Strage di Bologna: con la condanna definitiva di Paolo Bellini e l’identificazione dei mandanti nella rete della P2, la strage del 2 agosto 1980 ha finalmente una verità giudiziaria completa. La Corte d’Assise ha definito la strage “il punto più alto della strategia della tensione”. Ma la memoria resta un dovere collettivo.
Il killer della ‘Ndrangheta diventa anche lo stragista della stazione
Il primo luglio 2025 Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale e sicario legato alla ‘Ndrangheta, è stato condannato all’ergastolo in via definitiva come esecutore materiale della strage alla stazione di Bologna. Con questa sentenza cala definitivamente il velo su uno degli atti più sanguinosi della strategia della tensione: 85 morti, oltre 200 feriti, una ferita profonda per la Repubblica italiana.
La Corte d’Assise ha definito la strage “il punto più alto della strategia della tensione”. Secondo Paolo Bolognesi, presidente uscente dell’associazione dei familiari delle vittime, “si è chiuso un cerchio” durato 45 anni. La verità è finalmente chiara: non fu un gesto isolato di estremisti, ma un’azione pianificata, finanziata e coperta ai massimi livelli.
Dai Nar alla rete dei mandanti: una mappa del terrore
Le prime condanne risalgono agli anni Novanta. Nel 1995 e nel 2007 la Cassazione riconobbe colpevoli Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, membri dei Nar. A questi si è aggiunto, nel 2025, Gilberto Cavallini, colpevole di aver dato supporto logistico al gruppo.
Il tassello mancante era Paolo Bellini. A incastrarlo, un video amatoriale che lo riprende in stazione pochi minuti prima dell’esplosione. L’ex moglie, cambiando versione dopo quarant’anni, lo riconosce in aula: “È Paolo”, dice in lacrime, demolendo l’alibi che l’aveva protetto fino a quel momento.
Depistaggi, silenzi e coperture: i nomi eccellenti
Oltre agli esecutori, la sentenza individua un secondo livello: quello dei depistatori e dei finanziatori. Il capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel è stato condannato in via definitiva a sei anni per depistaggio. Domenico Catracchia, amministratore di immobili in via Gradoli a Roma, ha ricevuto quattro anni per false informazioni. Entrambi hanno svolto un ruolo nel nascondere le responsabilità.
Ma i nomi più pesanti sono quelli di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Già fuori dai processi per morte sopraggiunta, sono stati indicati dalla Corte come i veri mandanti. Il documento denominato “Bologna” li lega a una struttura parallela, un servizio segreto occulto con diramazioni europee, atlantiche e massoniche.
La pista della P2 e i soldi del Banco Ambrosiano
La Procura Generale ha ricostruito il flusso finanziario che ha reso possibile l’attentato. I fondi provenivano dal crac del Banco Ambrosiano, manipolati da Gelli e Ortolani. La Corte d’Assise ha riconosciuto che l’attentato fu non solo ideato e protetto, ma anche retribuito: i partecipanti ricevettero un compenso in denaro. La strage fu dunque un’operazione politica, logistica e finanziaria: una vera “strage di Stato”.
Federico Umberto D’Amato viene individuato come perno europeo del sistema: figura di riferimento dell’intelligence atlantica, supervisore occulto di un’azione che si inserisce nel più ampio schema destabilizzante della Guerra Fredda.
Le parole dei giudici smontano la narrazione spontaneista
Nel motivare la condanna di Cavallini, il presidente dell’Assise Michele Leoni scrive che l’idea secondo cui la strage fosse un gesto isolato di pochi fanatici “lascia perplessi”. La sentenza denuncia una lettura minimalista che ha oscurato la verità per decenni. La Procura Generale di Bologna, già dal 2017, aveva avocato le indagini sui mandanti e nel 2020 ottenne il rinvio a giudizio di Bellini. Un’indagine che ha ridisegnato lo scenario, legando l’intera destra eversiva dell’epoca a una strategia di destabilizzazione dell’ordine democratico.
Il messaggio dei familiari delle vittime e il dovere della memoria
Per il 45esimo anniversario, l’associazione dei familiari delle vittime ha diffuso un manifesto che recita: “45 anni di trame e depistaggi per nascondere la verità. La determinazione dell’associazione lo ha impedito”. È il riconoscimento di una battaglia civile durata decenni, che ha sfidato silenzi istituzionali e complicità occulte.
Oggi la giustizia ha fatto il suo corso, ma la memoria resta una responsabilità collettiva. La storia della strage di Bologna deve essere raccontata senza reticenze, studiata nelle scuole, ricordata nei media, custodita nelle istituzioni. Solo così la verità giudiziaria può trasformarsi in patrimonio storico condiviso.
Ginevra Leone
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