Dovevamo aspettarcelo. Era scritto nelle stelle, nei post indignati su X, nelle assemblee di redattori ansiosi di non far inciampare il pubblico nei cocci taglienti della realtà mentre orde di femministe inviperite già digrignano i denti contro l’ennesima “testimonianza tossica” di una società patriarcale che “normalizza lo stupro e la violenza sulle donne”. Marco Masini e Fedez canteranno Bella stronza sul palco di Sanremo, ma non sarà più la stessa. Il brano verrà “riadattato ai tempi”, perché i tempi non sopportano più certe parole, perché la libertà di espressione va bene solo in una direzione, va bene solo se non intacca il comune senso del pudor… ah no… il politicamente corretto. Certo, Masini e Fedez non sono Dante – e La Comedia non è esattamente il loro territorio – ma il principio è lo stesso: se oggi edulcoriamo un testo musicale perché ritenuto offensivo, domani cosa faremo con la letteratura, la pittura, la scultura? Ma soprattutto, è insopportabile questa ipocrisia per cui per “Bella Stronza”, la censura a Sanremo si chiama “adattata ai tempi”.
Diciamolo subito: sì, Bella stronza è una brutta canzone
Sì, i suoi versi possono essere letti come un’allarmante normalizzazione della violenza sulle donne, dello stupro, della sopraffazione. “Bella stronza / Che hai chiamato la volante quella notte / E volevi farmi mettere in manette / Solo perché avevo perso la pazienza”, oppure “Mi verrebbe di strapparti / Quei vestiti da puttana / E tenerti a gambe aperte / Finché viene domattina” non sono frasi che oggi passerebbero inosservate. E giustamente.
Ma proprio per questo vanno lasciate lì, esattamente come sono. Non per cantarle a cuor leggero, ma per ricordare da dove veniamo. Perché quella mentalità becera non è poi così lontana, e non cancellarla significa tenere traccia del cammino che abbiamo fatto. È una testimonianza di un’epoca, di un pensiero che – anche se vorremmo negarlo – esisteva, ed esiste ancora. C’è ancora chi pensa queste cose. C’è ancora chi le fa.
La censura di oggi ha un volto nuovo: non vieta, adatta. Non cancella, rivede
La chiamano sensibilità contemporanea, ma ha il retrogusto rancido del revisionismo da quattro soldi. Una riscrittura della cultura per renderla meno problematica, meno disturbante, meno vera. Perché la verità, signore e signori, fa male. Fa male sapere che i poeti maledetti erano drogati, che i pittori erano ossessionati dalla carne, che gli scrittori sapevano raccontare il desiderio e la rabbia, la violenza, la miseria degli uomini con parole che oggi sarebbero motivo di ban a vita su Instagram.
Ma la domanda vera è un’altra: chi decide cosa può restare e cosa va purgato? Perché Bella stronza no e Il ratto di Proserpina di Bernini sì? Se oggi un testo musicale viene riscritto perché turba le anime candide, domani che faremo con la letteratura, con la pittura, con la scultura? Bruceremo Caravaggio perché usava troppa ombra? Perché assoldava sicari. Riscriveremo Lolita, il capolavoro di Nabokov, perché il protagonista è un maniaco pervertito e pedofilo? Puliremo Pasolini perché faceva cose che non si possono neanche sussurrare? Smetteremo di vendere camicie nere che non si sa mai, magari qualcuno si confonde e pensa che Mussolini fosse un influencer di TikTok.
L’arte è sempre stata scomoda e non deve essere soggette a regole
È urticante, spigolosa, sporca, dura. Anche quella brutta. Ed è per questo che sopravvive. Una società che non sopporta le proprie ombre non è più giusta, è più fragile. Troppo fragile per affrontare il mondo per quello che è: un posto imperfetto, pieno di contraddizioni, di rabbia, di dolore e di passione.
E soprattutto se proprio volete censurare “Bella stronza” abbiate il coraggio di non essere ipocriti e chiamatela con il suo nome: censura.
Giovanni Scafoglio
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