Censurato Ultimo Tango a Parigi: ballare sull’orlo dell’oscurantismo

Censurato Ultimo Tango a Parigi: ballare sull’orlo dell’oscurantismo tra oscurantismo della chiesa e ideologia woke

La storia è sempre la stessa: un mucchio di benpensanti con le torce in mano e la convinzione di essere dalla parte del Bene. Ieri erano i moralisti del Vaticano, oggi sono i vigilantes del woke. Stesso spirito inquisitore, stesso odore di bruciato, ma con una patina di ipocrisia che sa di plastica riciclata. Siamo nel 2024 e ancora c’è chi cerca di buttare Ultimo Tango a Parigi nella fornace della censura, come se potesse sparire davvero. Che un capolavoro come Ultimo Tango a Parigi venga nuovamente censurato e che i giornali spesso riportino maldestramente (o in malafede) la notizia fa venire i brividi. E non sono brividi di piacere.

Perché è stato Censurato Ultimo Tango a Parigi?

La scena incriminata? Marlon Brando, burro alla mano, e Marie Schneider, in una sodomia di celluloide che scuoteva le poltrone dei cinema nel 1972. Lì c’era un mondo che scricchiolava sotto il peso delle sue stesse convinzioni. Bertolucci lo sapeva, e lo filmò senza pietà. E per questo dovette subire processi e inquisizioni. A distanza di 50 anni è nuovamente sotto inquisizione perché qualche giustiziere digitale ha deciso che il passato non basta criticarlo, va cancellato. La Cinémathèque francese, che avrebbe dovuto proiettare il film in una retrospettiva su Brando, si è piegata senza nemmeno una risata amara. Via la pellicola, via i problemi. Meglio non avere guai, meglio rimanere in silenzio mentre i nuovi censori si scaldano le mani al fuoco della modernità.

La controversia attorno a Ultimo Tango a Parigi ruota principalmente attorno alla famosa “scena del burro”

Maria Schneider, che all’epoca delle riprese aveva 19 anni, dichiarò in diverse interviste di non essere stata informata dell’uso della scena relativa alla sodomia. Secondo Schneider, la scena di sodomia non era presente nel copione. Schneider ha descritto l’esperienza come umiliante, affermando di essersi sentita “un po’ violentata” sia da Brando che da Bertolucci.

Bertolucci, da parte sua, ha confermato in varie occasioni che SOLO l’uso del burro non era previsto nel copione originale e che la decisione di non informare Schneider fu presa per catturare una reazione genuina. Ha espresso sentimenti di colpa per l’accaduto, ma ha anche dichiarato di non pentirsi della scelta fatta, ritenendo che fosse necessaria per ottenere l’effetto desiderato nella scena.

Chiariamo una volta per tutte: l’amplesso in Ultimo Tango a Parigi fu simulato. Niente sesso reale, solo finzione cinematografica. Marie Schneider sapeva della scena di sodomia prevista nel copione, ma non dell’uso improvvisato del burro, ideato da Bertolucci e Brando per ottenere una reazione più autentica. Un tradimento? Forse. Una violenza reale? No. Era una rappresentazione, disturbante e controversa, ma pur sempre una scena recitata. Allo stesso modo era suo sacrosanto diritto sentirsi umiliata per qualla scena che, di fatto, ne bollò per sempre la carriera.

Può tutto ciò portare alla messa al bando di un capolavoro in nome del femminismo e dei fanatici dell’ideologia woke?

Ma che diavolo sta succedendo? Oggi, come ieri, siamo intrappolati tra i guardiani della moralità. Nel 1972 bruciare una pellicola era un ultimo disperato tentativo di proteggere il passato dalla sporcizia della modernità. Oggi bruciare quella stessa pellicola serve a ripulire il passato perché è troppo sporco per il presente. La differenza? I censori di allora sapevano di essere reazionari, quelli di oggi si credono rivoluzionari. Sono i paladini di una giustizia confezionata e sterilizzata, pronti a sacrificare l’arte sull’altare della loro purezza ideologica.

Cancellare Bertolucci non è progresso. È decapitare il passato perché fa paura

È un atto di vigliaccheria mascherato da coraggio morale. È il dito puntato di chi non vuole vedere oltre il proprio naso. E il film Maria di Jessica Palud? Una lezione di revisionismo storico confezionata per sembrare denuncia. Manipola la figura di Schneider e la trasforma in un santino da processo sommario, dimenticando che in quella scena incriminata non c’era solo abuso, ma anche un intero mondo che stava esplodendo. E sì, Schneider uccide Brando nel finale. Un colpo secco, un gesto di ribellione, una rivincita contro il patriarcato e la sopraffazione maschile. Ma questa parte, guarda caso, non interessa ai nuovi inquisitori. Perché la complessità non si può incasellare in un tweet indignato.

Distonie di un’epoca semplicistica, che preferisce la luce diretta al chiaroscuro

Ecco il punto: Ultimo Tango a Parigi è un film complesso, sporco, reale. È un pugno nello stomaco, non una carezza. Banalizzarlo, censurarlo, vuol dire tagliarci le palle da soli. La censura è sempre oscurantista, che venga da un prete con la tonaca o da una femminista con l’account verificato. Non fa crescere le coscienze, le rimpicciolisce. Non insegna, lobotomizza. La storia lo dimostra, ma noi, come al solito, siamo troppo impegnati a seguire gli algoritmi per accorgercene.

Pensare che il pubblico sia troppo stupido per capire è un insulto. È arrendersi a un mondo in cui una intelligenza artificiale decide, per noi, cosa è giusto e cosa no. È lasciarsi imprigionare in una bolla di conformismo, dove l’unico tango possibile è quello che si balla senza fare troppo rumore, senza calpestare alcun piede. Ma l’arte, quella vera, non balla in silenzio. Strilla, graffia, disturba. Bertolucci lo sapeva. Noi dovremmo ricordarcelo.

E allora, niente più tango a Parigi? Forse. Ma ricordate: chi spegne la musica ha già perso.

Giovanni Scafoglio

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