Etiopia: il genocidio delle donne Tigray, tra silenzi e prove schiaccianti

Etiopia: il genocidio delle donne Tigray, tra silenzi e prove schiaccianti. 120.000 donne stuprate. 600.000 vittime civili in pochi anni.
Photo: Lynsey Addario

Il Tigray è un lembo di terra etiope che pochi sanno collocare sulla mappa. Incastrato tra Eritrea e Sudan, negli ultimi anni è diventato sinonimo di morte. Dal novembre 2020 al novembre 2022 quasi 600.000 civili sono stati trucidati, a colpi di bombardamenti dall’alto, droni turchi e iraniani manovrati da Addis Abeba, incursioni dell’esercito eritreo e milizie amhara che hanno lasciato villaggi interi senza vita. Tra i crimini di guerra più efferati e meno raccontati c’è l’orrore della pulizia etnica, dei corpi violati: oltre 120.000 donne stuprate, ridotte a trofei di guerra, marchiate con torture che avevano un solo scopo, impedire altre nascite tigrine. Lo provano inchieste del Guardian e cartelle cliniche, radiografie, perfino biglietti ritrovati nell’utero delle vittime: “questa donna non partorirà più tigrini”. Tre anni dopo l’accordo di Pretoria, nel 2025, il Tigray è ancora un cimitero a cielo aperto con un milione di sfollati che sopravvivono a stento e un popolo che aspetta giustizia mentre il resto del mondo guarda altrove e i crimini verso le donne non si arrestano. Quello in Etiopia è stato un genocidio con le donne Tigray che hanno pagato, come al solito, il prezzo più alto.

Massacri di civili in Tigray

Axum. Novembre 2020. Strade piene di corpi che nessuno osa raccogliere. Sono i soldati eritrei a trasformare la città santa in un mattatoio, centinaia di civili abbattuti davanti alle chiese, dentro le case, ovunque. Pochi giorni dopo tocca a Mariam Dengelat: la liturgia interrotta dal fuoco, la chiesa che si riempie di sangue. Non sono battaglie, sono esecuzioni. Nel 2022, a Dedebit, un drone piomba su un campo di sfollati. Morti donne, bambini, anziani. I militari sanno bene che lì non ci sono postazioni del TPLF (Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè), eppure colpiscono. Il messaggio è semplice: cancellare la presenza tigrina, spaventare chi resta.

Violenza sessuale come arma di guerra

In Tigray il corpo delle donne è diventato campo di battaglia. Oltre 120.000 tigrine hanno subito stupri di gruppo, torture, mutilazioni. Lo racconta il Guardian “Rusted screws, metal spikes and plastic rubbish: the horrific sexual violence used against Tigray’s women” dove descrive casi in cui donne tigrine sono state seviziate: stuprate, con oggetti come viti, pinze, plastica e foglietti (wrapped in plastic) inseriti nell’utero, accompagnati da note con frasi come “From now on, no Tigrayan will give birth to another Tigrayan”

I soldati parlavano chiaro: “così non partorirete più tigrini”. Non erano insulti gettati al vento, c’erano prove concrete. I referti parlano di sterilizzazioni di fatto. Alcune donne sono morte per le lesioni, altre convivono con ferite permanenti. Gli stupri erano parte di una strategia: distruggere la comunità colpendo la capacità riproduttiva delle sue donne.

Torture e trattamenti disumani

Nel Tigray la tortura è stata documentata da Amnesty International e Human Rights Watch come pratica quotidiana. Uomini trascinati fuori dalle case e picchiati con calci di fucile, donne legate ai pali e lasciate nude per giorni, ragazzi marchiati con coltelli roventi. In alcuni villaggi, come riportato nel rapporto congiunto ONU-EHRC, i soldati hanno bruciato vivi sospettati di sostenere il TPLF, costringendo i familiari ad assistere. Chi sopravviveva riportava arti spezzati, cicatrici permanenti, traumi incisi nella carne. Nei centri di detenzione, secondo le inchieste del Guardian, la brutalità era sistematica: prigionieri stipati senza acqua né cibo, obbligati a dormire in celle sporche di escrementi. Non c’era un obiettivo militare, ma la volontà di umiliare e cancellare l’identità tigrina attraverso il dolore.

Arresti arbitrari di massa, attacchi contro ospedali e strutture sanitarie

Ad Addis Abeba bastava il cognome per finire in manette. Se eri tigrino, la polizia bussava alla porta all’alba, ti portava via senza un foglio, senza spiegazioni. Human Rights Watch ha contato migliaia di persone sparite così, stipate in celle dove non passava aria. Amnesty racconta uomini lasciati per settimane senza processo, famiglie che non sapevano dove fossero i figli. Nel novembre 2021 le retate hanno colpito chiunque: sacerdoti, suore, vecchi con le mani tremanti. Le carceri non bastavano più, i detenuti sdraiati a turno per mancanza di spazio.

In Tigray anche le corsie erano campo di battaglia. Medici Senza Frontiere lo ha scritto nei suoi rapporti: reparti occupati da soldati eritrei, pazienti lasciati morire nei corridoi. Human Rights Watch ha documentato cliniche incendiate, saccheggiate, letti ribaltati con ancora sopra i feriti. Le bombe cadevano vicino alle scuole, sui centri sanitari di campagna. Colpire chi cura significa spegnere ogni possibilità di salvezza, trasformare la medicina in un’arma, la malattia in condanna.

Il Tigray è rimasto isolato per quasi due anni

Addis Abeba chiamava “sicurezza” quello che in realtà era un assedio. L’ONU denunciava convogli fermati per giorni ai posti di blocco, camion carichi di farina e insulina respinti come fossero contrabbando. Reuters ha riportato le parole di funzionari umanitari costretti a svuotare i serbatoi perché il carburante veniva requisito dai militari. Medici Senza Frontiere racconta di villaggi dove non arrivava più nemmeno il sale. Non si tratta di caos bellico: è fame programmata, una carestia costruita per piegare sette milioni di persone. Bambini morti di denutrizione in ospedali senza luce, donne che cuocevano foglie d’albero per dare qualcosa da ingoiare ai figli. La fame come arma, il silenzio come complice.

Perché quello perpetuato in Etiopia ai danni delle donne Tigray e del popolo tigrino è genocidio e non “pulizia etnica”

La “pulizia etnica” mira a svuotare un territorio di un gruppo, spingendolo via con violenze e deportazioni. Non è un crimine tipizzato nel diritto internazionale, è un’etichetta descrittiva usata da commissioni d’inchiesta e ONG. Il genocidio ha un altro perimetro: la Convenzione ONU del 1948 parla di intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, anche impedendone le nascite o infliggendo condizioni di vita calcolate per annientarlo. 

Applicato al Tigray, il discrimine sta nei mezzi e nel fine. Non solo espulsioni o trasferimenti forzati, ma atti pensati per spezzare il gruppo alla radice. Quanto accaduto rientra esattamente nella fattispecie “imporre misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo”. Senza ombra di dubbio.

In Etiopia il genocidio delle donne tigray, con 600.000 civili uccisi, 120.000 stupri e oltre un milione di sfollati, è uno dei genocidi dimenticati del nostro tempo, ignorato dal mondo e ancora impunito.

Giovanni Scafoglio

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