Tony Effe, è un rapper italiano noto più per le sue rime sguaiate e per il look da bulletto tatuato che per una qualche profondità artistica. Uno di quei personaggi che incarnano il cliché perfetto del trapper spaccone, tutto lusso ostentato, motori rombanti e testi che sembrano usciti da un generatore automatico di stereotipi. In tutta sincerità, non provo né simpatia né stima per lui, e sento il bisogno di dirlo chiaramente. Perché in questa Italia, dove l’analfabetismo funzionale si è ormai fuso con l’analfabetismo di ritorno, ed è predominante, se difendi qualcuno senza specificare che non lo sopporti, rischi di far passare l’idea che te ne vai in giro ad ascoltarlo con le cuffie e un sorriso ebete. La censura non è mai un buon segnale.
È come un campanello d’allarme che squilla e ci ricorda che stiamo scivolando lungo una china pericolosa. E difendere la libertà di parola non significa difendere il contenuto di quella parola. Significa difendere il principio che tutti hanno il diritto di parlare, anche se ciò che dicono ci fa venire l’orticaria. E’ anche vero che quanto fatto da Gualtieri non è cesura, ma una scelta responsabile e vi spiego perché.
La gaffe del sindaco Gualtieri: sesso, samba e stronzate istituzionali
Ah, caro Gualtieri, ti sei infilato in un vicolo senza uscita con la grazia di un elefante in una cristalleria. Invitare Tony Effe al concerto di Capodanno a Roma è stato come piazzare un petardo acceso sotto l’albero di Natale. Chiunque abbia un minimo di sale in zucca sa che i testi del buon Tony – pieni di sesso esplicito, machismo da discount e misoginia a buon mercato – non sono certo materiale da piazza pubblica gremita di famiglie e ragazzini. Le piattaforme musicali, per quanto siano lassiste, gli hanno appiccicato sopra un bel divieto per gli under 16. E tu, Gualtieri, hai pensato bene di fare il contrario. Geniale.
Ovviamente, le femministe si sono scatenate contro il “maschio bianco, cisgender, patriarcale, sessista e misogino” (cit). E non che abbiano tutti i torti, eh. Ma la domanda sorge spontanea: dov’erano queste furie femministe quando Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ballava felice e spensierata al Pride sulle note di Sesso e Samba? Forse il patriarcato diventa meno opprimente se c’è da sgambettare sotto un cielo arcobaleno?
Così, dopo l’inevitabile shitstorm, il sindaco ha pensato bene di chiedere a Tony Effe di fare un passo indietro. E qui, la situazione è passata da comica a tragica. Gli artisti italiani, annusata la ghiotta opportunità di finire nei titoli dei giornali e nei trend dei social, si sono indignati a gran voce, sfoderando solidarietà a difesa della libertà di espressione. Perché sì, la libertà è sacra, ma anche un po’ di visibilità non fa mai schifo. Alla fine della giostra, Gualtieri ha preso sberle bipartisan come se non ci fosse un domani.
Perché nessuno ha il coraggio di dire che non si è trattato di censura?
No, non è censura. Chiedere a un rapper con testi espliciti e vietati ai minori di 16 anni di non esibirsi in un concerto di Capodanno in piazza – evento pubblico, gratuito e adatto a famiglie e bambini – non è censura, è buon senso e gestione responsabile.
La censura è l’atto di sopprimere o vietare un’opera d’arte, un’espressione o una performance in ogni contesto, impedendo la sua diffusione ovunque. Se Gualtieri avesse detto: “Tony Effe non deve più cantare in nessun luogo perché le sue canzoni sono immorali,” allora sì, sarebbe censura. Ma escluderlo da un evento istituzionale rivolto a un pubblico generalista, spesso con presenza di minori, è semplicemente scegliere il contesto appropriato per un certo tipo di espressione artistica.
Le piattaforme musicali impongono restrizioni d’età per i testi di Tony Effe. È coerente, dunque, evitare di proporre quegli stessi contenuti in una piazza pubblica dove chiunque può essere presente, senza filtro o controllo. In questo caso, non è un bavaglio, è una forma di responsabilità sociale.
Chi grida alla censura sta solo cavalcando l’indignazione per farsi un po’ di pubblicità. Ma la vera libertà di espressione esiste quando si riconosce che ogni contesto ha le sue regole e che non tutto è adatto a ogni pubblico.
Tony Effe e la censura: difendere l’indifendibile, anche questa è democrazia
Ed ecco che arrivano loro: le orde di indignati di professione, quegli odiatori seriali ormai attempati che fino a ieri cantavano a squarciagola Felicità di Albano e Che sarà dei Ricchi e Poveri. Poi ci sono i rockettari frustrati, con le loro vene gonfie d’ira e ruggine, che scattano sull’attenti appena Vasco biascica due rime, e i metallari incalliti che parlano di “arte” mentre headbanguano su testi che inneggiano alla morte e alla distruzione. Ora, tutti insieme appassionatamente, invocano a gran voce la censura contro Tony Effe. Destra e sinistra unite in un unico, corale impeto di disgusto.
“Interdetto! Impeditegli di vomitare le sue volgarità su un palco!” gridano, mentre agitano i pugni al cielo con lo stesso fervore di un inquisitore. E qui sta il problema: quando il disgusto personale diventa un pretesto per invocare il bavaglio, siamo sulla strada sbagliata. Tony Effe può fare schifo, le sue rime possono sembrare una lista della spesa in un sexy shop, ma chiedere che venga censurato è un errore colossale. Perché? Perché una volta che si inizia a tappare la bocca a uno che non ci piace, si crea un precedente pericoloso.
Difendere Tony Effe non significa difendere le sue parole, significa difendere il diritto a dire quelle parole. Perché se oggi tocca a lui, domani toccherà al rocker sboccato, al cantautore sovversivo, al comico dissacrante. La censura è come una malattia venerea: una volta che si diffonde, è difficile fermarla.
In un paese civile e democratico, il disgusto non è mai una scusa per la censura. E sì, tocca difendere anche Tony Effe. Perché se lasciamo che qualcuno gli chiuda la bocca oggi, domani potrebbero chiuderla a noi. E non ci sarà nessuno a difenderci.
Giovanni Scafoglio
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