Il Sudan sta affrontando la peggiore emergenza umanitarie del nostro tempo. Oltre 25,6 milioni di persone – più della metà della popolazione – vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con 638.000 in stato di fame catastrofica. La carestia è stata dichiarata ufficialmente in almeno dieci aree del Paese. Il bilancio delle vittime civili ha superato le 150.000 unità, di cui oltre 26.000 solo nella capitale Khartoum. I bambini sono le vittime più vulnerabili: 14 milioni necessitano urgentemente di aiuto umanitario, 3,6 milioni soffrono di malnutrizione acuta e 522.000 sarebbero già morti di fame o per mancanza di cure. Circa 5 milioni di minori sono sfollati, mentre 17 milioni hanno interrotto gli studi, con un’intera generazione a rischio. La violenza sessuale è usata come arma di guerra: solo MSF ha assistito 659 donne nel Darfur, di cui il 31% minorenni. UNICEF ha documentato oltre 220 casi di stupri su bambini, alcuni di appena un anno. Con 12,5 milioni di sfollati interni e 3,5 milioni di rifugiati oltre confine, il Sudan rappresenta oggi la più grande crisi di sfollamento al mondo. Un vero e proprio genocidio che avviene nel quasi totale silenzio internazionale.
Sudan il genocidio di cui non frega un cazzo a nessuno
Dal 2024 il 31% delle vittime ha meno di 18 anni. Il 13% meno di 5. È quanto emerge dal rapporto MSF. Le testimonianze raccolte dalla giornalista Francesca Mannocchi documentano crimini sistematici nel silenzio della comunità internazionale.
Quando la guerra è iniziata, Amina viveva a Khartoum. Sei mesi dopo l’inizio del conflitto, alla fine del 2023, è stata rapita da un gruppo di miliziani delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Portata in una casa abbandonata, è rimasta prigioniera per due mesi. In quelle otto settimane è stata ripetutamente stuprata in branco. Con lei, altre sessanta donne: tutte abusate, tutte punite ogni volta che cercavano di ribellarsi.
Oggi Amina si trova nel campo profughi di Adeé. Non riesce più a dormire. Cammina a fatica. Il corpo distrutto, la mente lacerata. Ricorda solo la fuga: senza scarpe, con il corpo spezzato. La guerra in Sudan è entrata nel suo terzo anno. E il suo volto più atroce è quello delle violenze sessuali usate come arma.
Un conflitto nato dal potere e finito nel sangue
La guerra civile è esplosa nell’aprile 2023. A scontrarsi sono le Forze di Supporto Rapido (RSF) e le Forze Armate Sudanesi (SAF), già protagoniste della destituzione del dittatore Omar al-Bashir nel 2019. Due anni dopo, nel 2021, avevano rovesciato insieme il governo di transizione. Ma nell’aprile 2023 si sono divise, scatenando un conflitto che ha causato oltre 11 milioni di sfollati. Oggi, nonostante le SAF abbiano ripreso il controllo di Khartoum, il Paese è diviso. E le violazioni dei diritti umani si moltiplicano da entrambe le parti, con una brutalità crescente contro i civili.
Lo stupro come metodo, non come effetto collaterale
Nell’aprile 2025, un rapporto delle Nazioni Unite ha denunciato attacchi sistematici contro donne e ragazze. Violenze sessuali, rapimenti nei campi profughi, attacchi in zone che avrebbero dovuto essere sicure. Una strategia di dominio fondata sul terrore. Amnesty International, pochi giorni prima, aveva pubblicato un dossier dal titolo inequivocabile: “Ci hanno violentate tutte”. «Gli attacchi sono ripugnanti, vergognosi e mirano a infliggere la massima umiliazione», ha dichiarato Deprose Muchena, direttore regionale per l’Africa orientale e meridionale. «Le Forze di Supporto Rapido hanno inflitto crudeltà indicibili a donne e ragazze.»
A Nyala, nel Darfur meridionale, i soldati RSF hanno legato una donna a un albero e l’hanno stuprata davanti alla figlia di 12 anni e alla cognata. In altri casi, le donne venivano scelte come bersaglio se sospettate di legami con le SAF. Oppure punite per non essere riuscite a curare i feriti.
Una donna rapita a Khartoum Nord è stata costretta a medicare combattenti RSF gravemente feriti. Dopo le cure, 15 miliziani l’hanno stuprata in gruppo.
Sudan, Il rapporto MSF: numeri agghiaccianti. Se questo non è un genocidio…
Nel solo periodo tra gennaio 2024 e marzo 2025, Medici Senza Frontiere ha assistito 659 sopravvissute a violenze sessuali nel Darfur. L’86% ha subito stupro. Il 31% delle vittime era minorenne. Il 29% tra i 10 e i 19 anni. Il 7% aveva meno di 10 anni. Il 2,6% meno di 5 anni. Numeri che potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Secondo gli operatori umanitari, moltissimi casi non vengono denunciati per paura, stigma o assenza di strutture sanitarie.
Una donna di 27 anni, assistita nel Darfur occidentale, ha raccontato: «Venivano di notte per violentare le donne e portare via tutto, anche gli animali. Gli uomini si nascondevano nei bagni o in stanze chiuse, altrimenti li avrebbero uccisi. Le donne non si nascondevano: per noi c’erano solo botte e stupri. Gli uomini venivano uccisi.»
La testimonianza di Murnei
Nel villaggio di Murnei, un uomo ha raccontato a MSF: «Tre mesi fa una bambina di 13 anni è stata catturata e violentata da tre uomini. Poi l’hanno abbandonata nella valle. Hanno chiamato qualcuno per portarla in ospedale. Io ero uno di loro. Era solo una bambina.»
Genocidio in Sudan, un crimine senza punizione
Lo stupro come arma di guerra non è un fenomeno nuovo. È stato usato nei Balcani, in Ruanda, nella Repubblica Democratica del Congo. Ma la brutalità documentata in Sudan ha contorni di sistematicità e impunità che lasciano sgomenti. Ad oggi, nessuno dei comandanti delle RSF è stato incriminato. Nessuna indagine indipendente ha avuto accesso ai luoghi teatro delle violenze. Le vittime continuano a vivere nell’ombra, dimenticate.
Invitio a leggere l’inchiesta completa di Francesca Mannocchi da cui sono tratte molte delle testimonianze riportate. Un documento essenziale per comprendere la portata di una tragedia umana di fronte alla quale il mondo continua a voltarsi dall’altra parte.
Giovanni Scafoglio
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