il teorema, l’equilibrio. Come se un rottame lasciato in cantiere diventasse un razzo interstellare.

Il Napoli ha vinto restando italiano: campo, panchina e proprietà

Giocatori italiani in campo, allenatore italiano in panchina, proprietà italiana al comando. No, non è un documentario sulla Serie A degli anni Ottanta. È il Napoli campione d’Italia. Un’anomalia in un campionato svuotato, venduto, impacchettato per gli investitori di asiatici e le conference call in inglese. Qui no. Qui c’è ancora l’accento, il sangue, l’identità.

La maggior parte dei club che vincono hanno più sedi fiscali che tifosi. Allenatori presi su Transfermarkt, fondi stranieri che decidono chi resta e chi parte. Il Napoli no. Il Napoli ha fatto tutto con risorse italiane, in un calcio che fa di tutto per farti credere che l’Italia non serve più a nulla. Ha vinto parlando la lingua madre.

E non venitemi a raccontare la favoletta delle coppe. Sì, il Napoli non le ha giocate, e allora? Neanche la Juventus l’anno scorso, eppure non mi pare che abbia sfilato col tricolore sul petto. Non è culo, non è un regalo dell’Inter, non è che gli altri gliel’hanno lasciato lì come una pacca sulla spalla. Il Napoli è stato in testa più di tutti, ha guardato tutti dall’alto. Più giorni in vetta, più pressione addosso, più insulti da incassare. E ha retto.

Il bello del calcio è che non sempre vince il più forte. A volte sì. Ma spesso vince chi ci crede di più, chi non molla neanche quando gli trema il mondo addosso. Vince chi ha meno paura di perdere. Chi ha più cuore, più testa, più palle.
E il Napoli, quest’anno, ne ha avuti tre chili in più degli altri.

Fatevene una ragione

Giovanni Scafoglio

Giovanni Scafoglio - Intelligenza Criminale

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